Cambiamento climatico, il filosofo della scienza Motterlini: “Siamo abituati a ragionare sull’oggi, perciò la nostra mente non valuta i danni futuri”
- Postato il 7 gennaio 2026
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Il punto di partenza è semplice, anche se scomodo: il cambiamento climatico non è solo un problema fisico o tecnologico, è soprattutto un problema mentale. È una minaccia che non parla il linguaggio a cui il nostro cervello è sensibile. Noi siamo bravissimi a reagire a pericoli immediati, visibili, rumorosi: un incendio, un’aggressione, una crisi improvvisa. Ma siamo molto meno attrezzati per affrontare rischi lenti, distribuiti nel tempo, che si accumulano un po’ alla volta”. Matteo Motterlini è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca in Epistemologia Sperimentale e Applicata (CRESA). Nel suo ultimo libro, Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (ed. Solferino, 2025), analizza i meccanismi cognitivi alla base dell’inerzia rispetto alla crisi climatica, proponendo una soluzione pragmatica e non moralistica. “Non serve convincere le persone a ‘diventare verdi o il richiamo alla virtù”, spiega, “ma istituzioni ben disegnate: regole chiare, monitoraggio trasparente, dati pubblici e sanzioni credibili per chi inquina. Inoltre, la scelta ecologica deve diventare la più semplice e normale, facile da seguire dalla maggioranza. Questo approccio e funziona senza appelli morali o scontri”.
Cosa intende quando parla di “cervello dell’età della pietra”?
Non intendo ovviamente dire che siamo stupidi, ma che portiamo con noi una mente progettata per un mondo che non esiste più. Lo stesso meccanismo che ci spinge a preferire l’uovo oggi alla gallina domani, lo sconto intertemporale, era adattivo nel Pleistocene. Il paradosso è che viviamo sempre più a lungo, ma pensiamo sempre più a breve. Politica, economia, finanza funzionano su orizzonti temporali ridottissimi, il clima, invece, ragiona in decenni e secoli.
Come mai pensiamo solo così a breve?
Per milioni di anni ci siamo evoluti in ambienti in cui sopravviveva chi reagiva subito: chi scappava dal predatore, chi approfittava immediatamente del cibo disponibile. Questo ha plasmato un cervello che fa fatica a percepire l’urgenza quando le conseguenze sono lontane nel tempo. Se la temperatura salisse di dieci gradi in una settimana, saremmo tutti in strada a chiedere interventi radicali. Ma quando aumenta di pochi decimi in decenni, la nostra mente si adatta, normalizza, tollera. C’è poi un altro aspetto cruciale.
Quale?
Il clima non provoca indignazione immediata, non suscita disgusto, non appare come un’ingiustizia evidente. Ci scandalizziamo se qualcuno infrange una norma di condotta sessuale per esempio, ma non esistono norme interiorizzate sulla concentrazione di CO₂ nell’atmosfera.
Lei parla di “capitalismo limbico”, ovvero di un sistema economico che sfrutta la vulnerabilità biologica in profitto.
È un capitalismo che guarda al consumatore come a un circuito dopaminergico da attivare: più stimoli rapidi, più clic, più consumo immediato. Un sistema che monetizza la nostra vulnerabilità: junk food, obsolescenza programmata, Black Friday, gioco d’azzardo, oppioidi. Un’economia così ci inchioda al presente e rende invisibili i costi futuri.
Lei critica anche l’illusione della tecno-salvezza, così come l’illusione secondo cui nulla accadrà. Perché sono entrambe fallimentari?
Perché entrambe offrono una via di fuga psicologica dall’azione. L’illusione della tecno-salvezza sposta tutto nel futuro: confidare in soluzioni miracolose riduce il senso di responsabilità presente e legittima il rinvio delle scelte difficili. L’illusione opposta, quella che “nulla accadrà”, nasce dal passato: finché non viviamo eventi devastanti in prima persona, tendiamo a proiettare la normalità di ieri nel domani. Il risultato è lo stesso: paralisi, attesa e inazione, mentre il rischio continua ad accumularsi.
Come si determina allora il giusto compromesso tra il presente e i benefici immediati e il futuro?
Il punto è che il conflitto tra sé presente e sé futuro non si vince chiedendo alle persone di essere più razionali o più virtuose. La domanda giusta non è “come convincere le persone?”, ma “come progettare contesti in cui la scelta sostenibile diventi la scelta più facile, normale e conveniente”. Il compromesso non nasce dall’eroismo individuale, ma da regole, incentivi e norme sociali che rendano visibili i benefici futuri nel presente: prezzi, default, infrastrutture, feedback immediati.
Anche le sanzioni sono importanti?
Sì. Ma prima mi faccia dire una cosa: il tassello decisivo sono i pre-impegni: fissare oggi obiettivi futuri rende costoso tornare indietro e aumenta la credibilità dell’azione collettiva. Funzionano davvero, però, solo se accompagnati da sostegni a lavoratori, territori e settori colpiti. In caso contrario diventano politicamente fragili. Prendiamo l’energia: stabilire ora una data per l’uscita dal carbone o dai motori a combustione orienta investimenti e aspettative. Ma senza fondi per riconversione industriale e riqualificazione, il vincolo esplode.
Un’ultima riflessione riguarda la centralità delle comunità locali. Perché a livello locale è più ampia la partecipazione sui temi ambientali?
Perché a livello locale i problemi smettono di essere astratti e diventano esperienze concrete: un fiume che straripa, un bosco che scompare, un’estate in cui il razionamento dell’acqua entra nelle case. Questo cambia tutto. Quando le conseguenze sono vicine, visibili e condivise, si attivano il senso di responsabilità e le norme sociali. Partecipare a decisioni che riguardano il proprio territorio rafforza l’idea di efficacia personale: quello che faccio conta davvero. Gli accordi globali sono necessari, ma restano “lontani” e “calati dall’alto” se non vengono tradotti in pratiche locali. È sul territorio che la transizione smette di essere una sigla e diventa un progetto collettivo, capace di mobilitare persone attorno a problemi reali. È lì che la cooperazione diventa possibile.
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