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Bianca Garufi. Il mito le ierofanie e il canto della Sicilia

Bianca Garufi. Il mito le ierofanie e il canto della Sicilia

Pierfranco Bruni

Il mito decifra in silenzio. Non ha bisogno di parole. Il linguaggio si affida a ciò che i simboli possono raccontare. Ci sono segni che ritornano dopo millenni. Si fanno tradizione. Nell’isola abitano gli archetipi. Sempre. Bianca Garufi non attraversa la Sicilia: la Sicilia la attraversa. È terra che si fa sangue, sangue che si fa scrittura. Psicologa junghiana, narratrice, compagna di strada di Cesare Pavese in “Fuoco grande” e nei “Dialoghi con Leucò”, Bianca non usa il mito come ornamento: lo abita. Per lei il mito non è reperto. È respiro. È ierofania quotidiana. É l’irruzione del sacro nel profano delle stanze, delle analisi, delle notti di Messina. Da Jung apprende la grammatica: l’inconscio non è cloaca, è mare. E il mare ha dèi. Ha archetipi che salgono come tonni nella tonnara dell’anima. L’Anima, l’Ombra, il Vecchio Saggio, la Kore: non sono concetti, sono abitanti. Pavese le insegna la sintassi: il mito è terra, è zolla, è “il sangue rappreso dei riti”. Unendo Jung e Pavese, Bianca inventa una lingua terza: la lingua delle ierofanie siciliane, dove il tempo non è linea ma spirale, e il canto mitico è l’unico modo di dire il vero senza tradirlo.

La Sicilia di Garufi è tutta ierofania. Si fa altare. Ogni luogo è soglia. Lo Stretto non divide: inizia. È krino, separazione sacra tra Scilla e Cariddi, tra mostro e vortice, tra il dire e il tacere. L’Etna non è vulcano: è axis mundi che fuma. Sale e ridiscende, come l’Ombra junghiana che dal profondo chiede parola. Il mare non è sfondo: è mare nostrum dell’anima, liquido amniotico e sudario, inizio e fine. In “Fuoco grande”, scritto con Pavese, l’isola è casa che brucia. Giovanni e Silvia non abitano la Sicilia: sono abitati da lei. L’incesto, il fuoco, la cenere: tutto è rito arcaico travestito da romanzo borghese. Ma sotto il borghese, il mito. Sotto il mito, la ierofania. Il fuoco grande non è incendio. È manifestazione della potenza. Brucia perché deve purificare. E ciò che resta, dopo, non è rovina: è archetipo. La casa crollata è la domus originaria, quella che sta al centro del labirinto.

Bianca lo sa. Da junghiana, riconosce i segni. Da siciliana, li patisce. Le ierofanie non spiegano: feriscono. E la ferita è porta. “Ogni isola è un mandala”, avrebbe detto Jung. Bianca lo scrive con altra parola: “Ogni isola è madre che divora e che nutre”. Grande Madre ctonia, Demetra nera, Leucò che parla dal fondo. La Sicilia è grembo e tomba, e tra grembo e tomba si consuma il tempo. C’è un eterno che diventa abisso per Pavese e cercare il senso per Bianca.  Infatti per Garufi il tempo non è orologio. È kairos, l’istante in cui il dio passa. E quando passa, canta. Il canto mitico non è metrica: è memoria. “Si canta per ricordare, si ricorda per non morire”. Così le prefiche, così le nenie, così i cunti dei pupi. Il mito è canto perché solo il canto attraversa la morte senza negarla. Pavese le aveva insegnato che “i miti sono fatti di parole, ma nascono dal silenzio”. Bianca rovescia: nascono dal silenzio del mare. L’isola è circondata di silenzio sonoro. Il rumore delle onde è metronomo dell’eterno ritorno. Ogni estate è la stessa estate, ogni vendemmia è la prima vendemmia. Eliade lo chiamava tempo sacro. Garufi lo chiama infanzia. “L’infanzia è l’isola che ci portiamo dentro”. E l’isola, quando la attraversi davvero, ti riporta all’infanzia del mondo: quando gli dèi parlavano e le pietre rispondevano.

Da Jung eredita il metodo: l’amplificazione. Un sogno non si interpreta: si amplifica. Si mette accanto al mito, alla fiaba, al rito. Così una stanza di Messina diventa la camera di Kore rapita. Così una seduta analitica diventa catabasi. “Penetrare le ierofanie” significa scendere. Scendere nel proprio Etna, nel proprio Stretto, nella propria tonnara. E laggiù, nel buio, trovare il dio. Che non salva: testimonia. L’attraversamento è il mare che entra nell’isola. Profonde metafore. Il mare è l’inconscio. Lo dice Jung, lo conferma Pavese, lo canta Bianca. Ma il mare di Sicilia non è l’oceano. È mare interno, thalassa materna e matrigna. Ha confini, e perciò è tragico. L’oceano è infinito e distrae. Il Mediterraneo costringe. Ti mette davanti Itaca, sempre. Ulisse non è eroe: è condannato. Condannato al ritorno, che è la forma più sottile di esilio.

L’isola è il Sé. Jung direbbe appunto: il mandala. Centro e circonferenza. Bianca lo scrive con parole di terra: “Siamo isole che sognano di essere continenti, e continenti che invidiano la solitudine delle isole”. L’isola è archetipo della compiutezza e della separazione. Sei tutto, ma sei solo. Sei centro, ma non hai vie d’uscita. Per questo l’isola è ierofania: manifesta la contraddizione divina. La Sicilia, più di ogni altra, perché è isola e vulcano, grecità e barocco, luce e zolfo. Attraversare il tempo, per Garufi, è navigare da isola a isola. Da sé a sé. Con metafore che non sono figure retoriche: sono trasporti. Dal greco metaphérō, portare oltre. La metafora porta oltre il visibile. Il mare porta oltre la terra. Il mito porta oltre la biografia. E Bianca, in questo attraversamento, tiene il timone con mano junghiana e sguardo pavesiano: lucida, selvatica, fedele alla ferita.

Bianca Garufi compie il viaggio che Jung descrive e che Pavese incarna. Individuazione, lo chiama Jung: diventare ciò che si è. “Il mito è il nido”, scrive Pavese. Bianca mette insieme: individuarci è tornare al nido, ma il nido è sull’Etna. È il fuoco, non la paglia. Nei suoi scritti, nelle sue carte analitiche, nei racconti, l’isola diventa temenos, recinto sacro. Lì dentro, l’Ombra si incontra. L’Ombra ha il volto della Sicilia arcaica: matriarcale, violenta, tenera. Riconoscerla è ierofania. Negarla è nevrosi. Bianca non la nega. La scrive. E scrivendola, la esorcizza e la invoca. Con Pavese condivide il destino. Entrambi cercano nel mito la struttura del reale. Ma Pavese si ferma sulla soglia, atterrito dalla mancanza di dio. Bianca entra, perché ha Jung come lampada. Sa che gli dèi sono diventati malattie, ma che le malattie, se ascoltate, ridiventano dèi. La depressione è Demetra che cerca Kore. L’angoscia è Pan che corre nel mezzogiorno. La ierofania è ovunque, per chi sa vedere.

Resta sempre un canto. Segreto canto nelle vie della vita dentro la morte e dentto l’isola. Bianca Garufi muore, ma l’isola resta. Restano le sue pagine, i suoi appunti, “Fuoco grande” che continua a bruciare. Resta il suo stile: pavesiano nella durezza della terra, junghiano nella profondità dell’acqua e nell’eleganza della ferita. I miti  del Mediterraneo hanno fatto scrittura e restano pietà per la parola. Una stessa fedeltà al simbolo. Le ierofanie di Bianca Garufi non sono teorie. Sono conchiglie. Le raccogli sulla spiaggia di Messina e dentro ci senti il mare. Ci senti il tempo. Ci senti il canto mitico che dice: “Sei venuto da lontano, ma eri già qui”. Mare e isola, dunque. Metafore profonde, sì. Ma anche più di metafore: luoghi. Luoghi dell’anima dove il tempo si fa sacro e il sacro si fa abitabile. Per un istante. Che è l’eternità dei poeti. E dei miti. E di Bianca. In un contesto poetico e mitico ri-tornare è il senso di tutto. Ciò non significa ritornare geograficamente. Ma ritornare in sé.  Questo ritornare è ritrovare il cuore e il labirinto.  Le ierofanie decifrano il nascosto che vive nel labirinto. Un cammino che intreccia Leucò, Bianca Garufi,  e il gorgo di Pavese. 

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