Caso De Tursi, parla la madre dello scomparso: «A Strongoli molti sanno e tacciono»
- Postato il 1 agosto 2026
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Caso De Tursi, parla la madre dello scomparso: «A Strongoli molti sanno e tacciono»
Intervista alla madre di Gabriele De Tursi, il giovane scomparso nel nulla da Strongoli 13 anni fa: «Restituitemi il suo corpo».
STRONGOLI – L’ombra di un fascicolo di 1.400 pagine si sovrappone, ogni mattina, a un gesto d’amore che sfida il tempo e la rassegnazione. Anna Dattoli entra nella camera di suo figlio Gabriele De Tursi, scopre le lenzuola e gli rifa il letto. Aprire l’armadio, sfiorare i suoi vestiti, cercarne l’odore è l’unico modo per tenere in vita quel ragazzo di 19 anni inghiottito dal buio il 5 giugno del 2013 a Strongoli. Mentre la giustizia sfilaccia il caso tra tronconi stralciati e accuse minori per droga e armi, l’inchiesta condotta da carabinieri e Dda di Catanzaro fa emergere un quadro cupo di omertà, piazze di spaccio della cosca Giglio, ritrattazioni sospette e piste deviate. Il Quotidiano ha dedicato un ampio servizio su frammenti finora inediti restituiti dai faldoni. Un servizio che la signora Dattoli ha letto versando lacrime. Ma per la donna, oltre i faldoni della Procura, c’è una verità nascosta che urla. E che oggi, dopo la pubblicazione degli atti giudiziari, torna a pretendere risposte concrete.
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Signora Anna, leggere gli atti dell’inchiesta e i dettagli su come sarebbe maturata la scomparsa di Gabriele fa riaffiorare una ferita mai rimarginata. Come sta vivendo queste ore?
«Svegliarmi è stato duro. La verità è dolorosa, fa male e per me non è affatto facile. Ma al contempo sono contenta di quello che è stato scritto sul giornale perché si riaccende l’attenzione su Gabriele. Spero che dopo la pubblicazione di queste notizie che qualche coscienza possa svegliarsi, che qualcuno in paese finalmente parli. A Strongoli sanno, sanno tutti, ma continuano a stare in silenzio».
L’immagine che emerge dalle carte descrive un ragazzo finito in un ingranaggio più grande di lui, succube di ambienti criminali locali.
«Gabriele non si è mai arricchito con la droga. Ha fatto degli sbagli, questo sì, ma ha pagato con la vita. È un pensiero che mi strazia. La mia famiglia non ha mai avuto a che dire né a che fare con questa gente, ma Gabriele me l’hanno rovinato. Mio figlio non ha fatto più male di tanti altri».
Nelle carte dell’indagine pesa moltissimo il ruolo dei primi giorni, tra la ritrattazione della fidanzata dell’epoca e quel clamoroso ricovero in psichiatria…
«All’epoca non sono state fatte le indagini come si doveva, all’inizio si potevano fare accertamenti e ricerche molto più accurate. La sua ex fidanzata li ha portati fuori pista fin da subito, affermando che Gabriele era morto in un incidente stradale e che se non era tornato a casa entro le sei del pomeriggio voleva dire che non c’era più. Ma esistono scomparsi di “serie A” e scomparsi di “serie B”».
Attorno a Gabriele si è creato subito il vuoto?
«Una voragine. La cerchia dei suoi amici storici non è mai venuta a trovarmi, eppure prima Gabriele era sempre con loro. Molti di loro se ne sono andati dal paese, sono anni che non li vedo. Alcuni invece sono rimasti: quando li incontro per strada mi fa malissimo. Vedo che si sono fatti una vita, una famiglia… Gabriele avrebbe potuto fare lo stesso, non ha ucciso nessuno. Quando li vedo, sapendo che loro sanno cosa è accaduto davvero quel giorno, manca poco che li fermi per strada a urlarglielo in faccia».
Lei però non si è mai fermata. In questi dieci anni ha cercato indizi, ha parlato con i carabinieri e di recente ha incontrato anche i vertici della Dda.
«Non sono mai stata ferma e non mi arrendo. Prima di Natale ho parlato personalmente con il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio. Mi ha rassicurata, dicendomi che lavorano continuamente anche sui casi irrisolti, pure quando all’esterno sembra che tutto taccia. Credo che ormai l’unica vera svolta potrebbe arrivare dalle dichiarazioni di un pentito. Ma io andrei pure in America per mio figlio».
Sta continuando a portare la sua testimonianza soprattutto ai più giovani…
«Sì, incontro spesso i ragazzi nelle scuole, come ho fatto a giugno in un liceo di Crotone. Parlare con loro mi dà forza. Ai miei altri figli dico sempre che devo andare avanti, e loro mi sostengono: “Mamma, fai quello che devi fare”. La mia vita è stata distrutta il 5 giugno 2013. Gabriele era un “coccolone”, come entrava in casa correva ad abbracciarmi. Era troppo buono, questo è il ricordo più bello che ho di lui».
Qual è la richiesta che fa oggi con più forza, da madre?
«Vorrei almeno che venisse ritrovato il suo corpo, per potergli dare una degna sepoltura. Se lo merita mio figlio. Gabriele per me è vivo, morirà soltanto quando morirò io. Continuo a fargli il letto tutte le mattine, vado ad aprire l’armadio e guardo i suoi vestiti. Non smetterò mai di cercarlo»
Il Quotidiano del Sud.
Caso De Tursi, parla la madre dello scomparso: «A Strongoli molti sanno e tacciono»