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Capo Arte Teatro Festival, “Mille bolle blu”: Filippo Luna e l’amore omosessuale clandestino

  • Postato il 29 agosto 2026
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Capo Arte Teatro Festival, “Mille bolle blu”: Filippo Luna e l’amore omosessuale clandestino

Il Quotidiano del Sud
Capo Arte Teatro Festival, “Mille bolle blu”: Filippo Luna e l’amore omosessuale clandestino

Capo Arte Teatro Festival, “Mille bolle blu”: Filippo Luna porta in scena un amore omosessuale clandestino: «Mi piacerebbe che la gente imparasse a guardare il prossimo con gli occhi del cuore». L’intervista all’attore.


RICADI (VIBO VALENTIA) – Trent’anni di amore vissuti nell’ombra. Trent’anni trascorsi a difendere un sentimento dal rumore del mondo, mentre fuori scorrono una vita apparentemente “normale”, le convenzioni sociali, il giudizio degli altri e il peso, spesso insostenibile, del silenzio. È la storia di Nardino e Manuele, due uomini nella Palermo degli anni Sessanta, protagonisti dello spettacolo “Le mille bolle blu”, il monologo scritto dal giornalista Salvatore Rizzo, diretto e interpretato da Filippo Luna, prodotto da Nutrimenti Terrestri. Sarà questa pièce teatrale a chiudere, domenica 30 agosto, Capo Arte Teatro Festival, progetto di Dracma-Centro di Produzione Teatrale, con la direzione artistica di Andrea Naso. Un appuntamento che segna anche il ritorno di Dracma al Teatro Marrana di Ricadi dopo quindici anni, con una proposta dedicata al teatro italiano e internazionale contemporaneo. Il festival è organizzato dalla Pro Loco Capo Vaticano, in collaborazione con l’associazione InUtile, con Tata’s food partner e il sostegno del Comune di Ricadi, della Regione Calabria e del ministero della Cultura.

La storia di Nardino appartiene a un’altra epoca, ma le domande che porta con sé sono tutt’altro che archiviate. “Le mille bolle blu” affonda nella zona più fragile del sentimento, là dove un amore si misura con lo sguardo altrui: il diritto di amare senza timore, la libertà di vivere i propri sentimenti senza doverne invocare l’approvazione o chiederne l’assoluzione. E, insieme, richiama la vocazione più profonda del teatro: aprire uno spazio di confronto, spostare la prospettiva, incrinare le certezze e oltrepassare i confini del pregiudizio. A pochi giorni dalla chiusura del festival, abbiamo incontrato Filippo Luna per entrare nell’anima di uno spettacolo che, a diciotto anni dal debutto, continua a parlare al presente, a suscitare emozioni e interrogativi, e a generare nuove forme di ascolto.

Filippo Luna, cosa significa, per un attore, dare voce a un uomo costretto a nascondere per tutta la vita una parte così essenziale di sé?

«Al di là della storia di Nardino, questa vicenda dà la possibilità di dare voce a chi non ha voce, in senso più generale. Quella di Nardino è una storia come ce ne sono tante ancora oggi, nel 2026: persone che non sono libere di vivere pienamente sé stesse, la propria vita, le proprie scelte e i propri sentimenti. Per me questo è molto importante. Io non faccio politica, ma il teatro è sempre politico. E in questo caso, forse, lo è ancora di più».

Nardino è una vittima della società. Come ha costruito un personaggio così fragile e, allo stesso tempo, così forte?

«Mi sono abbandonato completamente a lui, fin dalla prima lettura del testo, che è tratto da un racconto. Nardino è vittima della convenzione sociale, soprattutto di quella degli anni Sessanta. Ma non è una vittima nel momento in cui riesce comunque a trovare il modo di vivere il proprio sentimento. Ed è proprio questa la sua forza. Lo spettacolo nasce per raccontare la forza di questo amore, non soltanto la sofferenza che lo accompagna».

In scena Nardino attraversa memoria, nostalgia, rabbia, tenerezza e ironia. Come si tiene insieme una materia emotiva così intensa senza spezzare il ritmo del racconto?

«Quando affronto “Le mille bolle blu” ho bisogno di un lungo momento di concentrazione. La rete dei sentimenti di Nardino si costruisce anche attraverso una rete di sentimenti personali, assolutamente privati. È questo che mi permette di tenere insieme il lato emotivo e quello narrativo della storia, che spesso diventa anche molto ironico. Credo che il teatro debba colpire emotivamente lo spettatore. Non necessariamente facendolo commuovere, ma arrivando a qualcosa di profondo».

Quando si spengono le luci, lo spettacolo è davvero finito?

«Ho sempre cercato di fare in modo che “Le mille bolle blu” continuasse nella relazione con il pubblico. Al termine dello spettacolo, amo fermarmi a parlare con gli spettatori. Ci sono persone che, dopo aver visto lo spettacolo, hanno raccontato di aver cambiato completamente la propria visione di quel mondo che ancora oggi, troppo spesso, viene raccontato in maniera distorta. Ed è forse questo uno degli aspetti più importanti del teatro: non consegnare risposte già confezionate, ma lasciare nel pubblico una domanda che continui a lavorare anche dopo la fine dello spettacolo».

Filippo Luna, tra le numerose reazioni del pubblico raccolte in diciotto anni di repliche, ce n’è una che ancora oggi porta nel cuore?

«Qualche anno fa, al termine dello spettacolo, una signora si avvicinò a me con le lacrime agli occhi e mi disse: “Questa sera ho capito cos’è l’amore”. E aggiunse che, da quel momento, non avrebbe più avuto dubbi davanti a due uomini o a due donne che si amano. Per me è stato il dono più grande di questi diciotto anni di repliche. Arrivare al cuore di una donna già matura, una nonna, e vedere che, attraverso il teatro, aveva avuto una sorta di illuminazione e aveva messo in discussione, in così poco tempo, qualcosa che fino a quel momento l’aveva ingabbiata in un modo di pensare diverso, è stato straordinario».

Dopo diciotto anni dal debutto, è cambiato il modo in cui gli spettatori guardano oggi la storia di Nardino e Manuele?

«Dal punto di vista delle reazioni e del gradimento, vedo una costante: il tempo è passato, ma questa storia continua a trovare terreno fertile. Questo mi ha portato a fare delle riflessioni. Pensavo che lo spettacolo, al di là della storia d’amore, non avesse più bisogno di essere raccontato. Invece mi sbagliavo. Mi sembra quasi anacronistico che nel 2026 dobbiamo ancora discutere di omosessualità, identità e genere in questi termini. Eppure, la partecipazione del pubblico continua a dimostrarmi che questo spettacolo ha qualcosa da dire.

Nelle ultime repliche è successo ancora una volta: durante l’incontro finale gli spettatori hanno raccontato quanto siano stati coinvolti. E sono convinto che tra loro ci siano anche persone che la pensano diversamente da me. Non c’è mai stata una contestazione dello spettacolo. Anzi, c’è chi lo ha visto otto, dieci volte. Questa cosa mi fa sorridere, perché, come dico sempre al pubblico, io non mi vedrei una seconda volta. E invece loro tornano. Per uno spettacolo che ha diciotto anni, è il segnale più bello: significa che continua a vivere nel passaparola e continua a trovare nuovi spettatori».».

La morte di Manuele rompe un silenzio durato trent’anni. Quello che accade in scena è una confessione, un ultimo atto d’amore o anche una forma di ribellione?

«Tutte e tre le cose insieme. Nella parte finale, molto drammatica, Nardino racconta in pubblico ciò che per trent’anni è stato costretto a tacere e, anche in quel momento, continua ad avere paura. L’atto di ribellione lo espone completamente: espone la bellezza e la delicatezza di quell’amore, ma anche la sua dimensione più intima. Un sentimento, per essere vero e legittimo, non ha necessariamente bisogno di essere gridato al mondo. Tuttavia, travolto dal dolore, Nardino sente il bisogno di rompere il silenzio e raccontarlo alle persone accorse per quel momento di cordoglio, che sulla scena diventano il pubblico».

Se Nardino potesse finalmente parlare senza paura e incontrare di nuovo Manuele, dopo trent’anni di silenzio, quale sarebbe la prima cosa che gli direbbe?

«Il Nardino di quegli anni, probabilmente, non avrebbe mai infranto fino in fondo quella convenzione sociale: l’avrebbe accettata. Ma se potesse incontrare nuovamente Manuele, sono sicuro che gli direbbe quel “ti amo” che non è riuscito a dirgli quando avrebbe dovuto».

“Le mille bolle blu” richiama nel titolo la celebre canzone di Mina. Che ruolo ha la musica nella memoria di Nardino e nella costruzione dello spettacolo?

«La canzone è importantissima, anche se nello spettacolo ne ascoltiamo soltanto una piccolissima parte. È una sorta di colonna sonora del momento in cui nasce tutto, ed è per questo che dà il titolo allo spettacolo. Poi, nel racconto di questi trent’anni d’amore, la musica cambia insieme ai personaggi e al mondo intorno a loro».

Dopo diciotto anni di repliche, che cosa vorrebbe rimanesse allo spettatore una volta spente le luci? E soprattutto, che cosa vorrebbe dire ai giovani?

«Mi piacerebbe che la gente imparasse a guardare il prossimo con gli occhi del cuore. Nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni, ma anche nella politica, vorrei che il nostro punto di vista fosse sempre legato alla tutela dei buoni sentimenti. Penso che i giovani possano davvero fare la differenza, in meglio».

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