Casabona, la Dda chiede di ribaltare le assoluzioni per la «’ndrina silente che blindava i voti»
- Postato il 27 ottobre 2026
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Casabona, la Dda chiede di ribaltare le assoluzioni per la «’ndrina silente che blindava i voti»
Processo Nemesis, la Dda di Catanzaro impugna le assoluzioni per il clan Tallarico di Casabona: «La mafia silente non ha bisogno di sparare»
CASABONA – Esiste un abisso interpretativo tra chi immagina la ‘ndrangheta come una banda di strada e chi, carte alla mano, ne riconosce la forza muta e pervasiva. È il cortocircuito al centro del dell’appello della Dda di Catanzaro contro la sentenza del gup distrettuale che ha azzerato l’impianto accusatorio nel processo “Nemesis” con sette assoluzioni per la presunta cosca di Casabona. Da una parte, una sentenza che per riconoscere il metodo mafioso pretende la sparatoria o la minaccia urlata. Dall’altra, la realtà di un’organizzazione che governa il territorio senza bisogno di esibire i muscoli, fondando la sua forza sulla «notoria fama criminale» e sulla «minaccia silente», che per il procuratore distrettuale antimafia Salvatore Curcio e il sostituto Corrado Cubellotti è «una forma di inveramento del metodo mafioso non manifesta».
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Non serve l’esplicitazione della violenza per configurare il metodo mafioso
Nel mirino della Procura antimafia c’è quello che viene ritenuto l’errore di fondo della sentenza di primo grado. Aver preteso l’esplicitazione plastica della violenza per riconoscere il 416-bis, svalutando gli indizi e dimenticando che le consorterie mafiose radicate, e in particolare la ‘ndrangheta unitaria in cui si innerva la ‘ndrina di Casabona, sono idonee a generare profitti illeciti e a controllare il settore delle commesse pubbliche «anche senza passare attraverso la commissione di specifici reati fine, in ciò distinguendosi ontologicamente dall’associazione a delinquere semplice».
Un principio cristallizzato dalla giurisprudenza di legittimità e calpestato da un impianto motivazionale che ha ridotto summit, ambasciate e patti elettorali a vicende marginali.
Il mito della mafia rumorosa e la realtà dei “pezzi da novanta”
Il giudice di prime cure ha, secondo la Dda, mancato il bersaglio derubricando a episodi occasionali o a mere curiosità investigative i contatti e i dialoghi intercettati tra i vertici della cosca. L’accusa, nel ricorso, tenta di demolire questo castello partendo proprio dal capostipite dell’indagine, Carlo Mario Tallarico, presunto capo della ‘ndrina e padre di Francesco, condannato in via definitiva nel processo Stige, e dalla gestione del territorio.
Emblematico è il blitz sventato sull’asta giudiziaria per un terreno a Casabona. Per il gup si trattava di informazioni raccolte senza infamia. Per la Dda, il ricorso alla figura del boss di Papanice Domenico Megna svela la forza di intimidazione ambientale.
Summit con i boss nei cantieri
Nelle carte, le parole di Carlo Mario Tallarico non lasciano spazio a letture edulcorate. «Tieni conto di chi cazzo è quello! Se noi gli diciamo che questo qua non ci deve mettere piede, non ci mette piede! Capito? Questo è scontato, eh! … Ci puoi dormire sopra sette cuscini!»
Una spavalderia che, secondo l’impugnazione, costituisce la «rappresentazione immediata del controllo del territorio». Allo stesso modo, i frequenti summit all’interno del cantiere blindato dei Tallarico, protetto da alte mura e telecamere, con il reggente del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò, Luigi Vasamì, e Mico Megna non sono «emergenze investigative suggestive», ma il classico «saluto mafioso» che suggella l’egemonia criminale nella Valle del Neto.
Il voto di scambio: l’asse tra i Tallarico e il sindaco Seminario
Il corto circuito esplode nella trattazione del presunto scambio elettorale politico-mafioso che vede imputato Carlo Mario Tallarico in concorso con l’ex sindaco Francesco Seminario, per il quale pende il troncone processuale col rito ordinario. Elementi dell’inchiesta che hanno già portato, tra l’altro, allo scioglimento del Comune di Casabona per mafia. Anche qui il gup, secondo la Dda, si era rifugiato in una lettura riduttiva, azzerando la portata delle intercettazioni della campagna elettorale del settembre 2021.
La Procura punta a restituire spessore ai dialoghi chiave, a partire dalla conversazione del 18 settembre 2021 tra il candidato sindaco Seminario e l’intermediario Francesco De Paola.
I dialoghi sui “voti sicuri”
Di fronte alle cautele chieste da Carlo Mario Tallarico («Luigi u Sciubbu») per non dare nell’occhio, la risposta del politico scolpisce l’accordo illecito.
«Dopo le elezioni facciamo quello che dobbiamo fare: ma lui è tranquillo?»
La risposta dell’intermediario è, sempre per l’accusa, un manifesto di sottomissione e alleanza organica. «Luigi è tranquillissimo con noi. Non ne abbiamo problemi con Luigi. Luigi appoggia te e basta. Tutta la famiglia… ha già dato disposizioni a tutti».
Una geometria di voti blindati confermata dalla confessione implicita del presunto capo clan, intercettato mentre tagliava corto con il candidato Vincenzo Poerio: «Non ti preoccupare… i voti miei sono sicuri».
La cambiale elettorale: dai posti di lavoro al furto d’acqua protetto
Il patto scellerato, o presunto tale, troverebbe la sua esecuzione nei mesi successivi con una serie di favori amministrativi che il sindaco Seminario avrebbe elargito per ripagare il clan. Tra questi, l’assunzione del sodale Giuseppe Pullerà alla Tecnew S.r.l., la società di gestione dei rifiuti. Subito dopo la vittoria delle urne del 5 ottobre 2021, l’euforia dei sodali è documentata a bordo dell’auto monitorata dai carabinieri.
L’ingegnere Francesco Alessio, figlio del defunto capoclan Domenico Alessio ucciso nella strage mafiosa del ’96, che poi sarebbe stato assunto dal Comune, apostrofa Pullerà con un esplicito «Tu ora prendi un bel posto di lavoro!». E quando la foga di Pullerà rischia di bruciare i tempi, è Daniele Tallarico a frenarlo, svelando la regia occulta dietro la presunta benevolenza del Comune. «Lo sanno tutti che c’è questo posto all’Isola ecologica, no? Seminario come quando che adesso… vuole sistemare qualcuno, no? … Ora glielo dico io! Che ora, quando gli daranno la concessione, ti prende… lascia stare che questi sono i posti migliori».
Complicità istituzionali anche nell’elusione di controlli
Un circuito di protezione che si estende persino alla gestione degli allacci idrici abusivi nel cantiere di contrada Galice. Nelle conversazioni della primavera-estate 2022, il sindaco Seminario non solo, evidenzia la Dda, tollera l’illecito perpetrato da Carlo Mario Tallarico, ma suggerisce l’iter per eludere i controlli di Con.Ge.Si. e dei carabinieri, siglando il tutto con la battuta che fotograferebbe plasticamente la complicità istituzionale. «Ma lo devi saper pure fare… hai capito?».
La consapevolezza diffusa della fama criminale del clan
Per la Dda di Catanzaro, la sentenza d’assoluzione va ribaltata perché non consente di leggere la grammatica criminale della ‘ndrangheta. Un sistema in cui la minaccia non urla, ma sussurra. La consapevolezza di una forza mafiosa non ha bisogno di alcunché per farsi rispettare. I pm insistono molto sulla «perfetta conoscenza da parte del sindaco Seminario e degli altri interlocutori della caratura criminale della famiglia degli “Sciubbi”, ovvero dei Tallarico». Una «consapevolezza diffusa tra indagati, comuni cittadini e candidati» per cui non c’è bisogno, perché si configuri la mafiosità, che il procacciamento di voti sia avvenuto mediante «condotte minatorie evocative di stilemi tipicamente mafiosi».
La nuova prova: le rivelazioni del pentito Aloe
Per scompaginare definitivamente il quadro assolutorio di primo grado la Dda introduce la “prova nuova”: le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Gaetano Aloe nei verbali del 26 maggio e del 21 settembre 2023. L’ex esponente della cosca Farao Marincola di Cirò ha ricostruito le dinamiche e gli assetti della cosca di Casabona, fornendo riconoscimenti fotografici e indicando formalmente Daniele, Francesco, Ludovico e Carlo Mario Tallarico come organici e affiliati alla consorteria mafiosa. La richiesta formale alla Corte d’Appello è quella di disporre la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con l’esame del pentito. Ma è soltanto uno degli elementi che consentirebbero, sempre secondo la Dda, di individuare quella mafia silente che il primo giudice non sarebbe riuscito a vedere.
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Casabona, la Dda chiede di ribaltare le assoluzioni per la «’ndrina silente che blindava i voti»