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Brasile, il crollo dopo il Mondiale: crisi di talento, l’errore di Ancelotti e cosa non funziona

  • Postato il 6 luglio 2026
  • Di Virgilio.it
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Brasile, il crollo dopo il Mondiale: crisi di talento, l’errore di Ancelotti e cosa non funziona

Il tonfo del Brasile al Mondiale è fragoroso. Ma più che una sorpresa, è la fotografia di un declino che parte da lontano. Sarebbe troppo facile puntare il dito contro Ancelotti, primo ct nella storia della Seleção. Certo, Carletto ha commesso un errore forse imperdonabile, ma la realtà è che, al di là di Vinicius, c’è il vuoto. Proprio come l’Italia, anche la Canarinha ha imboccato una strada pericolosa, avviando una parabola discendente. E l’eliminazione agli ottavi contro la Norvegia trascinata dal ciclone Haaland rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un sistema che non funziona più e di una crisi di talento senza precedenti. Che sarebbe stato un Mondiale in salita lo si era intuito già dalle convocazioni. Ma se oggi in Brasile si parla della “peggiore prestazione ai Mondiali dal 1966”, come scrive Lance, le responsabilità non possono essere attribuite esclusivamente ad Ancelotti.

Brasile, l’errore di Ancelotti e il caso Neymar

Le convocazioni di Ancelotti hanno sollevato più di una perplessità, soprattutto per la scelta di lasciare a casa João Pedro, reduce da una stagione da 23 gol e 9 assist con il Chelsea, per fare spazio a Neymar e a una serie di over 30 da tempo fuori dal giro che conta, come gli ex juventini Danilo e Alex Sandro o il rispolverato Casemiro. Probabilmente il ct si è lasciato condizionare dalle pressioni di un intero Paese, che voleva il 34enne capitano del Santos ai Mondiali nonostante una condizione fisica precaria. Un azzardo rivelatosi un boomerang: l’ennesimo infortunio ha infatti compromesso la sua avventura iridata, tanto da spingere il presidente del Brasile Lula a definirlo, con amara ironia, “il primo calciatore in smart working al mondo”.

Solo così si spiega una convocazione che, fino alla vigilia della Coppa del Mondo, sembrava impensabile peché mai convocato in precedenza dal ct italiano. Il vero errore, però, è stato rinunciare a João Pedro. Magari non sarà (ancora) un fuoriclasse, ma arrivava al Mondiale nel miglior momento della sua carriera. Al suo posto sono stati preferiti profili come Igor Thiago e Matheus Cunha, giocatori che non offrivano maggiori garanzie. E si è visto.

Il vuoto oltre Vinicius: dal Mineirazo in poi, una crisi annunciata

Ora si aprirà inevitabilmente il processo ad Ancelotti, che pochi giorni prima dell’inizio dei Mondiali aveva rinnovato il contratto con la Federcalcio brasiliana fino al 2030. Vedremo se quell’impegno verrà rispettato o se il fronte contrario al primo ct straniero della storia della Seleção tornerà alla carica chiedendo un nuovo ribaltone in panchina. Ma il punto è un altro. Bisogna guardare la luna e non fermarsi al dito, un principio troppo spesso dimenticato nel calcio. Perché il Brasile vive una crisi di talento senza precedenti. Tolto Vinicius, chi può davvero fare la differenza? Che cosa resta della nazionale dei pentacampeões? L’ultimo vero acuto risale alla Copa America conquistata nel 2019, quando Alisson, Marquinhos e Casemiro erano ancora nel pieno della loro maturità calcistica e l’esperienza di Thiago Silva e Dani Alves riusciva a tenere in piedi una squadra che già mostrava evidenti crepe.

In realtà, il declino parte da molto più lontano. Il Mineirazo, i sette gol incassati dalla Germania nella semifinale del Mondiale casalingo del 2014, non fu il frutto di una serata storta, ma il primo chiaro segnale di una crisi strutturale. Da allora il Brasile non è mai andato oltre i quarti di finale nei Mondiali del 2018 e del 2022, eliminato rispettivamente da Belgio e Croazia. Oggi il divario con le nazionali europee è sempre più evidente così come il gap con l’Argentina, che pure dovrà provare a reinventarsi dopo Messi.

Il sistema Brasile non funziona più, a partire dalla Federazione

La crisi del Brasile parte dall’alto. A pagare è innanzitutto una Federazione da anni attraversata da lotte di potere e continui terremoti istituzionali. La lunga e storica presidenza di Ricardo Teixeira, conclusasi nel 2012, si è chiusa tra scandali e accuse di corruzione. Non è andata meglio con Ednaldo Rodrigues, il presidente che aveva scelto Ancelotti come commissario tecnico e che è stato poi rimosso dal suo incarico dal Tribunale di Giustizia di Rio de Janeiro per gravi irregolarità.

Dal maggio 2025 la guida della CBF (Confederação Brasileira de Futebol) è passata a Samir Xaud, che ha confermato Ancelotti sulla panchina della Seleção pochi giorni dopo il suo insediamento. Un clima di instabilità che ha inevitabilmente finito per riflettersi anche sulla nazionale. Negli ultimi dieci anni, infatti, il Brasile ha cambiato sei commissari tecnici: Mano Menezes, Dunga, Tite, Fernando Diniz, Dorival Júnior e, infine, l’allenatore emiliano. Un turnover continuo che racconta meglio di qualsiasi altra statistica la mancanza di un progetto tecnico stabile e di una visione a lungo termine.

I top club europei e il saccheggio dei baby talenti

Negli ultimi anni un fenomeno sempre più fuori controllo minaccia la crescita dei baby talenti del calcio brasiliano. Real Madrid, Barcellona, Chelsea, PSG e altri top club europei si danno battaglia per i wonderkids verdeoro, versando fiumi di milioni nelle casse, spesso in difficoltà economiche, delle società brasiliane, con l’obiettivo di assicurarsi i prospetti migliori ancora prima del compimento dei 18 anni. I giocatori restano “parcheggiati” nel Brasileirão fino alla maggiore età, come previsto dal regolamento FIFA, per poi volare in Europa. E molti finiscono per giocare poco o perdersi nella rotazione dei grandi club. Perché non tutti nascono con le qualità di Kaká, Vinicius, Ronaldo o Ronaldinho.

È il caso di Endrick, acquistato dal Real Madrid per circa 60 milioni di euro a soli 16 anni e recentemente mandato in prestito al Lione dopo un lungo periodo da spettatore non pagante al Bernabeu. Ma lo stesso discorso vale anche per Vitor Roque, per cui nel 2024 il Barcellona ha investito circa 30 milioni più bonus. La lista è lunga e comprende anche Luis Guilherme, passato al West Ham dal Palmeiras nel 2024 e già ceduto allo Sporting dopo un’esperienza deludente in Premier League. E ancora Estevão e Andrey Santos, che rischiano di bruciarsi al Chelsea, oltre a Lucas Beraldo e Gabriel Moscardo, acquistati dal PSG, con il secondo sparito dai radar.

Insomma, il “saccheggio” dei club europei sta progressivamente svuotando il calcio verdeoro delle sue risorse migliori prima ancora che possano maturare. Proprio come nel caso dell’Italia, l’operazione rilancio del Brasile appare sempre più come una mission impossible. E come in Italia ci si limita a guardare il dito e non la luna.

Autore
Virgilio.it

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