Crotone capitale delle truffe informatiche e delle criptovalute
- Postato il 14 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
Crotone capitale delle truffe informatiche e delle criptovalute
Nella Crotone capitale delle truffe clan e pirati stanno investendo in criptovalute, uno della gang del Pezzotto era candidato alle comunali
CROTONE – Nella provincia di Crotone, storicamente gravata da deficit infrastrutturali, disoccupazione strutturale e una pervasiva presenza mafiosa, gli scenari criminali stanno registrando una progressiva mutazione. I canali tradizionali del malaffare locale cedono il passo a sofisticati sistemi di cyber-crime, transazioni in blockchain e riciclaggio digitale. Due recenti operazioni della Procura ordinaria di Crotone, la mastodontica inchiesta Glicine-Acheronte della Dda di Catanzaro e le risultanze scientifiche contenute in studi sulla penetrazione della ’ndrangheta nel dark web delineano una realtà inequivocabile. Il territorio crotonese è diventato un hub strategico per la monetizzazione di truffe informatiche e la ripulitura del denaro mediante estrazione massiva di monete virtuali. «Crotone è la capitale delle truffe informatiche», ha dichiarato il colonnello Raffaele Giovinazzo, comandante provinciale dei carabinieri. Una definizione che trova sponda nei dati quantitativi sull’infrastruttura tecnologica clandestina o anomala dislocata nella provincia. E che emerge con forza dalle inchieste firmate dal procuratore Domenico Guarascio, sempre attento all’evoluzione degli scenari criminali.
L’ANOMALIA DEL MINING: IL CASO ISOLA CAPO RIZZUTO
Il legame tra l’economia sommersa crotonese e le valute digitali non è un fenomeno estemporaneo. Lo studio interdisciplinare “The Dark-Web Side of Mafias”, realizzato nel 2024 da Antonio Nicaso, Walter Rauti, Greta Nasi e Luca Fantacci (Zolfo Editore), ha mappato la presenza di Helium hotspot sul territorio nazionale. Gli hotspot sono apparecchiature radio che, oltre a fornire connettività, sono direttamente correlate all’attività di mining, ovvero l’estrazione e la generazione di criptovalute. I dati emersi evidenziavano un’asimmetria macroscopica rispetto al resto d’Italia. A fronte della media nazionale di un hotspot ogni 20.000 abitanti nelle aree urbane a forte necessità di connettività, nella piccola provincia di Crotone si registrava un hotspot ogni 4.600 abitanti. Con un picco a Isola Capo Rizzuto: un hotspot ogni 900 abitanti. Il confronto con le grandi metropoli accentua l’anomalia. Roma registra un rapporto di 1,08 hotspot ogni 10.000 abitanti. Isola Capo Rizzuto (17.312 residenti) sale a 8,67 hotspot ogni 10.000 persone. Un dato analogo si riscontra solo nella Locride, altra area ad alta densità mafiosa, con 11,60 hotspot ogni 10.000 abitanti.
Il fattore energetico e l’ombra dei clan
L’estrazione di criptovalute richiede investimenti elevati e un imponente dispendio di energia elettrica. La proliferazione di tali strumenti in contesti strutturalmente depressi, a bassa scolarizzazione e con un forte gap tecnologico, solleva precisi interrogativi investigativi. Nella sola provincia di Crotone sono censiti 32 clan della ’ndrangheta, con un rapporto stimato di un affiliato ogni 200 residenti. Il nesso tra la tecnologia blockchain e le consorterie criminali è emerso nell’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata “Glicine Acheronte”. Le indagini hanno dimostrato l’interesse della cosca Megna di Crotone per il trading clandestino online. Il clan, secondo gli inquirenti, reclutava hacker tedeschi – che hanno soggiornato a lungo a Crotone – per operare sui mercati digitali. Salvatore Aracri, considerato il referente della cosca in Germania, utilizzava Bitcoin per retribuire hacker brasiliani capaci di movimentare capitali a sei zeri con operazioni telematiche. Come evidenziato dal procuratore Nicola Gratteri, l’anomalia degli hotspot in Calabria conferma la capacità estrattiva delle famiglie di ’ndrangheta sul fronte delle valute virtuali. I clan non si avvalgono più solo di manovalanza criminale, ma integrano nei propri ranghi pirati informatici e broker per muoversi nei circuiti della finanza speculativa e lavare il denaro sporco al riparo dai tradizionali controlli bancari.
OPERAZIONE “SCAM CITY”: L’ALGORITMO DELLE TRUFFE ONLINE
Il know-how tecnologico del territorio ha trovato applicazione pratica in una gigantesca rete di truffe e-commerce, disarticolata dall’operazione “Scam City”, condotta dai carabinieri del Nucleo operativo e Radiomobile della Compagnia di Crotone e coordinata dalla Procura ordinaria. L’inchiesta ha svelato un’associazione a delinquere strutturata, ritenuta responsabile di almeno 135 truffe censite su scala nazionale, con un volume d’affari che ha portato al sequestro d’urgenza di beni per circa 700.000 euro, in attesa delle stime definitive sui wallet digitali da parte degli organi investigativi europei.
Organigramma e ruoli del sodalizio
La misura cautelare ha colpito i vertici e i facilitatori della rete (31 indagati complessivi), o presunti tali. Cinque gli indagati finiti in carcere. Armando Covelli (46 anni), ritenuto il capo e promotore dell’organizzazione. Luca Caporali (49), considerato il gestore dei flussi finanziari e dei rapporti con i broker. Salvatore Lombardo (4), che sarebbe stato operativo nella filiera delle transazioni. Carmelo Iembo (48), elemento di raccordo, già noto alle forze dell’ordine per la sua precedente inclusione nell’operazione antimafia “Hydra” contro le nuove leve del clan Vrenna. Daniele Pugliese (54), presunto coadiutore nelle attività del gruppo.
Il meccanismo di Cyber-Patrolling e l’asse col Pakistan
L’organizzazione operava tramite tecniche di cyber-patrolling, pubblicando finti annunci di vendita su marketplace, social network e siti internet clonati. Gli oggetti offerti – trattori agricoli, mini-escavatori, piscine, pellet, ciclomotori e minicar elettriche – non erano nella disponibilità del gruppo. Il sistema si reggeva su una spiccata divisione del lavoro e su collaborazioni internazionali. I programmatori pakistani, pagati regolarmente in Bitcoin, creavano siti specchio di aziende reali e ignare, sfruttandone la reputazione commerciale. Telefonisti dedicati agganciavano le vittime, spesso soggetti vulnerabili, anziani, disabili o onlus. In alcuni casi gli indagati si qualificavano come esponenti delle forze dell’ordine o proponevano l’Iva agevolata al 4% (Legge 104/92). La vittima versava un anticipo del 50% tramite bonifico. Successivamente veniva convinta a saldare l’intero importo con il pretesto di accelerare la consegna. I beni non venivano mai spediti. I fondi confluivano su carte e conti intestati a prestanome della microcriminalità locale (i cosiddetti money mules). Da qui il denaro veniva frammentato: prelevato in contanti, versato su conti gioco, trasferito su piattaforme estere di trading clandestino o convertito immediatamente in criptovalute. Le intercettazioni hanno documentato il monitoraggio costante degli investimenti in moneta virtuale. Un broker finanziario inviava scadenze mensili a Luca Caporali per l’alimentazione dei portafogli digitali, confermando l’efficacia del sistema nel disperdere le tracce dei flussi finanziari.
La centrale del “Pezzotto” e il lavaggio su Coinbase
L’impiego delle criptovalute come strumento ordinario di ripulitura del denaro emerge anche dall’indagine della Guardia di Finanza che l’altro giorno ha smantellato tre centrali clandestine per lo smistamento illegale del segnale IPTV (il cosiddetto “pezzotto”). L’operazione ha sventato una rete che si stava strutturando per sfruttare commercialmente l’indotto dei mondiali di calcio FIFA 2026. I finanzieri hanno denunciato quattro persone residenti a Crotone, accusate a vario titolo di violazione della normativa sul diritto d’autore e autoriciclaggio: Andrea Calaminici (49 anni), la convivente Simona Fazio (43), Gianfranco Caristo (45) e Girolamo Ferrini (51).
Struttura tecnica e volumi finanziari
Il gruppo acquisiva all’ingrosso i palinsesti protetti da diritti d’autore (Sky, DAZN, Netflix, Amazon Prime, Disney+, NowTv, Spotify) e li rivendeva tramite una rete di reseller a 2.769 clienti finali dislocati in 43 province italiane. I pacchetti pirata venivano piazzati a tariffe comprese tra i 10 e i 40 euro mensili, con un servizio di assistenza tecnica integrato per aggirare i blocchi di trasmissione. L’alert investigativo è scattato a causa di flussi finanziari anomali intercettati dal Nucleo di polizia valutaria. I bonifici recavano causali esplicite con riferimento a “IBO PLAYER PRO”, un software utilizzato per decodificare gli streaming illeciti. Il giro d’affari complessivo accertato ammonta a 650.000 euro, oggetto di sequestro preventivo.
I canali di autoriciclaggio
Le indagini patrimoniali hanno accertato la destinazione finale del denaro accumulato dal network dell’IPTV. Andrea Calaminici, nel solo 2023, avrebbe convertito 11.250 euro in criptovalute sulla piattaforma Coinbase tramite carte Postepay. Parallelamente avrebbe diversificato i proventi illeciti in polizze vita, investimenti strutturati “Double Chance” e fondi comuni di diritto irlandese. Girolamo Ferrini avrebbe acquistato moneta virtuale per oltre 8.900 euro tra il 2021 e il 2023. E avrebbe eseguito 870 operazioni speculative di compravendita titoli tramite un conto Fineco, che a ottobre 2025 evidenziava un saldo negativo superiore a 57.000 euro, a riprova dell’intensità dell’attività finanziaria effettuata.
Uno degli indagati candidato
L’elemento relativo a Gianfranco Caristo inserisce un’ulteriore e tipica dimensione di penetrazione sociale nel quadro dell’inchiesta sull’IPTV illegale a Crotone. Caristo, 45 anni, indicato dagli inquirenti come uno dei quattro indagati chiave nella gestione della filiera commerciale dei “reseller” del “pezzotto”, era candidato alle elezioni amministrative di Crotone dello scorso maggio con la lista “Progetto in Comune”, a sostegno del sindaco eletto Enzo Voce. La figura di Caristo evidenzia così come i presunti promotori del network non fossero profili marginali, essendo in grado, almeno per l’accusa, di sfruttare reti relazionali che consentono di piazzare abbonamenti pirata a migliaia di clienti finali.
Nuovi assetti criminali
Il quadro complessivo ricomposto dalle inchieste giudiziarie e dai rapporti di ricerca evidenzia un mutamento di paradigma economico per il territorio crotonese. La criminalità locale, sia essa legata alla tradizione della ’ndrangheta militare o a consorzi di truffatori e pirati informatici, ha assimilato l’uso delle piattaforme informatiche. La conversione dei proventi illeciti in asset digitali, il ricorso a intermediari esteri e l’installazione massiva di nodi di rete per il mining non costituiscono più episodi isolati, ma un modello d’impresa integrato, capace di sfruttare la vulnerabilità dei controlli transfrontalieri e la fluidità della tecnologia blockchain.
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