Catania. “Aspettando la divina Luce” concerto sinfonico-corale: al Teatro Massimo Bellini il Magnificat di Bach e la Jupiter di Mozart
- Postato il 5 febbraio 2026
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- Di Paese Italia Press
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CATANIA – Uscire dalle tenebre, fugarne le ombre, cercare quel raggio luminoso – fisico ma soprattutto intellettuale – che per Dante è “letizia che trascende ogni dolzore”. Di questa visione si nutre il concerto Aspettando la divina Luce, titolo del solenne appuntamento sinfonico-corale che vedrà protagonisti l’Orchestra e il Coro del Teatro Massimo Bellini, impegnati in un programma che accosta due vertici assoluti della storia della musica. In sequenza verranno infatti eseguiti il “Magnificat” in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach, pagina monumentale del repertorio sacro barocco per soli, coro e orchestra, la Sinfonia n. 41 in do maggiore K 551 “Jupiter” di Wolfgang Amadeus Mozart, ultima e più alta sintesi del suo pensiero sinfonico.
Sul podio la direttrice d’orchestra Jera Petriček, alla guida di un ampio organico che include il Coro del Teatro Massimo Bellini, preparato dal maestro Luigi Petrozziello, e un prestigioso quartetto vocale composto da Alina Tkachuk e Ylenia Iasalvatore (soprani), Polina Shamaeva (contralto), Christian Collia (tenore) e Ugo Guagliardo (basso).
La luce, tema prescelto, è un’esperienza primaria e universale: segno della nascita e del mattino, strumento di orientamento, ciò che restituisce forma e rassicura quando il buio si ritira. Prima ancora che concetto filosofico o religioso, è un fatto umano. Forse per questo, da sempre, all’uomo è parso naturale affidarle il compito di dare senso alle cose: per chi crede è rivelazione divina, per chi cerca è chiarezza della mente, ordine che si ricompone.

Come sottolinea il sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano: “Cambiano i linguaggi e le epoche, ma resta intatta l’esigenza di attribuire significato alla bellezza e all’esistenza. Nessuna arte è allora più affine alla luce della musica, l’unica capace di trasformare un’idea in esperienza viva. La luce dei suoni non si vede, ma si percepisce con assoluta evidenza: nei timbri che si aprono, nelle armonie che si rischiarano, nei momenti in cui il caos trova improvvisamente ordine. Ogni grande pagina musicale è così un atto di luce.
E tra il sacro ufficio bachiano e l’Olimpo mozartiano, questo programma si configura come un pellegrinaggio spirituale ma anche laico verso la chiarezza, ricordandoci che la luce non è altrove, ma vive nell’armonia stessa, unica e possibile patria dell’uomo.”
In questo orizzonte si impone Johann Sebastian Bach, sovrano della musica barocca, nella cui opera la luce è architettura spirituale e ordine trascendente. Nel “Magnificat” in re maggiore BWV 243, una delle vette della musica sacra, questa luce assume forma compiuta. Bach ne realizzò due versioni: la prima in mi bemolle maggiore (1723), con interpolazioni natalizie; la definitiva in re maggiore, eseguita a Lipsia nel 1733 per la festa della Visitazione. La tonalità di Re, associata retoricamente alla gloria e alla regalità divina, non è scelta neutra, ma sostanziale.
Il “Magnificat” si articola in dodici numeri disposti con rigorosa simmetria rituale. Il coro iniziale, “Magnificat anima mea Dominum”, è una vera cattedrale sonora dominata da trombe e timpani. Al centro esatto dell’opera si colloca il duetto “Et misericordia”, dove la luce si fa intima e compassionevole. Da qui si sviluppa un arco che conduce alla glorificazione finale. Nel “Suscepit Israel”, su melodia gregoriana, Bach unisce tradizione antica e presente luterano, preludio alla fuga “Sicut locutus est”. Nel “Gloria Patri”, il ritorno tematico al principio su “Sicut erat in principio” suggella l’opera con un gesto di perfetta coerenza architettonica.
Con Wolfgang Amadeus Mozart la luce cambia prospettiva. Non più quella filtrata dalle vetrate di una cattedrale, ma una luce zenitale che illumina la ragione umana. La Sinfonia n. 41 in Do maggiore K 551, detta “Jupiter”, rappresenta l’apoteosi di questa nuova luce. Composta a Vienna nel 1788, conclude il trittico sinfonico finale di Mozart. Il soprannome, non autentico ma storicamente radicato, allude alla perfezione sovrumana dell’ingegno.
Il Do maggiore, tonalità della “luce bianca”, diventa lo spazio di una sintesi suprema. Nel primo movimento, Allegro vivace, fanfare eroiche convivono con una cantabilità flessuosa e inattese incursioni di stile buffo. L’Andante cantabile alterna introspezione e tensione drammatica; il Menuetto fonde grazia danzante e rigore formale. Ma è nel Molto allegro finale che la luce si compie: su un tema di quattro note derivato dall’inno gregoriano “Lucis creator optime”, Mozart costruisce un vertiginoso contrappunto quintuplo, sintesi perfetta di ordine, gioia e ragione.
Così, se Bach edifica la cattedrale del divino, Mozart ne trasporta l’infinito nella mente umana.
Concerto sinfonico-corale
Aspettando la divina Luce
Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini
Jera Petriček direttrice d’orchestra
Alina Tkachuk e Ylenia Iasalvatore soprani
Polina Shamaeva contralto
Christian Collia tenore
Ugo Guagliardo basso
Luigi Petrozziello maestro del coro
Programma
Johann Sebastian Bach
Magnificat in re maggiore per soli, coro orchestra, BWV 243
Wolfgang Amadeus Mozart
Sinfonia n. 41 in do maggiore, K 551, ‘Jupiter’
Sabato, 7 febbraio 2026, ore 20,30
Turno A
Domenica, 8 febbraio 2026, ore 17,30
Turno B
«Luce intellettual, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.»
Dante Alighieri, Paradiso XXX
La luce è un’esperienza primaria e universale: segno della nascita e del mattino, strumento di orientamento, ciò che restituisce forma e rassicura quando il buio si ritira. Prima ancora che concetto filosofico o religioso, è un fatto umano. Forse per questo, da sempre, all’uomo è parso naturale affidarle il compito di dare senso alle cose: per chi crede è rivelazione divina, per chi cerca è chiarezza della mente, ordine che si ricompone. Cambiano i linguaggi e le epoche, ma resta intatta l’esigenza di attribuire significato alla bellezza e all’esistenza.
Nessuna arte è più affine alla luce della musica, l’unica capace di trasformare un’idea in esperienza viva. La luce dei suoni non si vede, ma si percepisce con assoluta evidenza: nei timbri che si aprono, nelle armonie che si rischiarano, nei momenti in cui il caos trova improvvisamente ordine. Ogni grande pagina musicale è così un atto di luce.
In questo orizzonte si impone Johann Sebastian Bach, sovrano della musica barocca, nella cui opera la luce è architettura spirituale e ordine trascendente. Nel “Magnificat” in re maggiore BWV 243, una delle vette della musica sacra, questa luce assume forma compiuta. Bach ne realizzò due versioni: la prima in mi bemolle maggiore (1723), con interpolazioni natalizie; la definitiva in re maggiore, eseguita a Lipsia nel 1733 per la festa della Visitazione. La tonalità di Re, associata retoricamente alla gloria e alla regalità divina, non è scelta neutra, ma sostanziale.
Il “Magnificat” si articola in dodici numeri disposti con rigorosa simmetria rituale. Il coro iniziale, “Magnificat anima mea Dominum”, è una vera cattedrale sonora dominata da trombe e timpani. Al centro esatto dell’opera si colloca il duetto “Et misericordia”, dove la luce si fa intima e compassionevole. Da qui si sviluppa un arco che conduce alla glorificazione finale. Nel “Suscepit Israel”, su melodia gregoriana, Bach unisce tradizione antica e presente luterano, preludio alla fuga “Sicut locutus est”. Nel “Gloria Patri”, il ritorno tematico al principio su “Sicut erat in principio” suggella l’opera con un gesto di perfetta coerenza architettonica.
Con Wolfgang Amadeus Mozart la luce cambia prospettiva. Non più quella filtrata dalle vetrate di una cattedrale, ma una luce zenitale che illumina la ragione umana. La Sinfonia n. 41 in Do maggiore K 551, detta “Jupiter”, rappresenta l’apoteosi di questa nuova luce. Composta a Vienna nel 1788, conclude il trittico sinfonico finale di Mozart. Il soprannome, non autentico ma storicamente radicato, allude alla perfezione sovrumana dell’ingegno.
Il Do maggiore, tonalità della “luce bianca”, diventa lo spazio di una sintesi suprema. Nel primo movimento, Allegro vivace, fanfare eroiche convivono con una cantabilità flessuosa e inattese incursioni di stile buffo. L’Andante cantabile alterna introspezione e tensione drammatica; il Menuetto fonde grazia danzante e rigore formale. Ma è nel Molto allegro finale che la luce si compie: su un tema di quattro note derivato dall’inno gregoriano “Lucis creator optime”, Mozart costruisce un vertiginoso contrappunto quintuplo, sintesi perfetta di ordine, gioia e ragione.
Se Bach edifica la cattedrale del divino, Mozart ne trasporta l’infinito nella mente umana. Tra il sacro ufficio bachiano e l’Olimpo mozartiano, questo programma si configura come un pellegrinaggio spirituale ma anche laico verso la chiarezza, ricordandoci che la luce non è altrove, ma vive nell’armonia stessa, unica e possibile patria dell’uomo.
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