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Caso Orlandi-Gregori, Pelizzaro: “La verità è stata ostacolata da errori e piste sbagliate”

  • Postato il 24 luglio 2026
  • Politica
  • Di Blitz
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In sintesi

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Caso Orlandi-Gregori, Pelizzaro: “La verità è stata ostacolata da errori e piste sbagliate”

Il giornalista Giampaolo Pelizzaro è stato consulente della commissione parlamentare bicamerale Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Dopo essersi dimesso è rimasto a disposizione del presidente della commissione, senatore Andrea De Priamo. In questi giorni è uscito il primo volume del suo libro sul mistero della scomparsa delle due ragazze. Un lavoro quello di Pelizzaro che sarà presentato in senato nella mattinata di martedì 28 e che non può essere passato sotto silenzio e che merita quindi una approfondita intervista al suo autore.

È uscito il primo volume del suo libro intitolato “1983. Mirella Gregori, Emanuela Orlandi e l’istruttoria del giudice Martella sull’attentato al Papa”. Ciò vuol dire che ce ne sarà almeno anche un secondo. In uscita quando? La presentazione su Amazon parla oltre mille pagine, per l’esattezza 1.164. Solo il primo volume o in totale?

L’opera, pubblicata da Baldini + Castoldi, è organizzata in due volumi: il primo di 1.164 pagine è uscito il 19 giugno scorso. Il secondo volume, non so ancora di quante pagine, uscirà in autunno e porterà a compimento l’intera ricostruzione dei fatti, con l’individuazione di chi fece cosa. Nel corso della grande ricerca svolta sotto l’alta supervisione del giudice Ilario Martella sono emersi riscontri obiettivi, probatori come direbbero i magistrati, sugli autori del grande ricatto orchestrato sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

Il titolo suggerisce che tra la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori possa esserci un nesso. Che è stato però escluso dalla sentenza istruttoria del dicembre ’97 del magistrato Adele Rando. 

La sentenza-ordinanza di proscioglimento e archiviazione del 19 dicembre 1997 dell’allora giudice istruttore Adele Rando, che subentrò l’11 febbraio del 1990 al collega Martella nell’istruttoria formale sulla scomparsa delle due quindicenni, purtroppo pativa un vulnussignificativo nella ricostruzione dei fatti, partendo proprio dallo studio dei documenti divulgati da coloro che rivendicavano il rapimento della Orlandi e della Gregori. Peraltro, la ricostruzione dei fatti operata dalla giudice Rando non tenne conto, e questo è un vero mistero, di ciò che emergeva dalle rogatorie in Germania del collega Rosario Priore nell’ambito della terza istruttoria sull’attentato al Papa. In particolare mi riferisco ai documenti recuperati presso l’allora ente federale Gauck che aveva raccolto gli atti d’archivio del Ministero per la Sicurezza dello Stato dell’allora DDR, sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino. Queste due enormi lacune hanno, di fatto, impedito – tra il 1995 e il 1997 – di pervenire a delle verità particolarmente importanti sugli autori del grande ricatto che aveva come obiettivo quello di fermare il giudice Martella e di condizionare la condotta del suo testimone principale, il sicario turco Mehmet Ali Ağca in carcere condannato all’ergastolo il 22 luglio 1981, che due anni prima della scomparsa di Mirella Gregori aveva sparato al Papa in piazza San Pietro. Mirella Gregori venne seguita nei giorni precedenti la sua scomparsa e almeno due misteriosi giovani erano presenti il 6 maggio 1983 durante il rinfresco organizzato in occasione dell’inaugurazione del bar dei Gregori in via Volturno.

A favore della mancanza di collegamento tra i due casi c’è il fatto che gli asseriti “rapitori”, o sciacalli o mitomani che dir si voglia, per quanto riguarda Emanuela, scomparsa il 22 giugno 1983, sono entrati in scena già nei giorni successivi, se non il giorno stesso, mentre per Mirella, scomparsa un mese prima di Emanuela, sono apparsi invece solo dopo che il settimanale Panorama e il quotidiano il Messaggero ne hanno parlato – a fine luglio o ai primissimi di agosto – e pubblicato una sua foto con papa Wojtyla. Per giunta in un comunicato riguardo Mirella scrivono «chiediamo notizie». Come se non sapessero neppure che era scomparsa.

A collegare la scomparsa di Mirella con quella di Emanuela è stato per la prima volta, pubblicamente, il sedicente Fronte Turkesh, che fece pervenire il suo primo comunicato all’Ansa di Milano il 4 agosto 1983, nella stessa giornata in cui al Quirinale giurava il primo governo Craxi. In questo comunicato dattiloscritto compariva la seguente frase testuale: «Mirella Gregori? Vogliamo informazioni». Il senso esatto da attribuire a questa frase è l’opposto: Turkesh, rispondendo a una domanda, chiedeva a chi stava a Roma che fine avessero fatto fare alla Gregori. La sigla Turkesh è stata fabbricata dalla stessa organizzazione che aveva agito a partire dal 5 luglio 1983 con le prime telefonate di colui che venne ribattezzato l’«americano». Il caso di Mirella Gregori venne poi rievocato nelle lettere manoscritte diffuse a partire da domenica 4 settembre 1983, con la doppia operazione simultanea a via di Porta Angelica e nel furgone della Rai a Castel Gandolfo. In una successiva lettera spedita da Boston e recapitata il 26 ottobre 1983 alla redazione della CBS News di via dei Condotti, scritta dalla stessa mano che aveva vergato la missiva fatta ritrovare a Castel Gandolfo, l’entità dichiarava che il 7 maggio era stata rapita Mirella Gregori e che era stata tentata una trattativa segreta con il Vaticano, ma, così si recitava il documento, «emergeva ipso facto la volontà dei suddetti funzionari di non rapportare la questione alle alte gerarchie e seguitamente la non sensibilizzazione per lo stato delle cittadine trattenute». Questa lettera, in particolare, rivendicava il rapimento della Gregori e svelava l’esistenza di un filo conduttore con lo stesso Fronte Turkesh, che era entrato in azione il 4 agosto 1983.

Una cosa deve essere chiara, perché risulta per tabulas: coloro che rivendicavano il rapimento delle due ragazze non erano dei depistatori, o dei sicofanti come li ha definiti qualcuno, ma un’organizzazione che aveva in mano gli oggetti in possesso di Emanuela Orlandi al momento della sua scomparsa e informazioni riservatissime su Mirella Gregori (fra cui quella che la ragazza aveva avuto una sorta di litigio con il ragazzo di nome Massimo il giorno prima della sua sparizione, proprio nel bar di famiglia durante la festicciola per l’inaugurazione). Questa circostanza emerse molto tardi nelle indagini, ma dimostrava che chi telefonava con l’accento anglofono era in possesso di informazioni di prima mano, attinte sul posto 24 ore prima che Mirella svanisse nel nulla.

L’ex magistrato Ilario Martella, che ha firmato l’introduzione al suo libro e che come giudice istruttore si è occupato sia dell’attentato dell’81 del turco Alì Ağca a Papa Wojtyla che dei casi Orlandi Gregori, ha pubblicato anche lui un libro, dal titolo molto esplicito: “Emanuela Orlandi. Intrigo Internazionale”. E dal sottotitolo che può apparire se non presuntuoso almeno molto ottimista, se non troppo: “La verità che nessuno ha ancora raccontato sul mistero più oscuro della storia italiana”. La presentazione di tale libro va subito al sodo e ne indica la conclusione: “Smontate tutte le false piste spuntate in epoche più recenti, giunge all’unica soluzione possibile: i due casi fanno parte di un unico disegno criminale, di una gigantesca e articolata operazione di distrazione di massa compiuta da uno dei servizi segreti più efficienti e famigerati della Guerra Fredda: la Stasi tedesca”.  Questa conclusione collima con la sua?

Il giudice Martella ha firmato la prefazione al mio saggio, ripercorrendo i punti salienti del suo lavoro, come giudice istruttore, sia per la seconda inchiesta sull’attentato al Papa che per la scomparsa delle due ragazze. Per essere onesti e corretti, il giudice Martella vide un collegamento diabolico tra l’avanzare della sua istruttoria sull’attentato al Papa e la sparizione di Emanuela e Mirella e lo cristallizzò già nella sua ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio dei complici di Ağca (cinque turchi, compreso colui che aveva sparato a Wojtyla, e tre cittadini bulgari) del 26 ottobre 1984. Martella – fin dall’epoca – aveva intuito un collegamento diretto tra l’avanzare della sua istruttoria e le attività criminali messo in atto a seguito della scomparsa delle due ragazze. Quando, dopo la chiusura della terza istruttoria sull’attentato al Papa coordinata dal giudice Rosario Priore, emersero i primi documenti della Stati sull’Operation Papst, Martella si rese conto che quei suoi sospetti avevano un gravissimo fondamento di verità. Nel nostro lavoro di ricostruzione dei fatti così come si svolsero all’epoca, partendo dagli antefatti della primavera del 1982, è ulteriormente emersa una massa spaventosa di concatenazioni tra l’istruttoria sull’attentato al Papa e l’attività di coloro che rivendicavano il rapimento della Orlandi e della Gregori. Le conclusioni, seppure in forma sintetica, espresse da Martella nel suo libro “Intrigo internazionale” del 2024, hanno trovato straordinarie conferme mai emerse prima, sfuggite inspiegabilmente a tutte le inchieste della magistratura in questi quattro decenni. Il compianto giudice Ferdinando Imposimato, nei primi anni Duemila, aveva raccolto importantissime conferme direttamente da coloro che avevano avuto incarichi apicali nel MfS (Ministero per la Sicurezza dello Stato dell’ex DDR). Questo va detto, per dovere di cronaca.

Non le pare strano, se non assurdo, che gli asseriti rapitori di Emanuela, e di Mirella, non abbiano mai prodotto né una foto né almeno un riscontro certo e indiscutibile che dimostrasse di averle davvero nelle loro mani? Comportamento particolarmente strano per un servizio segreto che si è sempre ritenuto formidabile come la STASI della Germania Orientale.

Non è strano, è frutto di una prassi consolidata, soprattutto per alcuni tipi di apparati statali: quella di evitare di lasciare le proprie “impronte digitali” su determinate operazioni clandestine. Ripeto: coloro che rivendicavano il rapimento della Orlandi e della Gregori erano in possesso di materiali, oggetti (e anche un nastro con la voce incisa di Emanuela che rispondeva ad apparenti domande innocue) in possesso della giovane cittadina vaticana al momento della sua scomparsa o, peggio, di informazioni dettagliatissime su Mirella Gregori che solo lei e pochissimi altri potevano conoscere. Questo dimostra che i presunti rapitori erano arrivati molto (troppo) vicino alle due vittime per non essere implicati con la loro sparizione. Non hanno mai rilasciato prove definitive sull’esistenza in vita o della morte dei giovani ostaggi perché serviva mantenere vivi i due casi, così come effettivamente è accaduto. Si sono lasciati il margine operativo per proseguire con la loro grande operazione destabilizzante (come la definiva il SISDE nel 1983) che, in primo luogo, serviva per gettare una luce sinistra, sospetti gravissimi, sul Vaticano e sul Papato. E così è stato… Sottovalutare o sminuire l’azione di coloro che rivendicavano il rapimento della Orlandi e della Gregori è, a mio avviso, un gravissimo errore metodologico, perché queste entità non solo riuscirono a lasciare a piedi un intero sistema investigativo e giudiziario così come non era mai accaduto prima in casi di sparizione o sequestro di persona, ma soprattutto perché alla data del 5 luglio 1983, ad appena 48 ore dal primo appello di Giovanni Paolo II, erano in possesso dei materiali, dei nastri e delle informazioni vitali su Emanuela Orlandi. Questo dimostra che era tutto organizzato e pianificato. Non erano depistatori, anche perché non c’era nulla da depistare, visto che le indagini sul caso Orlandi rimasero, per mesi, solo atti relativi alla scomparsa di una minore, senza alcuna pista o ipotesi di scenario prevalente.

Quando nel 2001 o 2002 ho parlato con l’allora ancora magistrato Martella ho constatato che era chiaramente convinto, e mi ha spiegato i perché, che almeno la scomparsa di Emanuela era stata se non realizzata almeno sfruttata dalla STASI e dai servizi segreti degli altri Paesi allora comunisti, come la Bulgaria e la stessa Russia-Unione Sovietica. E con me Martella si è lamentato del fatto che “Sica ha fatto poco o niente perché era convinto che si trattasse di una storia tra Emanuela e lo zio”, Mario Meneguzzi. Parole che quando le ho riferite all’avvocato degli Orlandi, Gennaro Egidio, non lo hanno sorpreso neanche un po’ e non ne ha dissentito.

Confermo quelle parole del dottor Martella, che le ha più volte ripetute anche a me, aggiungendo che quando – nel marzo del 1985 – con la formalizzazione dell’istruttoria sulla scomparsa della Orlandi e della Gregori, divenne titolare delle indagini, a suo parere il sostituto procuratore Sica aveva fatto poco o nulla nell’anno e mezzo in cui era stato titolare dell’istruttoria sommaria. Secondo Martella, Sica non profuse un impulso decisivo alle indagini, sintetizzando la questione con questa frase: «Venne fatto poco o nulla». Non so se il dottor Sica fosse realmente convinto di un personale coinvolgimento di Mario Meneguzzi, nella scomparsa della nipote Emanuela Orlandi. Gli atti dell’istruttoria sommaria ci raccontano come in un primo momento emerse questo sospetto, e siamo alla fine dell’estate del 1983, ma che poi – a seguito degli accertamenti delegati al Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma – questi sospetti svanirono, tanto che lo stesso Sica non sentì mai l’esigenza di interrogare Meneguzzi proprio sui suoi spostamenti nella giornata del 22 giugno 1983, sui precedenti scabrosi con la nipote Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, e sul suo ruolo di portavoce della famiglia Orlandi dal 23 giugno al 22 luglio 1983.

Lei è stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta Orlandi e Gregori. Mi risulta che lei assieme a Tommaso Nelli sia il consulente che si è più impegnato, senza mai risparmiarsi. Mi risulta anche che le domande suggerite da alcuni consulenti ad alcuni parlamentari non siano mai state prese da questi nella dovuta considerazione, e che sono state spesso ignorate in massa. 

Sono stato nominato consulente della Commissione su volere del presidente Andrea De Priamo, tenuto conto che mi occupo di questi due tragici casi di scomparsa dal 1993 e non ho mai smesso di indagare come giornalista. Era la terza esperienza per una Commissione parlamentare d’inchiesta e sapevo come e dove cercare ciò che sarebbe servito per la ricerca della verità. Rispetti alle due precedenti esperienze, tuttavia, la possibilità di svolgere ricerche all’esterno da parte dei consulenti è stata inibita e quindi molti filoni di ricerca sono rimasti lettera morta. È vero che come consulente preparavo il capitolato delle domande in vista delle varie audizioni. Così ha fatto e continua a fare anche Tommaso Nelli, che entrato in Commissione tempo dopo di me, che sono stato uno dei cinque primi consulenti ad essere stati nominati. Poi sono entrate decine di altri consulenti.

Perché si è dimesso da consulente?

Le ragioni che mi hanno deciso a dimettermi le ho espresse in una lettera privata all’allora presidente Andrea De Priamo e poi riassunte in un mio intervento pubblicato sulla rivista Storia in Rete, diretta dall’amico Fabio Andriola. Per chi fosse interessato, rimando a quel testo divulgato il 24 maggio 2025 con questo titolo “Commissione Orlandi-Gregori, Pelizzaro: «Ecco perché mi sono dimesso da consulente»”. Uno fra i tanti motivi era legato al fatto che in Commissione agivano una o due “talpe” che riferivano, nei momenti più delicati dell’attività istruttoria, gli esiti del lavoro ad alcuni soggetti per i quali era in programma la loro audizione a San Macuto, così facendo fornendo loro un vantaggio del tutto illegale. Coloro che dovevano essere sentiti dalla Commissione avevano così la possibilità di conoscere in anticipo i temi sui quali c’era dell’interesse e questo avrebbe, inevitabilmente, inquinato la loro testimonianza e quindi gli stessi resoconti stenografici. Spesso anche le domande poste durante le audizioni contenevano la risposta o informazioni da non rendere note e pertanto per l’audito di turno era assai facile uscire dall’angolo, avendo la possibilità di ripetere quanto aveva appreso dalla stessa domanda. Anche questo avrebbe inevitabilmente inquinato i resoconti stenografici. Gli storici e i ricercatori del futuro, dedicandosi ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta, troveranno notevoli difficoltà nel valutare la bontà delle testimonianze rese al Parlamento, non potendo individuare il confine tra quanto è stato raccontato come reale frutto dell’esperienza della persona e quanto, invece, è stato introdotto condizionando o manipolando, inconsapevolmente o meno, le testimonianze degli auditi, attraverso il testo delle domande a loro rivolte. È la sindrome della domanda inquinata e inquinante: di che colore è il cavallo bianco di Napoleone? Il valore delle testimonianze veniva inquinato anche da domande come «che ne pensa di questo o di quello?». In quel modo, si perdeva totalmente la genuinità del racconto inteso come il riferire fatti e circostanze conosciute realmente dalla singola persona, risalenti all’epoca e non apprese anni dopo, magari leggendo giornali o social. Questo modo di procedere mi ha lasciato molto perplesso e per tale ragione ho preferito rinunciare alla collaborazione, non volendo apparire, un domani, come uno di coloro che avevano favorito o assecondato questa prassi deleteria.

Il lavoro svolto come consulente le è tornato utile per il suo libro?

No. Per la Commissione ho scritto molti elaborati e relazioni, ma il lavoro era stato da me già fatto in precedenza, molto tempo prima che iniziassi il mio incarico di collaboratore. La mia ricerca era iniziata in modo sistematico nel 2005. Ma la svolta c’è stata con il lavoro a tavolino svolto insieme al giudice Martella, quando abbiamo ripercorso, giorno dopo giorno, l’avanzare della sua istruttoria. È stato in quel frangente che sono emerse quelle concatenazioni tra la sua inchiesta e l’attività di chi rivendicava il rapimento di Emanuela e Mirella che hanno, finalmente, fornito i riscontri e la chiave interpretativa degli eventi. Tra il 2024 e il 2025 ho cercato di attirare l’attenzione della Commissione su alcune emergenze istruttorie, ma ho potuto riscontrare uno scarso interesse se non proprio del totale disinteresse, poiché si erano già cristallizzate le varie “piste” più di moda, come quella sulla Banda della Magliana, sul coinvolgimento del Vaticano, sulla pista familiare, su Marco Accetti e su altre ipotesi di scenario scandite dalla grancassa dei media e dei social. Non credo che sia un buon metodo di lavoro quello di avanzare nella ricerca pensando di avere già la verità in tasca. Mi preoccupo quando le convinzioni personali anticipano qualsiasi giudizio di merito solo perché una persona ha un convincimento spesso frutto, magari, di un pregiudizio ideologico. Sono stato il primo cronista in Italia a scrivere della cosiddetta “pista vaticana” alla fine del 1993, nell’ambito dell’istruttoria della giudice Adele Rando, Nel tempo, però, esaminando con serenità e severità di giudizio, ho dovuto rivedere quelle mie posizioni, arrivando a trovare ampissimi elementi che stornavano ogni sospetto dalla Curia e dal Vaticano, nonostante alcuni singolari comportamenti della Santa Sede nel corso degli anni. La cosiddetta “pista vaticana” venne costruita dall’esterno per coinvolgere il Papa polacco in un diabolico ordito dal quale non sarebbe mai più uscito pulito. Quell’ombra avrebbe gravato per sempre sul suo pontificato. Le radici di quella operazione hanno – decenni dopo – fatto crescere la mala pianta della nuova pista poi divulgata con la docuserie Vatican Girl di Netflix (ottobre 2022). I dati obiettivi, le prove e la corretta ricostruzione di ciò che accadde realmente all’epoca dimostra tutto il contrario, ma questa verità non piace e non va di moda…

Non ho ancora avuto modo di leggerlo, ma un mio amico mi ha detto che lei ha scritto di essersi infiltrato con un altro giornalista in un giro di film più o meno porno e di avervi appreso che Emanuela era stata ingaggiata in quel giro. Che rapporto c’è tra tale ingaggio e la scomparsa? A me pare assurdo realizzare un film porno nel quale si vede che vi prende parte una ragazza sparita. Mi pare un bel regalo per magistrati, polizia e carabinieri. 

Tra il 1994 e il 1995, insieme all’amico Giuseppe Cruciani, ci eravamo messi in testa di scrivere un libro sul caso Orlandi. E fra le varie ipotesi che ci vennero messe di fronte c’era quella che era stata battuta già alla fine del luglio 1983 con il segmento di indagine sul regista Bruno Mattei. Arrivammo a contattare persone del sottobosco cinematografico romano, in particolare dei musicisti che componevano le musiche di certi film, ma non venne fuori nulla di concreto. Un altro binario morto delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Storie ai limiti del verosimile, come la cosiddetta tratta delle bianche… Era come un demenziale Gioco dell’Oca, nel quale si tornava sempre alla casella di partenza…

Il suo libro è una sorprendente, grande e approfondita ricostruzione di un periodo storico dell’Italia comunque interessante, e delicato, anche a prescindere dagli eventuali legami con le scomparse delle due ragazze. Quali sono gli aspetti a suo avviso più importanti e inquietanti di quel periodo storico?

“1983” è la più approfondita, dettagliata e meticolosa ricostruzione del triennio 1982-1984. Per cercare di capire cosa fosse accaduto, mi sono sempre dato l’imprescindibile metodo di ricostruire i casi mantenendoli nel contesto in cui erano maturati. E così ho ripercorso le inquiete stagioni della politica del 1982, con i giganteschi scandali dei rapporti tra IOR e Banco Ambrosiano, la morte di Roberto Calvi a Londra, la doppia nascita della cosiddetta “pista bulgara” per l’attentato al Papa, il caso Tortora, le grandi inchieste sulla criminalità romana (che proprio in concomitanza con la scomparsa di Mirella Gregori videro la cattura di personaggi di primo piano della Banda della Magliana, fra cui il noto Maurizio Abbatino, per cui, alla data della sparizione di Emanuela Orlandi, l’organizzazione criminale era stata di fatto disarticolata), le inchieste sui collegamenti tra Brigate Rosse e servizi segreti bulgari durante il sequestro del generale statunitense della NATO, James Lee Dozier, l’avvento del primo governo Craxi, la ripresa dell’offensiva geopolitica di Giovanni Paolo II con il secondo viaggio in Polonia, e così via. Tutto è stato passato al setaccio e ricollocato sulla scena degli eventi. Si crearono così le condizioni di quella che nel libro definisco «la tempesta perfetta», nella quale vennero risucchiate due giovani ragazze di 15 anni…

Può sintetizzare quali sono a suo avviso i legami del periodo in questione con la scomparsa delle due ragazze?

Sono cinque i grandi fenomeni che hanno creato le condizioni della «tempesta perfetta»: il durissimo scontro la Santa Sede e governo italiano sui rapporti tra IOR e Banco Ambrosiano dopo la morte di Calvi, l’offensiva a Est di Wojtyla con il secondo viaggio in Polonia (16-23 giugno 1993), l’istruttoria del giudice Martella sull’attentato al Papa e la sua imminente rogatoria internazionale a Sofia (11-18 luglio 1983), l’inchiesta sui collegamenti tra Brigate Rosse e servizi segreti bulgari tra il 1981 e il 1982 e gli sviluppi delle inchieste parlamentari sulla Loggia P2. La situazione interna italiana era magmatica, scossa sotterraneamente dall’iperattivismo di Giovanni Paolo II che tornava in Polonia proprio mentre il giudice Martella puntava a Sofia per l’istruttoria sull’attentato al Papa. Questo fece scattare l’allarme rosso e le conseguenti misure attive, stabilite nel corso di un vertice segreto tenutosi a Berlino Est dal 14 al 16 marzo 1983…

Lei sa che in Italia scompaiono ogni anno decine di minorenni e di maggiorenni. Dall’83 ad oggi sono migliaia. Perché sarebbero state utilizzate solo quelle due scomparse per quello che Martella definisce «un unico disegno criminale, di una gigantesca e articolata operazione di distrazione di massa»?

Qui è stato molto utile il lavoro di verifica della Commissione Orlandi-Gregori: è stata fatta chiarezza della fantomatica tratta delle bianche e della asserita presenza di un adescatore o assassino seriale di minorenni. Era stato trasmesso in Commissione una sorta di studio di un criminologo che, sulla base di un elenco di 177 giovani scomparse tra Roma e provincia risalente all’agosto del 1983 (richiesto dalla Questura di Roma proprio dal pm Domenico Sica), aveva immaginato di aver scoperto l’esistenza di un maniaco seriale, perché molte ragazze erano scomparse in una sorta di “Triangolo delle Bermude” urbano, intorno al Vaticano. Fatte le verifiche e aggiornati i dati di quelle 177 denunce di scomparsa si è scoperto che tutte le ragazze vennero ritrovate o tornarono a casa, tranne Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Non c’era pertanto nessuna tratta delle bianche o serial killer di minorenni… Un’altra leggenda metropolitana dissoltasi nel nulla.

«Distrazione di massa» da cosa? Di cosa gli italiani non dovevano accorgersi? A cosa non dovevano prestare attenzione? 

Questa della «distrazione di massa» è una formula adottata dal giudice Martella nel suo ultimo libro del 2024, ma che non rientra nel mio saggio. I motivi alla base della grande operazione di ricatto e destabilizzazione operata da coloro che rivendicavano il rapimento della Orlandi e della Gregori erano intimamente collegati all’esigenza, vitale, di fermare Martella e la sua istruttoria, alleggerire la posizione di Sergej Antonov in carcere dal 25 novembre 1982 e, in particolare, condizionare la condotta del testimone principale dell’inchiesta, il turco Ali Ağca, che dal 1° maggio del 1982 si era aperto alla collaborazione con la magistratura italiana, facendogli credere che c’era qualcuno che si stava muovendo all’esterno del carcere per ottenere la sua liberazione. E Ağca, che ha sempre avuto le antenne molto sensibili, iniziò subito a tirare i remi in barca e a ritrattare le accuse ai complici bulgari.

Una delle ipotesi man mano apparsa in campo è che Emanuela sia stata rapita dalla malavita, preferibilmente dalla mitica e mitologica Banda della Magliana, per farsi restituire le enormi cifre depositate nella banca vaticana IOR e da questa dilapidate nel lungo sostegno voluto da papa Wojtyla alla lotta dei polacchi contro il comunismo e il potere dell’Unione Sovietica sulla natia Polonia. Soldi spesi anche per finanziare i gruppi paramilitari di estrema destra chiamati Contras organizzati dagli USA per abbattere il governo rivoluzionario di sinistra del Nicaragua, punto di riferimento per movimenti di massa di altri Paesi del Sud America. Ma come è possibile che di questi depositi, multimiliardari in lire, nessuno è mai stato in grado di esibire oltre alle proprie private convinzioni neppure l’ombra di una ricevuta? Chi è che deposita o presta quattrini, per giunta in quantità enorme, senza farsi dare delle ricevute o comunque degli attestati di garanzia? Specie con una banca chiacchierata come lo IOR, utilizzata anche come riciclatrice di soldi di origine illegale. Lei lo farebbe? 

Sulla Banda della Magliana ho già risposto: tra il 6 e l’8 maggio 1983 la cosiddetta Banda della Magliana, compreso Maurizio Abbatino, venne disarticolata da una serie di arresti compiuti dalla Polizia. Rimase in circolazione il solo Enrico De Pedis, anche lui colpito da un mandato di cattura, ma riuscendo a rendersi irreperibile. Quindi questa parte della storia possiamo archiviarla, insieme al presunto coinvolgimento di don Piero Vergari, all’epoca dei fatti rettore della Basilica di Sant’Apollinare. Il 14 luglio 1983, Vergari scrisse una durissima lettera di lamentela a padre Stanislao (Stanisław Dziwisz), segretario particolare di Giovanni Paolo II, denunciando quanto a suo dire accadeva all’interno della scuola di musica “Ludovico da Victoria”, frequentata da Emanuela Orlandi. Se fosse stato in qualche modo coinvolto nella scomparsa della quindicenne vaticana, Vergari sarebbe stato così ingenuo ad attirare su di sé e sulla stessa scuola di musica l’interesse del Papa in persona e degli stessi vertici della Curia, nel momento più caldo nelle indagini? Altra leggenda metropolitana, ripetuta in tutti questi anni, è l’ipotesi che il movente dietro all’opera dei sedicenti rapitori della Orlandi fosse legato al contenzioso IOR-Banco Ambrosiano. Peccato che questa vertenza, che andava avanti dal 1982 (dopo la morte di Calvi), venne risolta dall’accordo tombale del 25 maggio 1984 con il quale la banca vaticana versava, a titolo di contributo volontario, ai creditori dell’Ambrosiano 250 milioni di dollari per chiudere definitivamente la lite. Ma coloro che rivendicavano il rapimento delle due ragazze proseguirono nella loro attività cospirativa anche dopo il 25 maggio 1984, dimostrando così che anche questa ipotesi era ed è del tutto destituita di fondamento.

Sono un cultore del “rasoio di Occam”, secondo il quale quando per spiegare un fatto ci sono varie ipotesi quella più probabilmente vera è quella più semplice di tutte. E l’ipotesi più semplice di tutte riguarda lo zio Mario Meneguzzi. Per non annoiare né lei né i lettori non le elenco quelli che possono essere indizi. Mario Meneguzzi è sicuramente innocente, anzi innocentissimo, ma ci sono elementi che andrebbero presi in esame, cosa che non ha fatto mai nessuno, né magistrati, né polizia, né carabinieri né la commissione parlamentare, alla quale li ho elencati tutti anche per iscritto. Per l’esattezza sono otto gli indizi che pesano su Meneguzzi. Lei in qualità di consulente dovrebbe averli letti. Cosa ne pensa? 

L’ipotesi del coinvolgimento diretto e personale dello zio di Emanuela Orlandi è trattata in modo molto analitico del mio libro. Ogni movimento, passaggio e dettaglio sulla condotta di Mario Meneguzzi è stato vagliato e analizzato a fondo. Resta uno dei grandi dubbi della vicenda, tenuto conto di quanto emerse all’epoca dalle indagini svolte dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma. Questi indizi, seppur molto suggestivi, a mio parere non riescono però a superare il muro dei fatti, e cioè di ciò che realmente accadde a partire dalla sera del 22 giugno 1983, quando Meneguzzi la notte tra il 22 e il 23 giugno tornò a Roma proveniente da Torano per installarsi a casa Orlandi in Vaticano al fine di aiutare i genitori di Emanuela nel sostenere l’immane impatto del mancato rientro a casa della figlia. Quello che accade tra il 23 e il 30 giugno non è compatibile con un presunto coinvolgimento di Mario Meneguzzi, tenuto conto che viveva in simbiosi di Ercole Orlandi (dormivano insieme nello stesso letto e si davano il cambio accanto al telefono, in attesa di una telefonata). Anche quello che accadde a partire dal 1° al 22 luglio risulta incompatibile con un presunto ruolo di Meneguzzi nella sparizione della nipote. Agire in quelle condizioni, a strettissimo contatto con i genitori della ragazza, esponeva lo zio a uno screening totale dal quale non poteva scamparla un eventuale colpevole. Avrebbe, prima o poi, commesso un piccolo errore, avrebbe pronunciato una parola sospetta che avrebbe potuto tradirlo in qualsiasi momento. Quando ho ricostruito, ora per ora, giorno dopo giorno, cosa accadde in casa Orlandi ho avuto un quadro molto più chiaro della situazione. Non c’è tuttavia dubbio che la figura di Mario Meneguzzi è assai complessa e ricca di zone d’ombra, a partire dai suoi rapporti di amicizia intima con il suo superiore gerarchico alla Camera dei Deputati, il noto dottor Mario Peruzy. Va sfatata anche un’altra cosa: i primi che misero Meneguzzi e la sua famiglia al centro dell’interesse investigativo non furono né la Polizia né i Carabinieri, ma gli uomini del Raggruppamento Centri del SISDE, che presentarono – il 22 luglio 1983 – all’allora vice direttore operativo del servizio, Vincenzo Parisi, una prima dettagliata relazione, nella quale veniva lumeggiata anche e soprattutto la figura del figlio di Mario, Pietro Meneguzzi. Le informazioni raccolte erano talmente delicate che lo stesso Parisi le comunicò, nero su bianco, al governo nella stessa giornata.

Mario Meneguzzi ha dichiarato ai giornali che lui era partito appunto per Torano il giorno prima della scomparsa di Emanuela e che ci era andato con sua figlia Monica, sua moglie Lucia Orlandi, sorella di Ercole padre di Emanuela, e la cognata Anna Orlandi, anche lei sorella di Ercole. La cosa enormemente strana è che nessuno ha mai interrogato né il Meneguzzi né le tre donne. L’alibi di zio Mario può quindi essere vero, ma può anche essere falso. Non crede?

Esatto, questo è il passaggio istruttorio che manca e che deve essere in qualche modo spiegato. Se è vero che Domenico Sica, anche sulla base delle informazioni raccolte dal SISDE, iniziò a interessarsi a Meneguzzi, è altrettanto vero che, dopo gli accertamenti delegati ai Carabinieri del Reparto Operativo, non ritenne più opportuno interrogare Meneguzzi, la moglie, i figli e lo stesso dottor Peruzy. Non credo assolutamente che Sica volesse coprire qualcuno. Se non ha dato seguito alla cosa ciò significa che quel filone d’indagine non portava da alcuna parte e non aveva alcuna attinenza con la scomparsa di Emanuela.

Meneguzzi a Santa Marinella, dove aveva la casa al mare, ha il sospetto di essere pedinato. Non si rivolge però all’avvocato, Gennaro Egidio, né al magistrato, polizia e carabinieri, ma chiede conferma al giovane amico poliziotto Giulio Gangi, da poco entrato nei servizi segreti civili e innamorato cotto, non corrisposto, di Monica Meneguzzi, la bella figlia di zio Mario. Gangi farà l’errore madornale di avvertirlo che la targa dell’auto dei pedinatori era “coperta”, cioè di organi di polizia. 

Per essere precisi, Giulio Gangi non era un poliziotto. Era un auditore (un agente appena assunto) del SISDE al quale il servizio aveva consegnato un tesserino della Polizia di Stato per poter operare con una valida copertura. Era un vecchio amico dei Meneguzzi, soprattutto aveva un forte debole per Monica Meneguzzi, la cugina di Emanuela. La circostanza del presunto pedinamento di Mario Meneguzzi non risulta in atti, non ci sono relazioni di servizio della Squadra Mobile, quindi è altamente probabile che lo zio di Emanuela fosse stato “attenzionato” dagli uomini del SISDE, ma questo tra la seconda e terza settimana di luglio del 1983. Pima di quella data, non esiste alcun atto che documenti un qualche interesse istituzionale-investigativo nei confronti di Meneguzzi. Anche la storia che Gangi si fosse interessato ai pedinamenti del Meneguzzi non trova alcuna conferma negli atti. Quindi resta una circostanza senza conferma cartacea. Gangi, da parte sua, fece quel che poté, esagerando sbagliando, ma mai con l’intento di depistare o peggio coprire colui che poteva essere il principale responsabile della scomparsa di Emanuela. Gangi conosceva bene i Meneguzzi, e se avesse carpito o colto qualcosa di anomalo, di strano, non credo che potesse tenerlo per sé o peggio comportandosi da complice di fatto. Questo lo escludo nella maniera più assoluta. Gangi era un pasticcione, sì, ma non un depistatore o un criminale. Peraltro Gangi venne esautorato a partire dal 5-6 luglio del 1983.

La circostanza dell’essersi rivolto a Gangi è stata confermata da Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, nella sua audizione nella commissione parlamentare ed è stata ammessa anche da Pietro Orlandi nel suo gruppo Facebook dedicato a Emanuela. Un errore a causa del quale il magistrato Sica si rende conto che è diventato impossibile indagare seriamente sul Meneguzzi.

Credo di aver già dato una risposta su questo. Domenico Sica era dotato di un fiuto e di una mente inquisitoria straordinaria, brillantissima, capace di cogliere in un attimo il bandolo della matassa. Non amava scrivere, era particolarmente avaro da questo punto di vista. Era iper ermetico, sintetico e minimale, avanzava con la logica del cosiddetto “osso di seppia”, il suo ragionamento era sottilissimo e definitivo. Godeva della massima stima degli organi investigativi e sapeva tutto. Se non ha dato seguito al filone Meneguzzi ciò significa che, alla fine, si rese conto che quello era un altro binario morto.

In questi giorni è stato pubblicato anche il libro intitolato “Vatican Files”, scritto dal disegnatore Emanuele Fucecchi, con prefazione del giornalista Luca Telese e con il seguente sottotitolo: “La pista inedita del caso Orlandi tra servizi segreti, cinema satanico e finanza vaticana”. Insomma, anche Fucecchi afferma di avere trovato il bandolo della matassa. L’ennesima pista “risolutiva” del mistero Orlandi. 

Non ho letto l’opera del disegnatore Fucecchi e quindi non posso esprimere un parere. Se ha veramente scoperto e trovato questi asseriti «Vatican Files» li rendesse noti, facendoci sapere come, dove e quando li ha trovati. Se, al contrario, questi «Vatican Files» non esistono in quanto tali, rispetto a quanto sappiamo e conosciamo, allora potremmo archiviare anche quest’ultimo libro e la pista a cui fa riferimento. Negli ultimi anni tanti giornalisti, scrittori e presunti esperti hanno, di volta in volta, annunciato «verità inconfessabili» soprattutto sul caso Orlandi, ma nessuno di loro ha mai portato alla luce un solo elemento di novità, suffragata da riscontri probatori validi e verificabili, su questi due casi di scomparsa. Due vicende abnormi costellate di così tante anomalie da costituire un unicum nei casi di scomparsa o rapimento e uno dei più grandi misteri della storia recente. Una matrioska diabolica che può essere svelata soltanto adottando un rigoroso metodo di ricerca, il più distante possibile dalle partigianerie e dalle piste preconfezionate.

L'articolo Caso Orlandi-Gregori, Pelizzaro: “La verità è stata ostacolata da errori e piste sbagliate” proviene da Blitz quotidiano.

Autore
Blitz

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