Case popolari, stop a 970 milioni per il recupero degli alloggi sfitti a causa della guerra: una strada sbagliata
- Postato il 25 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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C’è una notizia pubblicata dalle agenzie di stampa venerdì 20 marzo che non ha avuto un gran rilievo, eppure ha la sua rilevanza. Durante un convegno di Ater Udine sulla rigenerazione urbana, Marco Buttieri, Presidente di Federcasa, federazione degli enti gestori di case popolari, ha dichiarato che a causa della guerra sarà sospeso il finanziamento di 970 milioni di euro destinati al recupero di case popolari sfitte.
Il Presidente di Federcasa si riferiva al più volte annunciato decreto legge che stanziava dal Mit 970 milioni a fondo perduto per il recupero degli alloggi sfitti. Questo il provvedimento nell’immediato che sarebbe stato sospeso per le ricadute della guerra in Iran. Quindi a causa della guerra in Iran viene rinviato a data da destinarsi un intervento improcrastinabile per le famiglie in precarietà abitativa, non certo per il governo.
Questa ferale notizia arriva in un contesto in cui le politiche abitative si fermano sempre agli annunci. Come non ricordare Meloni che dal palco di Rimini annunciava per il Piano casa lo stanziamento di 15 miliardi di euro, oppure le parole del Ministro Foti che dichiarava lo stanziamento di 8 miliardi di euro sempre per il fantomatico piano casa e infine il Ministro Salvini che si fermava ad annunciare lo stanziamento di 1.2 miliardi di euro per un fantastico e innovativo Piano casa che avrebbe visto la luce presto con apposito decreto legge?
Nulla di tutto questo finora ha visto la luce e ora viene meno anche il decreto legge che doveva stanziare 970 milioni di euro per recuperare le 60-90 mila case popolari oggi chiuse per mancate manutenzioni.
Eppure in Italia si continua a costruire: nel periodo 2020-2024 si stima siano state realizzate circa 280-300mila nuove abitazioni. Così, mentre l’edilizia privata produce centinaia di migliaia di unità, con ulteriore cementificazione e un ulteriore surplus di offerta abitativa, senza alcuna relazione con il fabbisogno, le nuove case popolari realizzate nello stesso periodo rappresentano solo una frazione minima inferiore all’1-2%.
Questo mentre a livello nazionale il settore della domanda di case popolari soffre di una grave carenza di offerta, con oltre 650mila famiglie in graduatoria in attesa di un alloggio.
In Italia, il numero di case popolari assegnate ogni anno è drasticamente inferiore rispetto alla domanda reale. Sebbene non esista un database nazionale aggiornato in tempo reale, i dati più recenti forniti da Federcasa e dai principali osservatori regionali, aggiornati al 2024-2025, delineano un quadro di forte emergenza: si stima, infatti, che vengano assegnati mediamente tra i 15.000 e i 20.000 alloggi all’anno su tutto il territorio nazionale; ma le famiglie in graduatoria come detto sono circa 650mila. Solo il 3% circa delle famiglie in graduatoria riesce a ottenere una casa ogni anno con gravi differenze territoriali. Dagli anni ’90 a oggi, in Italia, l’investimento pubblico nella realizzazione di nuove case popolari è quasi azzerato: infatti questi rappresenta solo il 2,2% del patrimonio costruito dopo il 2010. Per questo motivo in Italia le case popolari rappresentano solo circa il 3% del patrimonio abitativo totale, contro una media europea molto più alta: in Francia 16,8%, nei Paesi Bassi 37%.
Ancora una volta il governo usa le paventate risorse destinate al recupero delle case popolari sfitte come un bancomat. Una strada sbagliata. Non abbiamo bisogno di finanziare il riarmo né, tantomeno, affrontare l’aumento dei costi energetici con il taglio delle spese sociali, in particolare per l’abitare. Abbiamo bisogno di case popolari. Il caro bollette impoverisce le famiglie e aumenta la morosità incolpevole, gli enti gestori faticano a tenere in piedi i bilanci, e il governo decide da una parte di azzerare le risorse per i fondi contributo affitto e morosità incolpevole, dall’altra di bloccare investimenti essenziali per l’edilizia residenziale pubblica.
È una scelta che colpisce direttamente chi vive già in condizioni di fragilità. La casa popolare è una grande infrastruttura sociale strategica e strutturale, non un costo da tagliare o sospendere.
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