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Con “La cella di fronte”, Kento racconta il carcere minorile dall’interno

  • Postato il 16 giugno 2026
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Con “La cella di fronte”, Kento racconta il carcere minorile dall’interno

Il Quotidiano del Sud
Con “La cella di fronte”, Kento racconta il carcere minorile dall’interno

Tra rap, teatro e laboratori di scrittura, con “La cella di fronte”, Kento porta in scena il mondo invisibile dei ragazzi detenuti: storie che attraversano il confine sottile tra colpa, crescita e possibilità di cambiamento. L’intervista al rapper, scrittore e docente originario di Reggio Calabria.


REGGIO CALABRIA – Cosa succede davvero dietro le mura delle carceri minorili italiane? È una domanda che resta spesso ai margini del dibattito pubblico, compressa tra stereotipi, semplificazioni e narrazioni emergenziali. Da un lato i “ragazzi pericolosi”, dall’altro le storie di redenzione già confezionate. In mezzo, quasi sempre, il silenzio. È proprio in quello spazio intermedio che si colloca “La cella di fronte” (Produzioni Timide e The Best Blend), lo spettacolo teatrale di Kento, rapper, scrittore e docente originario di Reggio Calabria, che da oltre dieci anni entra negli istituti penali per minorenni di tutta Italia conducendo laboratori di scrittura e poesia. Roma, Torino, Firenze, Bari, Catanzaro, Cagliari: non semplici tappe, ma frammenti di un’esperienza continua dentro luoghi in cui l’adolescenza si intreccia con la privazione della libertà.

Da quell’esperienza diretta nasce un lavoro che rifiuta la distanza dell’osservatore esterno e prova, invece, a farsi attraversare dalle voci di chi quei luoghi li abita. Rap, teatro e narrazione diventano così strumenti che non raccontano il carcere come spazio chiuso e separato, ma come specchio deformante della società: un punto in cui si concentrano disuguaglianze, assenze educative, fratture familiari e istituzionali. Lo spettacolo ha debuttato nel 2025 al Teatro De’ Servi di Roma con un sold out. Ed è proprio da questa zona di confine, tra dentro e fuori, che prende forma la nostra intervista a Kento: non per descrivere dall’esterno un mondo già raccontato troppe volte per schemi, ma per entrare nelle sue fratture più sottili, in quei passaggi meno visibili in cui un foglio e una penna possono diventare una soglia, e in cui la libertà, a volte, non coincide affatto con lo spazio fisico.

Kento, in che modo le sue radici calabresi hanno influenzato il suo sguardo sul mondo e sul lavoro che svolge, soprattutto nei laboratori nelle carceri minorili?

«Le mie radici calabresi non sono un dettaglio biografico: sono la mia struttura portante. La Calabria mi attraversa nel DNA, mi restituisce la mia storia, la mia cultura, ma soprattutto il modo in cui guardo il mondo. Sono nato e cresciuto a Reggio Calabria, in periferia, in una fase storica tutt’altro che semplice. E questo, inevitabilmente, mi ha insegnato a stare da una parte precisa: quella degli ultimi. Il mio non è uno sguardo “turistico”, da osservatore esterno. È uno stare dentro, dalla parte di chi viene escluso, trascurato, di chi resta ai margini. Ed è un punto fermo, per me, irrinunciabile».

Dietro le mura degli istituti penali minorili accade qualcosa che sfugge quasi sempre allo sguardo esterno. E quello che si trova non è mai una sola cosa. Dico bene?

«Esatto! I ragazzi spesso arrivano già segnati dalla disperazione, da una tristezza profonda, da uno sconforto che non nasce lì dentro ma che lì dentro si amplifica. E si ritrovano in un sistema fatto di adulti che, troppo spesso, non riescono davvero a vederli, né a restituire loro una possibilità concreta di cambiamento. Ma poi, in mezzo a tutto questo, succede anche altro. Succedono piccoli miracoli.

A volte, bastano una penna, un foglio, una riga scritta di getto. E improvvisamente ragazzi che pensavano di non avere nulla da dire scoprono una voce. Una forma di espressione che non sapevano nemmeno di possedere. È una cosa che colpisce sempre: strumenti semplici, quasi banali, diventano porte spalancate su mondi interiori enormi. E una cosa che ho notato soprattutto in Calabria è questa: spesso proprio i ragazzi con la facciata più dura, quelli che sembrano blindati dietro una corazza, sono quelli che, quando trovano uno spazio vero, riescono a tirare fuori una ricchezza interiore sorprendente. Ed è per questo che il punto, alla fine, resta sempre lo stesso: non fermarsi alle superfici, non semplificare, non etichettare. Dare a questi ragazzi la possibilità di esprimersi, ma soprattutto avere la disponibilità, e la responsabilità, di ascoltarli davvero».

Come nasce l’idea di trasformare la sua esperienza nei laboratori in carcere in uno spettacolo teatrale?

«Nasce in modo quasi naturale. Queste storie me le avete chieste in tanti: amici, pubblico, giornalisti. Le avevo già raccontate in un libro, in interventi, TEDx, podcast. A un certo punto è diventato evidente che serviva una forma unica, organica, capace di tenere insieme tutto. Perché oggi il rischio è quello di leggere questi mondi in modo superficiale: o sono angeli o sono diavoli, o sono “il ragazzo modello” o “la baby gang”. Ma la realtà non è mai così piatta. I ragazzi sono complessi. Esattamente come lo eravamo noi alla loro età.

Allora, il teatro diventa il luogo giusto per questa complessità: perché permette di unire testimonianza, musica e narrazione. La musica dà voce a ciò che non si riesce a dire, il teatro dà corpo alle storie, la testimonianza tiene tutto ancorato al reale. Mettere insieme questi linguaggi significa provare a restituire una cosa semplice ma difficile: la verità delle sfumature. E la necessità, ancora una volta, di sporcarci le mani e imparare davvero ad ascoltare».

Kento, qual è stato il momento più forte o più complesso che ha vissuto e ha scelto di portare in scena?

«Costruire questo spettacolo è, prima di tutto, un’esperienza molto viva: è un organismo in continuo mutamento. Una parte fondamentale è l’interazione con il pubblico. Non esistono due repliche identiche. Chi viene a vederlo una seconda volta non ritrova mai lo stesso spettacolo: cambia il ritmo, cambia la direzione, cambia persino il tono delle storie. In questo senso assomiglia più a un concerto dal vivo che a un’opera chiusa. Ma con una differenza: qui il dialogo con il pubblico è ancora più diretto, più profondo. Si annulla la distanza tra palco e platea. C’è una frantumazione della “quarta parete”. Questo mi consente di raccontare quel mondo con un livello di immediatezza che nessun altro linguaggio che utilizzo riuscirebbe a restituire allo stesso modo.

Anche per questo il debutto all’anteprima di Roma, al Teatro dei Servi, è stato un momento molto importante: era una scommessa, una prova. E il fatto che si sia trasformata in un sold out ci ha dato un segnale forte. Non tanto di successo in sé, quanto di ricezione: quel tipo di linguaggio arriva, viene accolto, funziona. Lo spettacolo non è mai “sul carcere” in senso stretto. Vuole portare fuori dal carcere le voci, le storie, le vite di quei ragazzi. Per questo non c’è un singolo momento più forte in assoluto. Ci sono frammenti diversi, emozioni che cambiano ogni sera, storie che prendono peso a seconda di chi hai davanti. È proprio questa variabilità che rende tutto più vero».

Cosa si augura che il pubblico porti con sé dopo aver visto lo spettacolo?

«Non mi interessa che le persone escano pensando la mia stessa cosa. Non voglio convincere nessuno. Mi interessa qualcosa di più difficile: che si portino a casa il dubbio, la riflessione, la fatica di capire davvero. E che, da adulti, si assumano anche la responsabilità di guardare ai ragazzi non attraverso etichette, ma attraverso la loro complessità reale».

Il titolo dello spettacolo, “La cella di fronte”, ha un forte valore simbolico. Cosa rappresenta per lei?

«Il titolo vuole dire una cosa molto semplice e, allo stesso tempo, scomoda: la cella non è altrove, è di fronte a noi. È lì che la vediamo ogni giorno. E se scegliamo di non guardarla, quella diventa una nostra responsabilità, una forma di colpa collettiva».

Kento, cosa ha imparato dai ragazzi che ha incontrato nei laboratori nelle carceri minorili?

«Moltissime cose, ma una in particolare è rimasta centrale: si può essere liberi dentro e prigionieri fuori. Ho incontrato ragazzi chiusi fisicamente in una cella che, però, conservavano una forma di libertà mentale sorprendente. E, al contrario, persone formalmente libere che vivevano intrappolate in gabbie invisibili: paure, convenzioni, aspettative, ruoli sociali. Da loro ho capito che la libertà non è solo una condizione esterna, fisica. È soprattutto una costruzione interiore. E non è qualcosa che si possiede una volta per tutte: è un percorso, un esercizio, a volte una lotta quotidiana che può durare tutta la vita».

A suo parere, cosa manca oggi al sistema penale minorile italiano?

«Credo che il carcere minorile, così come lo conosciamo, sia un’istituzione profondamente anacronistica rispetto a una società che si definisce civile. L’idea che ragazzi di 14, 15, 16 anni vengano chiusi dietro sbarre, con porte blindate e controlli invasivi, è qualcosa che dovrebbe interrogarci profondamente come comunità. Per questo penso che dovremmo avere il coraggio di porci un obiettivo chiaro: immaginare un Paese in cui il carcere minorile non sia più necessario. Questo non significa banalizzare il problema o “lasciare andare” chi sbaglia. Al contrario: significherebbe costruire alternative strutturate, educative, capaci di intervenire prima e meglio. Perché l’assenza di carcere non può essere un vuoto. Deve essere un progetto. Un modello diverso di giustizia e di società, in cui la risposta non sia la reclusione del ragazzo, ma la sua possibilità concreta di cambiare strada».

In che modo l’arte, può offrire una seconda possibilità ai ragazzi che incontra nei suoi laboratori?

«L’arte, dal mio punto di vista, restituisce una cosa fondamentale: la possibilità di guardarsi dentro. Per molti di questi ragazzi la quotidianità è fatta quasi esclusivamente di adulti che dicono cosa fare. Per ore, per giorni, per mesi. Sono quasi sempre nella posizione di chi riceve ordini, indicazioni, giudizi. Raramente sono nella posizione di chi prende parola. E allora, anche solo per un momento, invertire questa dinamica è già un cambiamento enorme. Ovviamente questo ha senso solo se dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad ascoltare davvero».

Ha lavorato anche in contesti internazionali, come la Palestina con Hip Hop Smash the Wall. In che modo queste esperienze hanno influenzato il suo modo di intendere la musica e l’impegno sociale?

«Il paragone che fai è illuminante. La Palestina, per come l’ho vissuta io, è un luogo di forte oppressione, una condizione che qualcuno ha definito, non a caso, una sorta di “carcere a cielo aperto”. E lì ho incontrato ragazzi e ragazze molto giovani che, attraverso la scrittura e la musica, riuscivano a dare forma al proprio vissuto. Ho visto una lucidità emotiva e politica già molto sviluppata. Attraverso una penna e un microfono raccontavano la propria realtà: l’occupazione, il dolore, la violenza, ma anche la resistenza. In questo ho ritrovato qualcosa di familiare. Forse uno spirito mediterraneo comune, che attraversa le sponde e le storie. E lì ho capito ancora di più quanto il rap sia uno strumento potentissimo. In un certo senso, oggi fa quello che un tempo facevano i cantastorie nel Sud Italia: dava voce a ciò che altrimenti restava ai margini, nel bene e nel male».

Se potesse tornare indietro agli inizi del suo percorso artistico, quale consiglio si sentirebbe di dare a sé stesso?

«Gli direi di divertirsi, prima di tutto. Ma anche di non sprecare tempo, di restare presente, di guardarsi dentro e di guardarsi intorno».

Kento, qual è oggi la sua più grande sfida artistica?

«Portare fuori le voci dei ragazzi. È un lavoro che passa attraverso più linguaggi, ma che oggi trova nel teatro e nel tour la sua forma più diretta e urgente. È lì che si concentra gran parte del mio impegno per il 2026-2027: creare uno spazio in cui quelle storie possano arrivare al pubblico nel modo più vivo possibile. Mi farebbe molto piacere vedere alle date del Nord la partecipazione dei fuorisede, soprattutto dei meridionali che vivono fuori dal Sud. Sarebbe interessante capire se esiste davvero questo filo comune, questo spirito mediterraneo, che si riconosce nelle storie, nell’ascolto e nel modo di leggere la realtà».

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