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Braccianti bruciati vivi ad Amendolara, chi erano le vittime e la vita in 10 in una casa da 500 euro

  • Postato il 3 giugno 2026
  • Cronaca
  • Di Blitz
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Braccianti bruciati vivi ad Amendolara, chi erano le vittime e la vita in 10 in una casa da 500 euro

Avevano lasciato il proprio Paese con la speranza di costruire un futuro migliore e di aiutare economicamente le famiglie rimaste a casa. Le quattro vittime della strage avvenuta ad Amendolara, nel Cosentino, erano giovani lavoratori impiegati come braccianti agricoli tra Calabria e Basilicata. Secondo quanto emerso nelle ore successive alla tragedia, tre erano cittadini afghani e uno pakistano. I loro nomi erano Amin, Ullah Ismat Qiemi, Safi e Waseem Khan. Il più giovane aveva appena 19 anni, mentre il più grande ne aveva 29. Tutti svolgevano lavori stagionali nei campi, in particolare nella raccolta delle fragole, con l’obiettivo di inviare denaro alle rispettive famiglie.

La loro morte ha scosso profondamente l’opinione pubblica per la brutalità dell’accaduto e per il contesto di precarietà e sfruttamento nel quale vivevano e lavoravano.

La vita nell’appartamento condiviso e il lavoro nei campi

Le indagini e le testimonianze raccolte hanno portato alla luce le difficili condizioni abitative dei lavoratori. I braccianti vivevano a Villapiana, in provincia di Cosenza, all’interno di un piccolo appartamento condiviso con altri migranti. In due stanze e un cucinino avrebbero abitato fino a dieci persone, costrette a dormire su materassi sistemati a terra. Per quell’alloggio veniva richiesto un affitto di circa 500 euro al mese, cifra che veniva suddivisa tra gli occupanti e sottratta ai già modesti guadagni derivanti dal lavoro agricolo.

Le loro giornate iniziavano prima dell’alba. Dopo il trasferimento verso le campagne, trascorrevano ore nei campi per poi fare ritorno a casa soltanto in serata. Alcune testimonianze raccontano di giovani considerati benvoluti nel quartiere, persone che cercavano semplicemente di lavorare e integrarsi nella comunità locale.

Le indagini e l’ipotesi dello sfruttamento

La Procura di Cosenza ha disposto il fermo di due persone accusate del quadruplice omicidio. Gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dell’aggressione avvenuta presso un distributore di carburante lungo la Statale 106. Le immagini delle telecamere di sorveglianza e le dichiarazioni dell’unico sopravvissuto rappresentano elementi fondamentali dell’inchiesta. Secondo le prime ricostruzioni, il movente potrebbe essere collegato a tensioni nate all’interno della rete che gestiva il reclutamento e il trasporto dei lavoratori agricoli.

Il superstite ha inoltre denunciato presunti episodi di sfruttamento, sostenendo che ai lavoratori venivano garantiti vitto e alloggio ma non sempre una retribuzione adeguata. Per questo motivo gli inquirenti stanno approfondendo anche il possibile coinvolgimento di fenomeni riconducibili al caporalato.

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Autore
Blitz

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