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Crotone, per la Corte d’Appello fu «a monte» l’errore per la strage sul lavoro

  • Postato il 14 maggio 2026
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Crotone, per la Corte d’Appello fu «a monte» l’errore per la strage sul lavoro

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Crotone, per la Corte d’Appello fu «a monte» l’errore per la strage sul lavoro

Le motivazioni della sentenza d’appello sulla strage sul lavoro di Crotone, «pesanti responsabilità del progettista»


CROTONE – Un Piano di sicurezza e coordinamento astratto, «non contestualizzato e non adeguato alla realtà del cantiere». È questa la motivazione cardine con cui la Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione per l’architetto Sergio Dinale, progettista e direttore dei lavori, ritenuto l’unico responsabile del crollo che il 5 aprile 2018 uccise tre operai sul lungomare di viale Magna Grecia. Parallelamente, i giudici hanno ribaltato la sentenza di primo grado assolvendo Gennaro Cosentino, titolare dell’impresa Crotonscavi, e Giuseppe Spina, capocantiere, accogliendo le tesi dei difensori Vincenzo Ioppoli, Francesco Verri e Giuseppe Barbuto.

Il “vuoto” progettuale

Secondo i giudici d’appello, il crollo per «ribaltamento alla base» del muro è stato innescato dalla rimozione di un basamento in cemento e dal successivo scavo del terreno. Tuttavia, queste lavorazioni non erano state previste né nel progetto esecutivo né nel piano di sicurezza e coordinamento. La Corte sottolinea che l’architetto Dinale avrebbe omesso di verificare se il basamento avesse funzioni strutturali di fondazione per il muro. Le sue responsabilità sono «pesanti e chiarissime», sempre per i giudici, che ritengono «gravemente colposa la decisione di non mettere in sicurezza il muro vetusto, fragile e privo di fondamenta» nelle cui immediate vicinanze operavano le vittime.

La colpa del professionista

A Dinale viene rimproverato di non aver effettuato analisi tecniche sulla stabilità del muro che risultava «non armato». Nelle motivazioni si legge che l’evento non sarebbe mai avvenuto se egli avesse redatto un piano si sicurezza adeguato alle reali condizioni dei luoghi e se avesse previsto adeguate misure di sicurezza aventi il fine di puntellare il muro». La Corte è netta nel respingere le argomentazioni degli avvocati Tiziano saporito e Sergio Rotundo. Il professionista si è basato su «opinabili valutazioni soggettive, ancorate a considerazioni e dati esteriori privi di valenza scientifica». Valutazioni che non gli hanno consentito di rilevare la precarietà dell’opera. Una scelta rivelatasi «tragicamente negligente».

Le assoluzioni: l’assenza di responsabilità per l’impresa

 La riforma della sentenza per Cosentino e Spina poggia sulla mancanza di una colpa specifica rispetto a un errore che risiede interamente nella fase di coordinamento. Per il capocantiere Giuseppe Spina, lo stesso procuratore generale aveva sollecitato l’assoluzione «per non avere commesso il fatto». Sebbene Spina avesse materialmente eseguito la rimozione del basamento, la Corte ha valutato che tale attività fosse resa necessaria dall’impostazione progettuale non verificata da Dinale. Inoltre, dovendo questi svolgere funzioni di coordinatore per la sicurezza anche in fase di esecuzione, avrebbe dovuto vigilare costantemente su lavorazioni potenzialmente pericolose.

LEGGI ANCHE: Strage sul lavoro a Crotone, in Appello due assoluzioni – Il Quotidiano del Sud

Il capocantiere e il titolare

Spina, in particolare, difeso dall’avvocato Barbuto, non aveva alcuna ragione per dubitare di valutazioni provenienti da un noto ed esperto professionista. Inoltre, non era obbligato ad astenersi dall’eseguire le sue direttive. Cosentino, assistito dagli avvocati Ioppoli e Verri, non è incorso, anche secondo i giudici, in violazioni di norme nel non dubitare dell’erroneità a monte del Piano di sicurezza redatto da Dinale. Anzi, ha «incolpevolmente» fatto affidamento sulle sue «tranquillizzanti» valutazioni.

La causa della tragedia

In sintesi, la causa del disastro è arcivibile alle «interferenze che le lavorazioni eseguite hanno avuto rispetto al muro già precario». Interferenze che dovevano essere governate dal progettista e coordinatore della sicurezza, la cui condotta omissiva rimane l’unico nesso causale confermato per la tragica morte di Giuseppe Greco, Dragos Petru Chiriac e Mario De Meco.

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