Cannes 2026, trionfa Cristian Mungiu con Fjord. Un Palmares europeo tra guerra, politica e grandi valori umani
- Postato il 23 maggio 2026
- Cinema
- Di Il Fatto Quotidiano
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La Palma d’oro della 79ma edizione del Festival di Cannes è andata a Fjord del romeno Cristian Mungiu, che ha dunque raddoppiato il massimo riconoscimento sulla Croisette già ricevuto con l’indimenticabile 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni nel 2007. Un film bellissimo, rigoroso, politico ed esemplificativo rispetto alla possibilità di conciliare le differenze sociali e religiose. “Se vogliamo che le cose cambino in questo mondo, il cambiamento deve partire da noi, dalle famiglie. È importante capire dove sta andando questo mondo e combattere le società radicalizzate, questo film è un impegno verso la tolleranza, l’inclusione e l’empatia”, ha dichiarato il regista ritirando il suo premio.
È l’esemplare Minotaur del russo Andrey Zvyagintsev il Grand Prix di questa edizione. Anch’essa un’opera politica che parte da una famiglia borghese guidata da un autentico “mostro” (il Minotauro) e che diventa la metonimia dell’abuso di potere perpetrato nella Russia contemporanea, e non solo. Ricevendo il premio, il cineasta, che vive esule a Parigi, ha mandato un messaggio molto chiaro all’umanità: “È in corso un massacro, e l’unica persona che può mettere fine a questo massacro è il presidente della Federazione Russa”. Come da tempo non accadeva, il premio alla miglior regia è stato un ex aequo, attribuito sia al magnifico ed essenziale Fatherland del polacco Pawel Pawlikowski sia al roboante e ambizioso La bola negra degli spagnoli Javier Calvo & Javier Ambrossi. Due opere opposte ma evidentemente accomunate dai favori della giuria.
Al lunghissimo Das Geträumte Abenteuer (L’avventura sognata) della tedesca Valeska Grisebach è andato il Prix du Jury. Un testo in apparenza molto semplice ma in realtà capace, nel suo minimalismo, di affrescare un universo provinciale, nella remota Bulgaria, soffocato dalla criminalità sotterranea. È compito di una donna di mezza età, un’archeologa, “portare alla luce” queste attività malavitose. Il premio per il miglior attore è andato ai giovanissimi quasi esordienti Emmanuel Macchia & Valentin Campagne, intensi protagonisti di Coward del belga Lukas Dhont. Un film che li vede, militari sul fronte della Prima guerra mondiale, innamorarsi e sperare in un futuro di pace e amore.
Il riconoscimento per la miglior attrice, consegnato dal nostro Pierfrancesco Favino, anche in questo caso è andato a una coppia di attrici, ovvero la francese Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto, che insieme sono le protagoniste del dramma umanista All Of A Sudden del giapponese Hamaguchi Ryusuke. La miglior sceneggiatura è risultata quella scritta da Emmanuel Marre per il suo notevole e sorprendente Notre salut, che in Italia uscirà col titolo Un uomo del suo tempo. Uno dei film più politici del concorso, ambientato durante la Repubblica di Vichy. È stata la regista e attrice libanese Nadine Labaki a consegnargli il premio; prima di farlo, ha ricordato il suo Paese, il Libano, “che sta vivendo la peggior sceneggiatura possibile”.
Isabelle Huppert, definita “il più bell’enigma del cinema francese”, ha tenuto un discorso in onore di Barbra Streisand, assente nel ricevere la sua Palma d’oro d’onore per problemi di salute. Huppert ha celebrato il coraggio, l’etica, l’eccellenza in ogni sua espressione, il suo essere “un’artista totale”. Streisand, da parte sua, ha mandato un video di ringraziamento ricordando i suoi primi anni da attrice e aspirante regista. Infine, la Caméra d’Or per il miglior esordio è andata al film Ben’Imana di Marie-Clémentine Dusabejambo dalla sezione Un certain regard.
Insomma, un palmarès totalmente europeo — ad esclusione dell’attrice giapponese — che, nella maggioranza dei suoi film, propone un richiamo ai grandi valori umani, espressi nella politica, nella società e nelle relazioni interpersonali. Le ferite della Storia, specie nei suoi risvolti bellici, grande protagonista di questo concorso, diventano un motivo di riflessione e un monito verso un radicale ripensamento e cambiamento.
Da rilevare, alla fine di tutto, che il grande escluso è proprio il film più bello visto a questo concorso, ovvero El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, incredibilmente non inserito nel palmarès.
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