Béla Tarr, il più grande. Con lui un’esperienza originalissima del tempo
- Postato il 7 gennaio 2026
- Blog
- Di Il Fatto Quotidiano
- 1 Visualizzazioni
È morto Béla Tarr, fino a ieri forse il più assoluto tra i pochi grandi cineasti superstiti.
Da qualche parte, mi pare in Evaristo Carriego, Borges allude alla possibilità di accedere a un’esperienza dove, miracolosamente, si possa essere «dello stesso tempo del tempo».
Si tratta di un’ambizione del tutto azzardata perché il tempo ha questa strana ‘natura’: benché vi siamo sempre immersi, la sua impalpabile sostanza elude ogni ‘cattura’. Esperiamo il tempo solo decoincidendo con esso. L’inquietudine, dunque la nervosa oscillazione dell’esistenza, consiste nel non poter mai sostare pienamente sull’attimo. Incapaci di trattenerci sul puro presente, lo evadiamo incessantemente proiettandoci nel futuro o ritenendo il passato. Di fatto, siamo sempre estranei al momento genetico in cui il tempo è e non cessa di prodursi.
Qualcuno ha provato a pensare che per accedere a questo tempo incondizionatamente in atto – l’unico, peraltro, capace di determinare una vera e propria svolta politica – sia necessaria un’interruzione, una frattura della temporalità che proprio là dove la infranga la riveli, rendendola disponibile all’esperienza e all’azione senza presupposti.
Con tutt’altre tecniche, invece, per far percepire il tempo lo si contrae, portandolo a un inusitato grado di densità. È così nei riquadri dell’arte, ad esempio in un affresco che ritragga una scena di caccia rinascimentale, dove la totalità sensibile dell’evento dipinto viene simultaneamente esposta, o quando, in ‘sole’ due ore di pellicola, assistiamo alla débâcle dell’armata napoleonica sul suolo russo. Ma l’inquadratura pittorica o cinematografica può anche seguire un metodo opposto e dilatare il tempo fino a sospenderlo, come in una natura morta di Morandi o con l’‘Ofelia’ fluttuante di Tarkovskij, che, in onirico sorvolo, sembra esonerata dal domino ‘occasionale’ degli istanti. Comunque sia, contraendolo o dilatandolo, si dà luogo visivamente al tempo negandone la forma immediata e riplasmandolo con sapiente artificio. È stato d’altra parte suggerito che compito dell’artista sia proprio scolpire il tempo…
Quale altro principio ha invece ispirato la regia di Béla Tarr?
La sua strategia, originalissima, si situa esattamente agli antipodi. Per lui il tempo, per essere artisticamente dispiegato, dev’essere accolto intatto, nell’indivisibile continuum della sua inesorabilità. Gli estenuanti piani sequenza del maestro ungherese hanno questo di straordinario: giungono misteriosamente a coincidere col puro essere del tempo che tutti gli altri registi invece manipolano.
Béla Tarr unifica il cinema all’indolente fluire del tempo, pareggia tragicamente ad esso lo svolgersi della pellicola. Ci fa dunque sentire il tempo, poiché il suo girato è «dello stesso tempo del tempo».
L'articolo Béla Tarr, il più grande. Con lui un’esperienza originalissima del tempo proviene da Il Fatto Quotidiano.