Battiato e il “fuoco di sant’Antonio”
- Postato il 24 marzo 2026
- Cultura
- Di Agi.it
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Battiato e il “fuoco di sant’Antonio”
AGI - Sant’Antonio abate, il maiale e il virus “herpes zoster”. Strano terzetto ma di grande attualità. Con un ospite d’onore associato, il cantautore scomparso Franco Battiato. Cosa li lega? I primi tre si potrebbero definire membri della “Compagnia del virus” (veleno dal latino). Infatti si sono chiusi da poco i giorni dedicati da alcune Aziende sanitarie locali alla vaccinazione contro il “fuoco di sant’Antonio” e a campagne di sensibilizzazione sui fastidiosi effetti della malattia.
Quando le difese immunitarie del corpo umano si indeboliscono – fa sapere l’Istituto superiore di sanità – il virus si riattiva dalle “spoglie” del morbo della varicella contratto da bambini e rimasto annidato nei gangli delle radici nervose spinali. E a distanza di anni, anche cinquanta, risorge sotto forma di doloroso sfogo sulla pelle.
Perché si dice fuoco di sant’Antonio?
Da secoli, ormai, santo, maiale e virus sono entrati a far parte della tradizione popolare (e anche del vocabolario della medicina). Tre parole fuse in un unico modo di dire: “fuoco di sant’Antonio” appunto. Per chiarire la ragione si parte dal santo.
La vita di sant’Antonio abate
AGI - Una panoramica su di lui la fa il “Dizionario biografico dei santi” della De Agostini (2010): “Sant’Antonio abate nato a Coma, nel Medio Egitto, verso la metà del III secolo, da ricca famiglia”. Poi, riassumendo, quando muoiono i suoi genitori Antonio vende tutto, cede i suoi averi e fa il monaco nel deserto, attirando seguaci che ne accrescono la fama. Morirà ultraottantenne, celebrato in seguito come padre del monachesimo.
Malattia e religione: i fattori di connessione
I tre protagonisti, però, sembrano ancora lontani tra loro, non si vede connessione. Si cominciano ad avvicinare per la combinazione di due fattori andati spesso a braccetto: malattia e religione.
L’ergotismo e le reliquie del santo
“Le reliquie (di sant’Antonio, ndr) – spiega Alfredo Cattabiani in ‘Santi d’Italia’ (Bur-Rizzoli, 2013) - giunsero nell’XI secolo alla Motte-Saint-Didier, in Francia. Fu costruita una chiesa alla quale convenivano folle di malati di ergotismo canceroso, che era causato dall’avvelenamento da un fungo presente nella segala usata per la panificazione che provocava bruciore”. Quel morbo era talmente insopportabile che sembrava una dannazione, un’anteprima dell’inferno in terra. E il desiderio di miracoli ha fatto il resto, saldando per sempre venerabile e malattia.
L’ordine degli antoniani e il ruolo dei maiali
“Oltre alle cure – prosegue Cattabiani - i malati si affidavano alla potenza taumaturgica delle reliquie del santo. Si costruì un ospedale e si fondò una confraternita di religiosi: ebbe così origine l’Ordine ospedaliero degli Antoniani. Uno dei più antichi privilegi che i papi accordarono loro – continua - fu quello di poter allevare maiali per uso proprio. Il loro grasso serviva a curare l’ergotismo, che venne chiamato ‘il male di sant’Antonio’ e poi ‘fuoco di sant’Antonio’: gli si attribuì il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli altri animali domestici”.
I maiali degli antoniani nelle città
Ecco spiegata la “Compagnia del virus”: il santo, il maiale e la malattia. “In molte città della Francia, della Germania e dell’Inghilterra – scrive lo storico e antropologo Michel Pastoureau nel suo libro ‘Il maiale, la storia di un cugino poco amato’ (Ponte alle Grazie, 2014) - i frati antoniani ottennero il privilegio di lasciare liberi i maiali nelle strade e sui terreni comunali, dove grufolavano fra i rifiuti”. Non solo. “Gli animali – aggiunge - erano identificati da una speciale campanella al collo. Tale privilegio suscitò l’invidia degli altri ordini monastici e religiosi, tanto che alcuni dotarono fraudolentemente i propri animali di una campanella simile a quella degli Antoniani, dando origine a controversie e processi”.
Il cinghiale bianco e franco battiato
E il collegamento con Battiato? Prima un passo indietro. C’è stato un tempo in cui il maiale selvatico (cioè il cinghiale) godeva “dell’ammirazione dei Romani”, osserva l’accademico d’Oltralpe. “Nei territori celtici, come la Francia – aggiunge Cattabiani - sant’Antonio ereditò persino le funzioni di una divinità che presiedeva alla rinascita della natura e alla fertilità degli animali”. Poi l’elemento-chiave: “I Celti - fa presente ancora l’autore - lo onoravano a tal punto da porre una statuetta di cinghiale sull’elmo e da raffigurarlo sugli stendardi. Gli stessi sacerdoti, i druidi, erano chiamati ‘Grandi Cinghiali Bianchi’”. Figura che va dritta a un brano di successo del 1979 cantato da Franco Battiato e che fa emergere i suoi riferimenti mistici: “L’era del cinghiale bianco”. La spiegazione del testo è sul sito web ufficiale dell’artista scomparso.
Il significato spirituale del cinghiale bianco
“Il cinghiale bianco – si dice - indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone – conclude Battiato - ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”.
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