Crans-Montana ci interroga come società che fatica ancora a parlare di impotenza e finitezza
- Postato il 7 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Crans-Montana non è solo una località alpina legata all’idea di bellezza e vacanza. Per molti, oggi, è anche il nome di una tragedia improvvisa e collettiva. Una frattura che arriva senza preavviso e che incrina, in un attimo, le nostre narrazioni rassicuranti sulla sicurezza, sul controllo, sulla prevedibilità della vita.
Partire da Crans-Montana significa partire da un evento che non consente scorciatoie emotive. Qui la morte non è il risultato di un percorso di malattia, non è una fine accompagnata, non è qualcosa per cui ci si possa preparare. È un’irruzione violenta del limite. Arriva tutta insieme, travolgendo e lasciando chi resta senza parole, senza appigli. Di fronte a tragedie collettive, il primo riflesso culturale è spesso la spiegazione. Si cercano responsabilità, si analizzano dinamiche tecniche, si moltiplicano ipotesi. È comprensibile, in parte necessario. Ma non basta. Perché mentre cerchiamo cause e colpe, restiamo spesso incapaci di stare nella vulnerabilità che questi eventi aprono.
In casi come questo, la morte smette di essere un’astrazione o una statistica. Diventa possibilità concreta, inscritta nell’esperienza umana. Ed è qui che molti vanno in difficoltà. Siamo cresciuti in una cultura che promette protezione e prevenzione, che suggerisce — implicitamente — che facendo tutto nel modo giusto saremo al sicuro. Crans-Montana rompe questa promessa.
La death education non nasce per consolare in fretta né per offrire risposte definitive. Nasce per creare spazio. Spazio per il pensiero, per il sentire, per l’elaborazione. Le tragedie collettive infrangono l’idea che il mondo sia prevedibile e che il futuro sia pienamente pianificabile. È questo che ferisce più a fondo.
Nei social, questa ferita diventa ancora più evidente. Quando muoiono molte persone insieme, il dolore non resta confinato ai familiari. Si diffonde, risuona, coinvolge una comunità emotiva più ampia. Eppure è un dolore spesso delegittimato: “non li conoscevi”, “non ti riguarda”, “ci sono tragedie peggiori”. Frasi che circolano velocemente e che negano un dato elementare: reagiamo per identificazione, per risonanza, per paura riflessa.
Quello che colpisce, nei social, è l’assenza di rispetto dei tempi e dei confini emotivi. Nelle prime fasi di un evento traumatico servirebbero contenimento e sobrietà. Invece prevalgono immagini condivise senza mediazione, commenti impulsivi, analisi affrettate, bisogno di dire qualcosa a tutti i costi. Come se il rumore potesse proteggerci dal vuoto.
Di fronte a queste rotture, emergono spesso rituali spontanei: fiori, candele, silenzi, memoriali improvvisati, preghiere individuali e collettive. Tentativi profondamente umani di ristabilire un ordine simbolico dopo una frattura radicale. Ma anche questi gesti rischiano di svuotarsi se trasformati in contenuto, in performance, in terreno di scontro.
Crans-Montana ci interroga come società che fatica ancora a parlare di finitezza, perdita improvvisa, impotenza. Siamo preparati a discutere di protocolli e sicurezza; molto meno a stare dentro ciò che non possiamo controllare. Non si tratta di eliminare la paura, ma di non lasciare che diventi violenza sul dolore altrui.
Il compito, in momenti come questi, non è “andare avanti” in fretta né riempire subito il vuoto di parole. È saper stare. Sostare nel dolore, nel silenzio, nella fragilità che eventi simili riattivano. Non per compiacersene, ma per non trasformare la tragedia in un flusso da consumare.
Crans-Montana resta un luogo di bellezza. Ma è anche un luogo di verità. Una verità scomoda: la vita è fragile sempre, non solo quando accade l’irreparabile. Tenere insieme bellezza e perdita, parola e silenzio, memoria e responsabilità è forse l’unico modo per non tradire ciò che è accaduto.
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