Baku conta più del solo gas. Ecco la strategia italiana nel Caucaso tra energia, industria e influenza europea
- Postato il 26 aprile 2026
- Esteri
- Di Formiche
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La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà a Yerevan lunedì 4 maggio per l’ottavo Vertice della Comunità Politica Europea. Martedì 5 maggio volerà invece a Baku per una visita ufficiale di natura bilaterale. La sequenza è più eloquente della somma delle due tappe. Prima il formato europeo allargato, in cui si discute di sicurezza e stabilità nel Caucaso. Poi il confronto diretto con il partner che per Roma pesa di più nella regione sul piano energetico, commerciale e ormai anche industriale.
La sequenza Yerevan–Baku
La tappa armena coincide con il primo summit Ue Armenia, previsto sempre a Yerevan il 4 e 5 maggio, ma quel formato è distinto da quello della Comunità Politica Europea ed è guidato dai vertici delle istituzioni dell’Unione insieme al premier armeno Nikol Pashinyan. Meloni non partecipa quindi al summit Ue Armenia in senso stretto. Si muove però nello stesso spazio diplomatico e negli stessi giorni in cui Bruxelles rafforza il canale con Erevan e questo rende ancora più significativa la scelta di proseguire subito dopo verso Baku.
A questo punto il viaggio smette di essere soltanto una missione sull’energia. L’Italia non sta cercando semplicemente volumi aggiuntivi di gas. Sta cercando soprattutto una leva più ampia, cioè più margine di manovra nei corridoi euro caspici e più peso nei tavoli europei dove si decide la geografia energetica del continente. Con l’Azerbaigian esiste già una relazione strutturata. L’Italia è da anni il primo partner commerciale del Paese e principale destinazione dell’export di idrocarburi, con quote che in diversi periodi hanno superato anche la metà delle esportazioni complessive. Quando un rapporto raggiunge questa densità difficilmente resta confinato nel perimetro economico e tende a produrre anche effetti politici.
Per Roma, Baku conta soprattutto come snodo. Il Tap, secondo il piano strategico 2026-2030 di Snam, ha coperto nel 2025 circa il 16 per cento della domanda italiana di gas e dal 2026 ha incrementato la capacità di trasporto di ulteriori 1,2 miliardi di metri cubi l’anno. Da gennaio le forniture azere raggiungono per la prima volta anche Austria e Germania passando attraverso l’Italia e segnano così l’estensione del corridoio caspico dal Sud Europa verso il cuore del mercato europeo. Tradotto in termini politici, il governo prova a utilizzare il ruolo di terminale energetico non solo per garantire gli approvvigionamenti ma anche per accrescere la centralità dell’Italia nelle discussioni europee su sicurezza energetica e connettività.
Diplomazia economica
La missione del viceministro Edmondo Cirielli a gennaio 2026 ha riattivato la Commissione economica intergovernativa e ha portato all’approvazione di un Piano d’azione congiunto per il periodo 2026–2027, articolato in decine di iniziative e in più di una dozzina di ambiti, dall’energia alle infrastrutture, dallo spazio all’agroalimentare, dal turismo alle dogane e allo sminamento umanitario. Al tavolo, insieme alla componente politica, sedevano Ice, Sace, Cdp, Simest, Eni, Italferr e rappresentanze delle piccole e medie imprese italiane. È il segnale di una diplomazia che non vuole soltanto parlare con un Paese ma che punta a stare dentro il suo sviluppo economico.
Qui si vede con chiarezza la peculiarità della strategia diplomatica italiana. Si tratta di una politica per punti di accesso, dove l’Azerbaigian assume un ruolo centrale. La Georgia resta rilevante come spazio di transito e di connettività. L’Armenia è importante sul piano politico e simbolico, soprattutto ora che l’Unione europea ne rafforza il profilo con un summit dedicato, ma non genera per l’Italia lo stesso livello di interdipendenza materiale che esiste con Baku. In controluce, la strategia italiana appare europea nella cornice, selettiva negli interessi e centrata sull’Azerbaigian nella sostanza.
Anche la geografia delle imprese italiane coinvolte racconta la stessa storia. Snam è azionista del Tap con una quota del 20 per cento e partecipa quindi alla gestione dell’infrastruttura che fa dell’Italia il terminale europeo del corridoio meridionale. Eni e Socar hanno firmato nel 2024 tre memorandum su sicurezza energetica, riduzione delle emissioni e filiera dei biocarburanti, con l’obiettivo di rafforzare l’approvvigionamento europeo e sviluppare progetti di transizione in Azerbaigian e nella regione. Ansaldo Energia ha legato il proprio nome alla centrale “8 November” di Mingachevir, spesso citata come simbolo della modernizzazione energetica azera. Leonardo ha firmato nel 2023 il contratto per la fornitura del C 27J all’aeronautica azera e ha esteso la relazione anche al perimetro difesa aerospazio. Le guide istituzionali dedicate al fare impresa in Azerbaigian richiamano inoltre la presenza di gruppi come Saipem, Technip Italia, Maire e di nuovo Snam ed Eni nei comparti più strategici dell’economia locale.
Resta il lato più esposto della partita. Più Roma investe sul corridoio caspico, più aumenta la propria centralità nei tavoli europei. Cresce però anche la vulnerabilità a shock politici, militari o infrastrutturali lungo una rotta che attraversa una regione ancora instabile, segnata dalla competizione russa, dall’influenza turca e da fragilità interne. Il fatto che il gas azero venga ormai instradato via Italia anche verso Austria e Germania conferma la centralità italiana ma rende altrettanto evidente il rovescio della medaglia. Una leva strategica di questo tipo nel Caucaso è quasi sempre anche una nuova esposizione.
In sintesi, l’Italia nel Caucaso pratica una realpolitik misurata. Non cerca un equilibrio astratto tra tutti gli attori della regione e cerca invece un’utilità strategica che possa essere gestita. Yerevan serve a ribadire l’ancoraggio alla cornice europea in una fase in cui l’Unione prova a ridefinire il proprio ruolo nel Caucaso. Baku serve a presidiare il punto in cui per Roma energia, industria e influenza si intrecciano.
L’Azerbaigian oggi conta per l’Italia più del solo gas perché da lì passa la possibilità di trasformare una dipendenza funzionale in una presenza politica più autonoma. Il vantaggio è chiaro e consiste nel pesare di più nei corridoi che uniscono Caspio, Mediterraneo ed Europa. Il rischio lo è altrettanto e coincide con il fatto che ogni avanzamento di posizione porta con sé un grado più elevato di esposizione strategica.