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Can Yaman e la passione per la pasta alla ‘nduja

  • Postato il 14 settembre 2026
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  • Di Quotidiano del Sud
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Can Yaman e la passione per la pasta alla ‘nduja

Il Quotidiano del Sud
Can Yaman e la passione per la pasta alla ‘nduja

CAN Yaman è stato tra gli ospiti più attesi della decima edizione dell’i-Fest International Film Festival, diretto da Giuseppe Panebianco. L’attore turco ha ricevuto lo Special Award, realizzato dal maestro orafo Michele Affidato.

Determinazione, curiosità e desiderio di superare i propri limiti sono le coordinate di un percorso che, da Istanbul, lo ha condotto fino al cuore del pubblico italiano e, successivamente, sulla scena internazionale. Da “Bitter Sweet” a “DayDreamer”, da “Mr. Wrong” a “Viola come il mare”, Can Yaman ha attraversato generi e mercati differenti senza lasciarsi imprigionare dai personaggi che lo hanno reso celebre. Poi, la sfida più ambiziosa: Sandokan. Dalla popolarità alla necessità di mettersi continuamente in gioco: abbiamo incontrato Can Yaman.

Dopo il successo di Sandokan sono arrivati importanti riconoscimenti, a conferma di un percorso sempre più internazionale e apprezzato dal pubblico. Al di là dei premi, cosa significa per lei vedere un progetto nel quale ha investito tanto studio, preparazione e lavoro riuscire a conquistare così tanti spettatori e lasciare il segno?

«Mi rende profondamente orgoglioso, perché l’Italia ormai è una casa per me. Aver realizzato un lavoro così importante per gli italiani e vedere quanto sia stato apprezzato significa molto. È un successo che mi fa sentire ancora più parte di questo Paese. Avevo già una certa popolarità, ma questo progetto mi ha permesso di farmi conoscere davvero. Ed è forse questa la soddisfazione più grande».

Durante le riprese, un ristoratore è arrivato persino a bussare alla porta della sua camera per farle assaggiare le specialità calabresi. Qual è stato il piatto che è riuscito a conquistare definitivamente Can Yaman? C’è un sapore della Calabria che oggi associa a un ricordo ben preciso?

«In quel periodo, dovevo mantenere il mio peso: ero sugli 85 chili. Dovevo fare molta attenzione all’alimentazione. Quando abbiamo iniziato a girare Sandokan, soprattutto in Calabria, abbiamo affrontato delle scene d’azione piuttosto impegnative. Lo ammetto, ho fatto qualche sgarro, senza dirlo mai al mio allenatore! (ride, ndr). Ciccio (il nome del ristoratore, ndr) bussava alla porta della mia stanza e arrivava sempre con un bel piatto di pizza, pasta alla ’nduja. Essendo turco, mi piacciono molto i sapori speziati e lui abbondava con il piccante. L’ho apprezzato tantissimo. La sua ospitalità mi è rimasta nel cuore. Porto con me questo ricordo della Calabria. Adesso peso 100 chili, quindi 15 chili in più rispetto a quel periodo. Sono sempre in forma e continuo ad allenarmi, ma per Sandokan ho fatto un po’ di fatica».

Esistono fanpage dedicate a lei in tutto il mondo e community che seguono ogni suo progetto con una partecipazione straordinaria. Cosa prova davanti a un affetto così grande e trasversale?

«In realtà, è proprio per questo che mi piace lavorare. Quando sono libero, mi rendo ancora più conto di quanto affetto ricevo. E, ogni volta, tutto questo mi sorprende. Quando invece torno a lavorare, sono talmente concentrato su quello che sto facendo che questa sensazione passa un po’ in secondo piano. Ma ciò che mi rende davvero felice è creare qualcosa e poi restituirla alle persone che mi seguono e mi vogliono bene. Penso che l’affetto vada alimentato. Il pubblico mi ama, ma credo che apprezzi anche il fatto che io continui a regalargli nuove emozioni e nuovi progetti. Questo, per me, diventa anche una responsabilità. Ogni amore, a mio parere, porta con sé una responsabilità. Se ricevi tanto affetto e non fai niente per custodirlo e farlo crescere, in qualche modo rischi di approfittartene. Io sento invece la responsabilità di prendermi cura di questo sentimento, continuando a regalare belle emozioni e nuovi lavori. L’amore è un po’ come un fiore: se vuoi che cresca e non muoia, devi annaffiarlo. Ed io cerco di fare proprio questo».

I suoi fan stanno organizzando una festa per il suo compleanno a Milano, dico bene?

«Sì, e ne sono molto felice. Sarà una bella opportunità per incontrare le persone che mi seguono e condividere con loro un momento che, altrimenti, vivrei in maniera molto più discreta».

Come mai? Non ama festeggiare il suo compleanno?

«Non sono mai stato un tipo da feste di compleanno. Per me potrebbe essere tranquillamente una giornata come tutte le altre. Quando, però, ci sono eventi di questo tipo, quando sono gli altri a creare un’occasione per stare insieme, tutto cambia e anche il compleanno acquista un significato diverso. Credo che le giornate belle siano ancora più belle quando si condividono».

Il pubblico conosce molto dell’attore Can Yaman, ma probabilmente molto meno dell’uomo. C’è un lato di lei che vorrebbe riuscire a mostrare e che, nonostante tutto, le persone non hanno ancora avuto modo di conoscere davvero?

«È proprio per questo che voglio continuare a lavorare e a sperimentare. Attraverso i personaggi, infatti, credo di poter rivelare sempre di più il vero Can. Per esempio, grazie a questa commedia “Bro”, potrò mostrare una parte di me, come l’autoironia, che il pubblico forse non ha mai visto prima. E la cosa interessante è che questo personaggio, in realtà, non mi assomiglia affatto. È questo il paradosso: più interpreto personaggi lontani da me, più, forse, il pubblico riesce a conoscermi davvero. E questa cosa mi piace molto. Per questo, d’ora in poi, cercherò di scegliere sempre più ruoli che non mi somigliano: attraverso la distanza da me stesso posso riuscire a raccontarmi meglio».

In occasione della 76ª edizione di Sanremo, il pubblico ha scoperto un Can Yaman particolarmente ironico, spontaneo e capace di giocare con la propria immagine. In “Bro”, interpreterà un avvocato geniale e affascinante, con qualche difficoltà nel gestire le relazioni sociali. Sanremo è stata un’anticipazione di questo nuovo percorso nella commedia o è stato proprio lì che ha scoperto il piacere di allontanarsi dal ruolo dell’eroe?

«Ogni nuova sfida, in qualche modo, mi rappresenta, ma soprattutto mi svela. È come se ogni nuova esperienza mi facesse incontrare una parte di me che ancora non conoscevo. A volte faccio qualcosa che non avrei mai immaginato di poter fare e, proprio nel momento in cui mi metto alla prova, scopro di essere diverso da come avevo immaginato. Ed è forse questa la cosa che mi affascina di più: continuare a scoprire me stesso. Non mi aspettavo, per esempio, di riuscire a fare una cosa del genere. Poi, mi sono messo in gioco e, alla fine, me la sono cavata. Ce l’ho fatta!»

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