Barbara, la santa che sfidò l’impero

  • Postato il 27 gennaio 2026
  • Cultura
  • Di Agi.it
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Barbara, la santa che sfidò l’impero

AGI - Santa Barbara, patrona di Rieti, fu una ribelle che arrivò a sfidare anche l’impero romano. Questa ragazza indomita - che nel III secolo lasciò Nicomedia, in Turchia, per seguire il padre Diòscoro a Scandriglia, nella provincia reatina - si rifiutò di rinnegare la fede cristiana di fronte al genitore, al prefetto di Roma, anche sotto tortura e, infine, sapendo di dovere morire. La sconfitta, però, si è trasformata in vittoria. La sua vicenda è sopravvissuta nei secoli.

Se il fuoco la torturò, santa Barbara oggi viene invocata perché protegga dalle fiamme coloro che cercano di domarle; e il fulmine, che incenerì il genitore immediatamente dopo averle tagliato la testa (il 4 dicembre, come riporta la tradizione), è divenuto simbolo della morte improvvisa che potrebbe cogliere chi svolge lavori pericolosi e dunque si appella allo scudo spirituale della venerabile. È per questo, inoltre, che la martire fa parte del gruppo ristretto dei 14 santi ausiliatori, che dal XIV secolo (tempo di peste) i fedeli supplicano perché intercedano contro le malattie. Ed è una megalomartire: grande per i patimenti subiti e per il vasto culto.

La storia e la canonizzazione

La presenza di Barbara nella provincia del Lazio è un altro dei tesori “nascosti” dall’eterna bellezza di Roma. La leggenda che circonda la santa è diventata storia. Vale a dire, non sempre è stato possibile verificare le notizie sul suo conto. Motivo per cui nel 1969 Paolo VI la rimosse dal “Calendario romano”, ma dal 2006 è tornata presente nel Martirologio promulgato da Giovanni Paolo II e, nella versione italiana, dichiarato “testo obbligatorio” dalla Conferenza episcopale italiana.

Invece, sono certi l’adorazione popolare di cui Barbara gode – in Italia e nel mondo - e il ricordo dei fatti che la resero martire. Cioè, per definizione: “Testimone del suo credo fino alla morte” (parte terza del Catechismo); e santa: chi fa “offerta libera e volontaria della vita” a Cristo (Lettera apostolica “Maiorem hac dilectionem” firmata da papa Francesco nel luglio 2017).

Del resto lo disse chiaramente il vescovo di Rieti, Saverio Marini, nel suo libro-inchiesta del 1788 sulle “Memorie di santa Barbara”. Il prelato fu assai scettico sull’attendibilità di alcune dichiarazioni riportate in vari Codici (quello Vaticano, di Vercelli, Arezzo, Cesareo e altri ancora). Ma arrivò alla conclusione: “La santa aveva augurato bene a chi maliziosamente aveva cooperato al suo male; e con questa lezione ecco in salvo l'eroica virtù”.

Santa Barbara patrona: i mestieri protetti

Quindi le cose cambiano. “Dal 4 dicembre 1951 – ha ricordato lo scorso anno il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante le celebrazioni della santa nella cattedrale reatina dove si conservano le sue spoglie – fu Pio XII ad attribuire alla martire il titolo di patrona degli artiglieri, dei genieri, dei marinai, dei vigili del fuoco e di quanti corrono il rischio di venire uccisi dal fuoco e dal fulmine”. Infatti non è un caso se dal 1727 il deposito di esplosivi viene chiamato “santabarbara”.

L’elenco dei mestieri (quasi completo) prosegue sul sito web del ministero dell’Interno. A parte gli incarichi già menzionati, compaiono armaioli, cannonieri, campanari, carpentieri, minatori, ombrellai, tessitori, metallurgici, architetti. Ancora (dal Sindacato italiano militari): tagliapietre, muratori, becchini e artisti sommersi. In più, studenti e librai e (dal testo “Santa Barbara”, di Graziano Pesenti, Elledici editrice Velar, 2012) geologi e cantonieri Anas.

Infine, Santa Barbara è anche “angelo custode” degli “operatori del materiale esplosivo, infiammabile e comburente”, come ricorda l’Associazione pionieri e veterani dell’Eni il cui fondatore, Enrico Mattei, agli inizi degli Anni 50 del secolo scorso volle dedicarle la chiesa costruita nel comune di San Donato Milanese, consacrata dall’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (poi pontefice) ed eletta parrocchia nel ’63.

La leggenda della torre e il martirio

Secondo la consuetudine, quando la ragazza bella e neanche maggiorenne trasloca a Scandriglia già simpatizza per la setta dei cristiani. Il padre – ricco e nobile - è collaboratore dell’imperatore Massimiano Erculeo e a nessuno dei due piacciono i seguaci di Cristo. Un giorno, per impegni di lavoro il genitore parte. La figlia resta sola in villa. E da qui le versioni si moltiplicano: viveva in una casa bassa o una torre, c’era già o è stata costruita? Insomma, varie le combinazioni degli eventi, identica la sostanza. E lo stesso vale per i miracoli che poi si raccontano.

Rifacendosi alla ricostruzione del vescovo Marini, alle due finestre esistenti sulla costruzione Barbara ne fa aggiungere una terza: rappresentano la Trinità. Nella piscina vicina all’abitazione la ragazza si immerge tre volte: è il “battesimo di desiderio” che – spiega la teologia cattolica – concede il dono divino anche senza avere ricevuto il sacramento.

Il padre torna e cominciano i guai. Rinchiude Barbara nella torre e lei riesce a fuggire. Viene trovata, denunciata e torturata in carcere con piastre infuocate applicate sul corpo, e un angelo di notte va e la guarisce. La ragazza non cede. Disprezza il paganesimo, prende a calci gli idoli, ci sputa sopra, provoca l’impero il quale considera i cristiani nemici numero uno. E il magistrato chiude il caso: la giovane è colpevole e va decapitata. A eseguire la sentenza lo stesso Diòscoro, un attimo dopo incenerito da un fulmine caduto a ciel sereno.

I simboli nell'iconografia di santa Barbara

Da un’opera all’altra, l’iconografia raffigura la santa con tutti i simboli di questa storia: la torre (Trinità), la piuma di pavone (immortalità), palma, corona o diadema (martirio). E poi, la spada (con la quale fu uccisa), l’ostia o il calice (vita cristiana), i cannoni o le catapulte, emblemi del suo patronato), il libro (vita studiosa) e la torcia (incendio). Sono le immagini della santa che sfidò l’impero romano.

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Autore
Agi.it

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