Che fine ha fatto Rui Barros: falegname mancato, il barbiere di Boniperti, il mentore Zoff e l’amico Altobelli
- Postato il 16 settembre 2026
- Di Virgilio.it
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Si presentò a Torino con biscotti e salsicce nella borsa, omaggio della mamma previdente che di figli ne aveva avuti nove, 4 maschi e 5 femmine, ma anche se in maglia bianconera Rui Barros ha giocato solo per due stagioni è rimasto un idolo delle curve. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo nel ’99 a 34 anni, Rui Barros ha lavorato come allenatore nelle giovanili e dirigente del Porto dopo il ritiro, e oggi vive in Portogallo dedicandosi a ruoli di osservatore e rappresentanza per il club lusitano oltre ad essere allenatore delle Legends del Porto.
Un falegname mancato
Il papà falegname avrebbe voluto insegnargli il mestiere e il piccolo (anzi piccolissimo perché l’altezza non è mai stato il suo forte) Rui per un po’ si dedicò a intagli e decori ma la sua passione era una palla di stracci cui diede i primi calci prima di mettersi sotto il cuscino la prima palletta di gomma. A Lordelo, dove nacque, divenne presto una star e lo notò il Porto: un’offerta per far parte delle giovanili dove si prevede solo il rimborso dell’autobus.
Scartato un po’ ovunque per il suo 1,60 di statura giudicato insufficiente nel 1987 avviene la definitiva esplosione: passa in presto al Varzim e con otto reti in ventidue partite convince il Porto a riportarlo alla base. Arriva il boom: 34 partite segnando 12 gol, contribuendo in maniera determinante ai successi della squadra che si aggiudicherà campionato, coppa, Coppa Intercontinentale e Supercoppa europea.
L’incontro con Zoff
Sliding door della carriera il 24 febbraio 1988, quando a Lisbona si gioca Portogallo – Italia, valida per le qualificazione olimpiche; allenatore della Nazionale Olimpica è Dino Zoff, il quale si accorge subito delle sue doti e quando di lì a breve diventa allenatore della Juventus, fa il suo nome come primo rinforzo per la squadra bianconera.
I capelli da tagliare
L’impatto non è dei più semplici, come raccontò lui stesso: «Avevo appena firmato il contratto con la Juventus. Tutto era sistemato. Il presidente Boniperti mi disse che nel club c’erano delle regole e una disciplina ben precise: io non parlavo molto bene italiano e faticavo a capire. Lui me lo spiegò meglio, facendo il gesto della forbice sui capelli: dietro la porta c’era già un barbiere per me, prima della presentazione alla stampa. Ne approfittai e alla fine grazie alla Juve ero anche più bello di prima…».
La carriera di Rui Barros
In attacco con Altobelli forma una bella coppia in campo e inizialmente condivide con Spillo anche l’appartamento. «Sì, è vero, sono stato molto fortunato, potevo finire a tagliare legna, invece faccio i gol nel campionato più bello del mondo e nel mio paese sono un idolo. Io, però, non perdo mai la misura della realtà, per questo continuo a stare con i piedi per terra, ad allenarmi con umiltà e serietà. Il calcio è un mondo fantastico ma ricco di insidie».
Bene il primo anno con 15 gol nelle varie competizioni, Rui Barros cambia ruolo l’anno dopo, segna solo 4 gol e viene ceduto. Si rifà al Monaco con cui vinse la Coppa nazionale nella prima annata sotto la guida di Arsene Wenger, arrivando poi in finale di Coppa delle Coppe la stagione seguente. Dopo un anno all’Olympique Marsiglia, tornò in patria nel 1994 per rivestire la maglia del suo Porto e diventarne definitivamente una leggenda, centrando l’impresa di vincere cinque campionati portoghesi consecutivi (dal 1994-95 al 1998-99), a cui si aggiunsero due Coppe del Portogallo (1997-98 e 1999-2000) e quattro Supercoppe Nazionali (1995, 1997, 1999, 2000). Nel 1999 all’età di 34 anni appenderà ufficialmente gli scarpini al chiodo.