Com’è oggi essere una giovane artista a Milano? Risponde Federica Balconi  

  • Postato il 14 febbraio 2026
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Milano è un contesto in cui formazione e lavoro si toccano continuamente. I confini sfumano: si impara facendo, si lavora studiando, si produce mentre si cercano tempo, spazio e concentrazione. Quella del giovane artista è una condizione provvisoria, fatta di passaggi, tentativi e continui aggiustamenti. La città non resta sullo sfondo, ma orienta le scelte, accelera o inceppa i processi. È dentro questo spazio confuso, denso e instabile, che oggi prende forma una pratica artistica. Non possiamo non chiederci, allora: com’è, oggi, essere un giovane artista a Milano? Federica Balconi (Monza, 1999) può darci qualche risposta. 

Intervista a Federica Balconi 

In che momento del tuo percorso ti senti oggi e che ruolo ha avuto Milano nel tuo sviluppo come artista?
Sono ancora all’inizio. Ho la sensazione di essermi mossa di pochi centimetri. Sarà un difetto professionale, ma più che un percorso orizzontale ne immagino uno verticale: in questo momento è come se stessi costruendo le fondamenta. Dopo il triennio a Bergamo, che ho vissuto come una fase di sperimentazione, arrivare a Brera ha rappresentato un cambio di prospettiva. Ho sentito l’esigenza di prendere quello che stavo facendo in modo più consapevole e professionale. Milano, in questo senso, mi ha aperto gli occhi. All’inizio per me era sufficiente realizzare un’opera ed esserne soddisfatta. Qui ho capito che il lavoro dell’artista non può restare chiuso nello studio, ma deve uscire e confrontarsi con spazi, contesti e situazioni più ampie. 

I miei archi inferiori, Milano, 2023
I miei archi inferiori, Milano, 2023

Quando dici che il lavoro deve uscire dallo studio, a cosa ti riferisci concretamente?
Opening, talk, seminari, fiere… in questa città sono a portata di mano. Io vengo da Gorgonzola (nell’hinterland di Milano), un comune molto tranquillo, e prima non avevo mai preso parte attivamente alla scena artistica emergente. Parlare con le persone, presentare il lavoro, confrontarsi con altre personalità sono aspetti che all’interno delle mura scolastiche possono essere trascurati, ma che rendono il lavoro concreto. Frequentare la città mi ha costretta, e di questo sono felice, a confrontarmi con la dimensione relazionale di questo lavoro. 

Come vivi il confronto continuo con questa realtà così dinamica?
In maniera conflittuale e autoironica. Sono sempre stata una persona riservata, molto concentrata sul lavoro, e non amo il caos. Da una parte Milano mi permette di restare informata, coltivare rapporti importanti e crescere come artista; dall’altra, a volte, mi ha fatta pensare di essere fuori posto. È una città schietta, capace di farti sentire “una fra tante”. In questi ultimi mesi vengo qui principalmente per raggiungere il mio studio e, la sera, una o due volte a settimana, per le inaugurazioni. In queste occasioni è sempre bello incontrare amici e capitare a cena da qualche parte per continuare a parlare di ciò che si è visto. 

NOTE 02, Milano, 2024
NOTE 02, Milano, 2024

Ci troviamo nel tuo studio. Qual è il tuo rapporto con questo spazio e perché hai scelto di averlo a Milano invece che a Gorgonzola? 
Lo utilizzo principalmente per ricevere persone e posizionare i lavori, per ragionarci nell’insieme. È il luogo in cui mostro il mio lavoro a galleristi e curatori e, diciamo che in questa fase iniziale del mio percorso, non chiederei a qualcuno di fare troppi chilometri per raggiungermi. È in condivisione con altre quattro persone e ci piace pensarlo come uno spazio aperto, in cui far accadere cose, come gli open studio. Per questo, oggi, essere a Milano ha senso per me, anche se in futuro immagino il mio studio in provincia. Ho sempre fatto fatica a separare i momenti dedicati alla produzione da quelli della mia vita privata; per questo mantengo anche uno spazio di lavoro a casa, una sorta di soffitta che utilizzo quando non riesco a raggiungere lo studio, visto che abito a circa quaranta minuti di distanza. Ho scelto la zona sud della città perché è facilmente raggiungibile in macchina, soprattutto quando devo trasportare lavori di grandi dimensioni. Guardare fuori dalla finestra e vedere dei campi mi piace molto. 

Ti va di raccontarmi un progetto su cui stai lavorando? 
Ultimamente mi sono appassionata all’idea di realizzare delle macchine impossibili. La mia famiglia è composta prevalentemente da ingegneri e, da piccola, giocavo spesso in un’officina meccanica, per cui molte forme che solitamente passano inosservate, per me sono familiari. Sto ragionando proprio su questo immaginario, selezionando forme che mi piacciono per creare macchine poco funzionali, che in qualche modo si avvicinino anche alla condizione umana, richiamando gesti teneri o affettivi. Per il momento ho realizzato Tuttotondo (2025), una fusione tra un cavallino da giostra e un compasso. Tutto richiama un movimento circolare, ma le due parti, pur restando immobili, suggeriscono due movimenti opposti. L’idea di un movimento solo suggerito mi interessa, perché è in grado di confondere chi guarda. 

Tuttotondo, Area Treviglio, Treviglio (BG), 2025. Photo Giovanni Anselmi Tamburini
Tuttotondo, Area Treviglio, Treviglio (BG), 2025. Photo Giovanni Anselmi Tamburini

All’interno della scena artistica emergente di Milano percepisci dinamiche di competizione? In che modo esperienze fuori dalla città, come la Biennale di Mulhouse del 2023 in Francia, ti hanno aiutata a mettere in prospettiva questo clima? 
Essendoci moltissimi artisti, è facile che si creino dinamiche di competizione, che personalmente trovo abbastanza nocive. A volte sembra che l’ambiente spinga a voler apparire sempre più forti degli altri; con alcuni amici artisti abbiamo iniziato a chiamarla, un po’ ironicamente, la logica dello “squalo urbano”. Allo stesso tempo, però, questa realtà permette anche di costruirsi una rete di sostegno e confronto, ed è su quella che cerco di concentrarmi. Uscire dalla città è stato importante anche per questo. Mulhouse, per me ha rappresentato una vera prova. Mi sono ritrovata da sola, in uno spazio molto grande, con pochi lavori e molte responsabilità. In un certo senso, quella è stata la mia prima personale: non sapevo da dove cominciare, i lavori erano molto grossi e non c’erano ascensori… è stato un disastro bellissimo e mi ha dato modo di riflettere su molte dinamiche. 

C’è stato un momento che ritieni particolarmente formativo per la ricerca che stai portando avanti? 
A tredici anni, dopo scuola, ho iniziato a passare molto tempo nella bottega di un artigiano specializzato in tecniche antiche e nel restauro. Mi ha insegnato a realizzare qualcosa partendo da ciò che si ha, anche quando le possibilità e i mezzi sono limitati. Era necessario conoscere la scienza dei materiali, le composizioni, inventare nuove miscele, arrivare alla giusta densità… forse è per questo che sono tanto legata alla materia. 

Custodi, Milano, 2024. Photo Simone Brambilla
Custodi, Milano, 2024. Photo Simone Brambilla

In opere come Custodi (2024) il materiale ha un peso diverso da quello che ci aspetteremmo… 
Il mio obiettivo è creare curiosità in chi guarda. L’idea di Custodi era quella di realizzare qualcosa che, per me, sarebbe impossibile da realizzare, ovvero due elementi decorativi in marmo del Duomo di Milano, con materiali alla portata di tutti. Li ho realizzati in cartone vegetale, che è un materiale da modellismo, molto semplice, molto fragile; una sorta di parodia dell’architettura: quello che dovrebbe essere un elemento architettonico imponente e resistente diventa un modellino, un falso. Mi interessa molto l’idea di truccare la materia, in questo caso, i due elementi di cartone sono ricoperti di carta giapponese, con particelle scure che richiamano la texture della pietra. Finti, che non pretendono di sembrare completamente realistici; apprezzo molto chi cerca di scoprirne il segreto. 

C’è un episodio, un incontro o una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno, in positivo o in negativo, nel tuo percorso da artista? 
Non è successo a Milano, ma in un certo senso ha avuto a che fare con il mio approccio alla città… Durante il mio primo anno di accademia un professore mi disse: “Federica tu sei troppo timida per fare l’artista”. Pensai: “Ok, allora mi tocca diventare brava”.

Margherita Filippi 

L’articolo "Com’è oggi essere una giovane artista a Milano? Risponde Federica Balconi  " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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