Chi ha plasmato gli Usa? Il Papa dice gli immigrati, il Pentagono risponde le guerre
- Postato il 14 luglio 2026
- Politica
- Di Blitz
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Un dibattito affascina gli Stati Uniti: quale forza ha veramente plasmato l'identità americana? Da un lato, Papa Leone XIV sottolinea il ruolo fondamentale degli immigrati nell'edificare la nazione, riconoscendo il loro contributo culturale e sociale. Dall'altro, il Pentagono sostiene che le guerre e le decisioni militari abbiano determinato la geopolitica e la potenza globale americana. Una prospettiva che divide storici, politici e osservatori sulla vera essenza della formazione nazionale statunitense.
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Ma insomma, chi ha “plasmato l’America?” Gli immigrati, come dice Papa Leone XIV, o le guerre, come sostengono i militari Usa? Andiamo per ordine e cerchiamo di vederci chiaro. Affrontando intanto anche altre faccende.
Il 4 luglio, giorno del 250esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza dall’Inghilterra delle 13 colonie iniziali degli attuali Stati Uniti d’America, Leone XIV ha voluto andare a Lampedusa e inchinarsi nel cimitero dei migranti affogati a migliaia nel Mediterraneo mentre dall’Africa e dal Medio Oriente tentavano – e tentano – di raggiungere l’Italia e l’Europa. E da Lampedusa ha voluto ricordare al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che “l’America è una nazione plasmata dagli immigrati“.
La puntata a Lampedusa e il monito a Trump sono stati applauditi universalmente. Tanto che in seguito nessuno ha criticato il silenzio del Papa nei confronti della distruzione e probabile annessione israeliana di villaggi cristiani nel Libano. Compresi i villaggi dove secondo la tradizione Gesù avrebbe predicato e compito miracoli mentre andava verso Tiro e Sidone. Il Papa ha lasciato che fosse Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, a indignarsi a gran voce per la decapitazione fatta da un soldato israeliano di una statua di Gesù e per altre profanazioni derisorie.
Silenzio anche sulla dichiarazione che nella vacanza a Castel Gandolfo dal 5 al 27 luglio il Papa avrebbe trascorso il tempo col tennis, la piscina e le passeggiate a cavallo. Cavallo purosangue arabo Proton allevato in Polonia. Annuncio che a immediato ridosso della puntata a Lampedusa di solidarietà coi migranti in fuga da guerre e fame e di denuncia delle loro stragi in mare non appare molto opportuno.
A parte questo, sorprende che anche Leone XIV – al secolo Robert Francis Prevost, nato a Chicago e con 20 anni da missionario in Sud America dove infine è diventato vescovo in Perù – anziché parlare di Stati Uniti parli di America come fanno un po’ tutti. Come se gli Usa fossero l’America per antonomasia, e la rappresentassero tutta, mentre invece tutti gli altri Stati americani, dal Canada al Cile e Argentina, compreso il Perù di Prevost vescovo, devono essere nominati col proprio nome. Quasi non fossero anche loro America. Che diremmo se l’Italia o la Francia o la Germania venissero chiamate sempre Europa anziché col proprio nome, e gli altri Stati europei invece tutti col proprio nome specifico?
Insomma, dire America anziché Stati Uniti o Usa è una generalizzazione sbagliata, tutto sommato anche un po’ umiliante per i Paesi per i quali si usa specificare che sono del Centro o del Sud America, anziché essere America tout court. Una generalizzazione comprensibile nella grande massa europea imbevuta dagli anni ’50 di film di Hollywood e jazz e poi anche di rock’n roll, ma non molto comprensibile per un Papa, per il quale tutti i Paesi sono o almeno dovrebbero essere eguali. Tanto più per un Papa che è stato missionario per 20 anni in Sud America, dove è anche diventato vescovo.
Insomma, una mancanza di tatto sottovalutata. Farlo notare può parere una questione di lana caprina, ma non nel caso di un cittadino Usa diventato Papa, per giunta dopo un ventennio vissuto ed esercitato in Sud America.
Leone XIV è orgoglioso delle sue origini statunitensi, si sente “figlio di una grande nazione” e il 3 luglio, collegato in videoconferenza dal Vaticano con una cerimonia che si svolgeva negli Stati Uniti a Filadelfia, ha indossato volentieri al collo la Medaglia della Libertà inviatagli per la solenne occasione. Alla vigilia della puntata a Lampedusa Leone XIV ha fatto un discorso appassionato al suo Paese natio e soprattutto a chi lo guida: “Da 250 anni l’America è sempre stata sinonimo di libertà, apriva le porte a ondate successive di immigrati, consentendo loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione”.
Di fatto, un messaggio contro la reimmigrazione tanto cara a Trump, ma anche al nostro primo ministro Giorgia Meloni ed estrema destra arrembante con il testa il già generale Roberto Vannacci diventato parlamentare europeo.
Sì, è vero, l’”America apriva le porte a ondate successive di immigrati”, ma è anche vero che per far posto a tali ondate successive di immigrati ha cacciato dalle loro terre milioni di indigeni, i famosi “indiani d’America”. Suscita inoltre una certa amarezza che Leone XIV parlando di immigrazione negli Usas non abbia accennato neppure lui e neppure vagamente al fatto che gli “immigrati” europei nell’intero continente americano per un bel pezzo sono arrivati come invasori. Colonizzatori violenti che hanno spogliato tutti gli indigeni, dal Canada all’Argentina, delle loro terre e a decine di milioni anche della vita. Decine e decine di olocausti e di popoli, lingue e culture fatte sparire. Una tragedia di proporzioni immani, che resta scolpita – oltre che nelle menti e nei cuori degli indigeni, ridotti nelle “riserve indiane” per far posto agli “immigrati” – anche in quasi tutti i nomi dei 50 Stati che compongono gli Usa. Nomi presi di sana pianta da quelli indigeni, come per esempio per lo Stato e il fiume Mississipi, che nella lingua degli Ojibwe, detti anche Chippewa, significava Il Grande Fiume.
Nessuno statista statunitense e tanto meno europeo ha mai chiesto perdono per secoli di invasioni in quella che è stata definita a lungo la Terra Promessa dei migranti dal Vecchio al Nuovo Continente. C’è stato solo un molto vago accenno di Bill Clinton quando il 24 aprile 1994 ha ricevuto alla Casa Bianca i capi delle comunità indigene, i capi delle “tribù indiane”. Un invito, quello di Clinton, al senso di “comunità”, “collaborazione” e “appartenenza comune”, che ha prudentemente e ipocritamente lasciato tutto il resto sotto il tappeto e nella Smemoria.
Nessun cenno da parte del Papa neppure alla lunga sfilza di guerre degli Usa, un centinaio contando anche le moltissime condotte senza dichiararle, guerre fatte sia per ingrandire il proprio territorio, per esempio col New Messico a spese del confinante Messico, e sia per “esportare la libertà e la democrazia”: dalla guerra di Corea alla Guerra Fredda e a quelle in Afganistan, Iraq, Grenada e ora in Iran. Con investimenti nell’industria degli armamenti dieci volte più grandi di quelli della Russia e con la conseguente occupazione lavorativa di più o meno 150 mila addetti. Tanto che con una gioco di parole c’è chi afferma che gli USA sono passati dal wellfare al warfare, che ne è la base. E che per questo hanno sempre bisogno di un nemico – definito il Nemico Necessario – per poter irrobustire sempre di più l’apparato militare, comprese le ricerche scientifiche da usare in guerra, perché traina di fatto anche lo sviluppo industriale, tecnologico e scientifico dell’intero grande Paese.
Il 2 febbraio 2020 il giornale Il Sole 24 Ore ha pubblicato un interessante calendario, dall’aspetto del gioco dell’oca, delle guerre Usa sotto il titolo “La storia militare degli Stati Uniti sembra un gioco ma non lo è”. Chi vuole essere sempre aggiornato sulle guerre statunitensi può consultare l’apposito sito delle forze armate “americane”.
Leone XIV, sorvolando sul come, afferma che “l’America è stata plasmata dagli immigrati”. Le forze armate Usa invece, con un apposito interessante podcast del proprio Centro di Storia Militare, dicono che è stata plasmata da loro, le forze armate, con le guerre. E ne tracciano orgogliosamente l’eredità: “How the army shaped America”.
Cosa concludere? A chi credere? Forse hanno ragione tanto Robert Francis Prevost quanto le forze armate USA, che certe cose le conoscono molto meglio di un Papa.
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