Cara Lady Gaga, se l’inclusività ha un prezzo così alto allora è solo marketing
- Postato il 2 aprile 2025
- Blog
- Di Il Fatto Quotidiano
- 1 Visualizzazioni
.png)
C’è un momento in cui l’idea stessa di concerto smette di essere un rito collettivo e diventa un’esperienza selettiva, frammentata, stratificata. Non si tratta solo di quanto costa un biglietto, ma di cosa esclude, chi allontana, chi trasforma in spettatore di secondo piano. Il tour 2025 di Lady Gaga ne è l’ennesima dimostrazione. E non è questione di gusti musicali, ma di visione culturale.
Nei consueti nove punti di questo blog ti racconto come, per un attimo, ho pensato se valesse la pena “esserci”. Ma quel pensiero si è infranto subito: prima sul rush del sold out in pochi minuti, poi — soprattutto — su quello dei costi. Lasciami la tua opinione nei commenti a seguire, oppure sul mio profilo pubblico di Facebook connesso a questa pagina. Cominciamo!
1. Il calcolo
Certe uscite live sono pensate come eventi imperdibili. Ma prima ancora del contenuto, oggi il vero spartiacque è il costo. Non è più solo questione di gusti musicali o desiderio di esserci: è un calcolo. Un concerto, soprattutto quelli ad alto budget, non è più accessibile per molti. Il punto non è quanto vale lo spettacolo, ma chi può permetterselo. E a restare fuori non è chi non vuole, ma chi non ha i soldi.
2. Prezzi che allontanano
Il parterre in piedi costa 190,90 euro, senza contare le commissioni. L’alternativa più economica? Un biglietto da 70 euro che ti relega lontano, a fissare lo schermo del palco — se sei fortunato — o, più probabilmente, quello dei telefonini degli sfigati che ti stanno davanti a riprendere ogni singolo secondo. L’esperienza dal vivo diventa così un paradosso: paghi per esserci, ma finisci per guardare qualcosa che qualcun altro sta già guardando al posto tuo.
3. Il parterre
Il parterre, un tempo, era la zona popolare. Un luogo orizzontale, senza barriere, dove la vicinanza al palco era una conquista condivisa, non un privilegio a pagamento. Lì si sudava, si cantava, si stava insieme. Oggi lo chiamano Gold, Pit, Premium. Cambia il nome, cambia il prezzo. Ma la posizione resta: in piedi. Solo con meno dignità. E con l’illusione che spendere di più significhi vivere di più.
4. Dove siamo finiti?
Qualcuno mi ha scritto, in risposta a un post, che negli anni Settanta gli autonomi bloccavano gli ingressi ai concerti per protestare contro il caro biglietti. Oggi, invece, li si bloccherebbe per l’esatto opposto: perché non si è riusciti ad acquistare il Vip Hospitality Package da 711 euro. Capisci? Non si contesta il sistema, ci si arrabbia se non si riesce a farne parte. È un rovesciamento che dice molto su dove siamo finiti.
5. Esserci
I concerti non sono più un rito collettivo, ma esperienze personali frammentate, vendute a pacchetti, filtrate da schermi e da distanze economiche. Non si partecipa: si accede, si seleziona, si acquista. E chi non può, resta fuori. O resta in alto, in piccionaia, con l’illusione di esserci. L’accesso alla musica dal vivo oggi è sempre meno un diritto culturale e sempre più un lusso da meritarsi col portafoglio.
6. Robert Smith l’ha detto chiaramente
Il frontman dei Cure ha dichiarato che gli artisti che si dissociano dal caro biglietti mentono. Oppure sono stupidi. Parole dure, ma necessarie. Perché non è credibile sostenere di non sapere cosa accade nei meccanismi di vendita dei propri tour. Il sistema dei concerti è gestito anche da chi ci mette la faccia e la voce. E allora, se dici di amare i tuoi fan, dimostra di sapere cosa gli stai facendo pagare.
7. A chi parli davvero, Gaga?
Quindi, cara Lady Gaga, siccome nessuno ti considera stupida, verrebbe da pensare che, se davvero credi nei valori che promuovi, dovresti dire da che parte stai. Perché questo sistema, così com’è, taglia fuori proprio i tuoi Little Monsters, quelli che dici di voler includere. E più che proteggerli tutti, stai facendo una rigida selezione, tra quelli che “possono” e quelli che “non possono”.
8. Se non paghi ti cancello
Tu, come tanti altri che parlate di amore per i fan, alla fine ti rivolgi solo a chi può comprarseli, quei “cuoricini”. Perché è facile parlare di comunità, rispetto e appartenenza. Ma se per far parte di tutto questo servono 200 euro e più, allora non è inclusività: è esclusività. Silenziosa, elegante, ma pur sempre esclusione. E chi resta fuori, spesso, è proprio chi avrebbe più bisogno di sentirsi accolto.
9. Inclusività = marketing
Perché se l’inclusività si ferma davanti a una transazione economica, allora è solo marketing. E no, non basta sventolare bandiere arcobaleno tra un cambio d’abito e l’altro per farci dimenticare il prezzo da pagare per starti ad ascoltare. I valori non si dimostrano con i costumi di scena, ma con le scelte. E siamo arrivati ad un punto in cui certe dinamiche non possono più essere accettate.
Ti lascio alla consueta playlist dedicata e che potrai ascoltare gratuitamente sul mio canale Spotify.
Buon ascolto.
9 canzoni 9 … inclusive
L'articolo Cara Lady Gaga, se l’inclusività ha un prezzo così alto allora è solo marketing proviene da Il Fatto Quotidiano.