Carboni: "Alla Sampdoria anni stupendi. Mancini in Nazionale? Un ritorno particolare". Intervista esclusiva
- Postato il 1 ottobre 2026
- Di Virgilio.it
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La fascia di capitano del glorioso Valencia dei primi anni 2000 — per ben due volte finalista di Champions League —, quella della Roma post Giannini e tanti anni in giro per altri club prestigiosi. La carriera di Amedeo Carboni è fatta di numerosi successi che lo hanno visto, tra le altre cose, vestire diverse maglie dell’attuale campionato cadetto, su tutte quella dell’Arezzo, squadra della propria città, dell’Empoli e, soprattutto, della Sampdoria, negli splendidi anni della favola blucerchiata in Italia e in Europa. Proprio con la maglia della squadra ligure ha disputato due stagioni tra il 1988 e il 1990, collezionando 60 presenze e mettendo a segno due reti in Serie A, rispettivamente contro Torino e Lecce, e una in Coppa delle Coppe con gli svedesi del Norrköping.
Partendo proprio dall’esperienza genovese, in esclusiva ai nostri microfoni abbiamo ripercorso insieme all’ex calciatore toscano parte della sua carriera, tra aneddoti su Boškov, Cerezo e non solo, passando per l’attuale campionato cadetto e per la situazione della Nazionale, guidata proprio da un suo ex compagno di squadra, Roberto Mancini.
- Il cashmere, Boškov e i cani di Cerezo: gli anni della Sampdoria
- Gli anni nella sua Toscana tra Empoli e Arezzo
- La B di oggi: Palermo, Arezzo e Sampdoria
- Mancini-bis, Conte, la Nazionale e le prossime sfide
- Il fallimento del sistema italiano e la Spagna
Il cashmere, Boškov e i cani di Cerezo: gli anni della Sampdoria
Partiamo dalla prima domanda, riguardante la tua esperienza alla Sampdoria. Come sono stati quegli anni a Genova?
“È stata la prima vera esperienza in cui mi sono sentito un giocatore di Serie A a tutti gli effetti. Avevo già esordito nella massima serie con Bari ed Empoli e venivo da una grande annata a Parma, a quei tempi la piazza ideale per affermarsi. Un buon campionato con la maglia dei ducali era garanzia di essere pronti per il grande calcio. Quando poi sono arrivate le chiamate di Sampdoria, Napoli e Inter, alla fine ho scelto i blucerchiati perché era un ambiente che mi piaceva tantissimo. È stato un passaggio fondamentale per la mia carriera”.
Quelli erano gli anni della grande Sampdoria, gli inizi dell’epoca di Vialli e Mancini. Hai un aneddoto su quel periodo, su Boškov o in generale su quella squadra?
“È stato un anno importante della mia vita. In inverno – senza fare nomi, anche se si può immaginare chi fossero quelli più importanti – per non prendere freddo i giocatori indossavano maglie in cashmere sotto la divisa. La Samp era una piazza ambita, un’oasi; anche la tifoseria era spettacolare. Su Boškov ci sono tanti aneddoti, ma ne ricordo uno in particolare che riguarda Toninho Cerezo. Aveva due Schnauzer alti un metro e mezzo e li portò al campo, lasciandoli liberi. Successe un caos e Boškov si arrabbiò con Cerezo. Fu un episodio divertente. Erano anni belli, non solo per la Samp, ma per tutto il calcio italiano”.
Come si vivevano i derby a Genova in quegli anni?
“Erano anni bellissimi, erano gli anni in cui anche il Genoa era molto forte. Erano i tempi di Skuhravý, Aguilera, Eranio, Signorini e tanti altri. I derby erano fantastici e per fortuna ne ho vinti diversi. Era bellissimo l’ambiente e lo stadio è all’inglese, con tifosi molto calorosi da entrambe le parti”.
[iol_placeholder type="social_instagram" id="Da2JoLpoNvS" max_width="540px"/]Gli anni nella sua Toscana tra Empoli e Arezzo
Invece, chiedo di un’altra piazza di questa B in cui ha vissuto, Empoli. Che anno è stato?
“A Empoli sono persino diventato campione del mondo militare. È stata una bellissima esperienza. Venivo dal Bari, dove avevo già giocato in Serie A, e mi mandarono in prestito lì. Empoli era una realtà piccola, una sorta di Cenerentola del campionato, ma quell’anno riuscimmo a salvarci all’ultima giornata contro il Como”.
Sempre in Toscana, ad Arezzo, ha mosso i primi passi nel mondo del calcio.
“Era la mia squadra, la squadra della città. Sono arrivato nei Pulcini dell’Arezzo con mio fratello. Prima era diverso, c’era una squadra per ogni categoria. All’epoca non funzionava come ora, con i procuratori: l’Arezzo ti sceglieva sul campo in base a come giocavi. È una bellissima realtà in una città stupenda che vive molto di calcio”.
[iol_placeholder type="social_instagram" id="DdJ9cDIK6oV" max_width="540px"/]La B di oggi: Palermo, Arezzo e Sampdoria
Cosa si aspetta dall’Arezzo quest’anno?
“Il primo obiettivo per una neopromossa deve sempre essere capire la categoria e cercare di salvarsi tranquillamente. La Serie B è un campionato serio e difficile, in cui molti giocatori provenienti dalla Serie C devono adattarsi al campo e dove ci sono grandi club storici che vogliono tornare in Serie A. Lo scorso anno era in C quello che è in B oggi il Palermo”.
Cosa si aspetta dal Palermo? Pensi possa essere l’anno giusto per il ritorno in Serie A?
“Con la nuova proprietà del City Football Group l’obiettivo è chiaro, ed è quello di creare una filiale forte in Italia. Il budget è elevato e hanno a disposizione quasi due squadre complete, dato che le seconde linee potrebbero tranquillamente essere titolari altrove. Il Palermo è la squadra da battere, ma in questi casi la vera rivale è la mentalità stessa della squadra. Bisogna essere bravi a creare il gruppo e Inzaghi, avendo giocato ad altissimi livelli, sa bene come ragiona un calciatore in queste dinamiche.
E la Sampdoria?
“Quando il vertice societario non è tranquillo, la situazione si ripercuote inevitabilmente sulla squadra. Negli ultimi anni la Sampdoria ha vissuto molte vicissitudini e l’anno scorso si è salvata a fatica. È una serie di instabilità che non fa bene né alla squadra né all’ambiente”.
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Mancini-bis, Conte, la Nazionale e le prossime sfide
In Nazionale è tornato un suo ex compagno di squadra, che in questi giorni sta disputando la Nations League. Cosa si aspetta da lui in azzurro in questa seconda gestione?
“In questo momento la situazione è complicata a livello mentale. Inoltre, la scelta di richiamare Mancini dopo la questione Pirlo è sembrata un po’ particolare. Si dice sempre che allenatori come Conte guadagnino troppi milioni, ma la Federazione dovrebbe fare di tutto per garantire la qualificazione ai Mondiali, visto che ne abbiamo già saltati due di fila. Mancini aveva fatto benissimo vincendo l’Europeo, ma aveva chiuso male con le dimissioni improvvise. Quell’uscita di scena non è piaciuta agli italiani. Dal punto di vista tecnico non si discute, ma della gestione non è stata una scelta molto popolare. Aveva fatto bene, ma aveva chiuso male”.
Cosa bisogna aspettarsi dalla sfida contro la Francia dopo le due precedenti prestazioni?
“La vittoria contro la Turchia ha alzato drasticamente il morale. Ora arriva la Francia, una vera corazzata. È un test fondamentale e molto importante per la classifica. Dopo la brutta prestazione contro il Belgio è arrivato questo grande risultato, quindi da questa Italia c’è da aspettarsi di tutto”.
Il fallimento del sistema italiano e la Spagna
Lei ha vissuto tanti anni in Spagna. Qual è il confronto tra il calcio italiano e quello spagnolo da questo punto di vista?
“La colpa è anche dei nostri allenatori e del nostro sistema, che non hanno più voglia di rischiare sui giovani. Con l’arrivo dei fondi d’investimento stranieri nelle proprietà dei club italiani, non si guarda più alla nazionalità dei calciatori né alla crescita dei vivai. Abbiamo le Nazionali giovanili campioni d’Europa, ma nessuno di questi ragazzi trova spazio in prima squadra. Vengono fatti giocare nel campionato Primavera, che oggi è un torneo poco formativo perché a vent’anni ti fa confrontare soltanto con i coetanei. In Spagna a diciassette o diciotto anni i ragazzi giocano già coi grandi o nelle seconde squadre, accumulando decine di presenze nelle coppe europee. Se non li fai debuttare tra i professionisti, questi giovani finiscono per regredire anziché crescere. I nostri giovani, non giocando nelle grandi squadre, non acquisiscono esperienza internazionale. Oggi rischiamo di andare in difficoltà contro chiunque. Anni fa la Norvegia non ci impensieriva, mentre oggi si rischia persino contro nazionali minori, come è successo quando abbiamo perso a Palermo contro la Macedonia del Nord. Salvo poche eccezioni come Empoli, Atalanta o Roma che provano a lanciare i ragazzi del vivaio, alle altre proprietà non importa valorizzare gli italiani. Deve esserci un cambiamento totale a partire dal settore giovanile e dalla scuola allenatori”.