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Avion Travel a Sibari: “La canzone è un piccolo teatro di tre minuti”

  • Postato il 10 agosto 2026
  • Notizie
  • Di Quotidiano del Sud
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In sintesi

Gli Avion Travel portano la loro proposta musicale al Parco Archeologico di Sibari nella notte di San Lorenzo. Peppe Servillo e la band illustrano come la canzone rappresenti un linguaggio artistico completo, capace di trasportare lo spettatore attraverso emozioni, ricordi e visioni in soli tre minuti. Un appuntamento significativo all'interno della rassegna Sibari in Progress, dove la musica dialoga con la ricchezza culturale del territorio calabrese.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Avion Travel a Sibari: “La canzone è un piccolo teatro di tre minuti”

Il Quotidiano del Sud
Avion Travel a Sibari: “La canzone è un piccolo teatro di tre minuti”

Gli Avion Travel arrivano al Parco di Sibari; Peppe Servillo racconta il valore di una musica capace di evocare memoria e immaginazione


Oggi, 10 agosto 2026, nella notte di San Lorenzo, il Parco Archeologico di Sibari accoglie gli Avion Travel in uno dei concerti più attesi di Sibari in Progress in dialogo con il Peperoncino Jazz Festival. Da questa prospettiva si muove questa intervista a Peppe Servillo, voce simbolo e volto riconoscibile di un’avventura artistica collettiva che ha segnato in modo originale la musica italiana degli ultimi decenni.

Parlare degli Avion Travel significa infatti entrare in un universo sonoro unico, dove canzone d’autore, teatro, jazz, musica colta e sensibilità mediterranea si intrecciano con una naturalezza rara. Nati come formazione capace di sottrarsi a ogni etichetta, gli Avion Travel hanno costruito negli anni un linguaggio personale, elegante e spiazzante, in equilibrio tra scrittura raffinata, invenzione armonica e profondità narrativa, compresa la vittoria a Sanremo del 2000. Dentro questo percorso, Peppe Servillo è molto più di un frontman: è interprete, stile, attore della parola, presenza scenica capace di dare corpo e respiro a un repertorio che vive di sfumature, ironia, malinconia e intelligenza espressiva. Ma il cuore del racconto resta il gruppo, la sua identità inconfondibile, la sua capacità di fare della musica un gesto culturale prima ancora che spettacolare. Un dialogo ricco e denso.

Che tipo di concerto sarà quello di oggi?

«Sarà certamente una notte magica, ma la cosa più importante è suonare in un luogo così significativo del nostro Sud. L’area archeologica di Sibari e carica di suggestione e continua ancora oggi a trasmettere grandi valori di civiltà. E il PJF ci accoglie ancora una volta con questo spirito»

Gli Avion Travel hanno attraversato stagioni musicali molto diverse. Come definiresti il vostro presente artistico?

«Il tempo passa e con il tempo cambiano le cose. Oggi la nostra proposta può suonare diversa, sia per il pubblico di adesso sia per chi ci ascoltava allora, perché nel frattempo cambiamo noi e cambia anche chi ascolta. Un amico mi disse una volta: ‘Dimentico i libri che leggo, ma la considero una fortuna, perché quando li rileggo mi sembrano altri libri’. E una lezione che sento molto vicina: vale anche per la musica e per tutto ciò che si torna ad ascoltare».

Nel 2000, con Sentimento, vinceste tutto a Sanremo. Quanto contò quel risultato?

«Contò moltissimo. Noi siamo ancora oggi debitori verso quel palcoscenico, che ci fece conoscere al grande pubblico. Una cosa apparentemente ovvia da dire, ma per noi non lo è, perché veniamo da una storia diversa perché siamo nati dentro una dimensione che potremmo definire underground, nel contesto del new rock italiano degli anni Ottanta. Sanremo rese più chiara e visibile a tutti quella che era la nostra proposta. Una proposta che aveva certamente un carattere moderno e, se vogliamo, alternativo, ma che stava anche dentro il solco di una tradizione importante: quella napoletana e quella dei cantautori italiani».

Che cos’è per te la musica popolare?

«È la musica che non dimentica la lezione della tradizione. La tradizione è vita che continua, e questa vita continua a parlare al nostro orecchio, al nostro cuore, alla nostra mente. Coltivarla significa evitare che diventi materia da museo. La nostra cultura, e direi più in generale quella europea, e una cultura di tradizione che si rinnova. La tradizione resta viva solo se viene praticata. Per questo, anche nei miei altri progetti, torno spesso a repertori che considero essenziali, da quello napoletano a quello di Lucio Dalla: credo che un repertorio debba essere frequentato, soprattutto dal vivo, per continuare a dirci qualcosa anche molti anni dopo».

Nei vostri brani convivono teatro, canzone d’autore, ironia e raffinatezza musicale. Una cifra cercata o nata naturalmente?

«Entrambe le cose. Il nostro mestiere consiste nell’essere sempre pronti a cogliere un’idea, una vibrazione. C’è una ricerca, ma c’è anche una componente di accadimento, di casualità. Il fatto che io cambi spesso repertorio dipende proprio dalla grande frequentazione del palcoscenico e dall’incontro con materiali diversi. Questa esperienza mi ha insegnato che la varietà rende più liberi, come artisti e come persone. Ed è un aspetto fondamentale, soprattutto oggi, in un tempo in cui l’industria musicale rischia spesso di sacrificare spontaneità e fantasia».

Oggi e ancora possibile fare una canzone sofisticata senza rinunciare a un’emotività forte?

«È una scommessa, ma molti artisti ci riescono ancora e non penso soltanto all’Italia. Bisogna lasciare spazio a chi prova a tenere insieme queste due dimensioni: quella popolare e quella della qualità. Tutto questo ha a che fare con la libertà. Certo, gli artisti devono assumersi dei rischi, ma dovrebbero farlo anche i discografici, le radio, gli speaker, tutti coloro che scelgono di proporre contenuti nuovi».

La tua è una voce che sembra più raccontare che semplicemente cantare. Mi sbaglio?

«Questo dipende anche dal fatto che non mi considero un cantante virtuoso nel senso tradizionale del termine. Mi sento piuttosto dentro una tradizione di attori-cantanti molto tipica della cultura napoletana. Penso sempre che la canzone sia una messa in scena. Paolo Conte diceva che una canzone e un piccolo teatro di tre minuti, e aveva perfettamente ragione».

Per te cantare significa soprattutto dire, evocare o incarnare?

«Evocare. Cantare è una messa in scena, un invito all’ascolto e all’immaginazione. Chi ascolta deve poter partecipare con la propria sensibilità, come accade a chi legge un libro. L’arte, in fondo, e un suggerimento: offre qualcosa che poi ciascuno rielabora in modo personale».

C’è una parola che senti particolarmente vicina in questa fase della tua vita artistica?

«Molti anni fa, in un’intervista per la tv giapponese, dissi che una delle parole che amo di più e ‘ragazzo’, o ‘ragazza’. Lo penso ancora oggi. La condizione del giovane e bellissima. Non ha ancora tradito del tutto l’infanzia e non e ancora diventato adulto attraverso decisioni definitive. E una soglia, una condizione aperta».

Che cosa vorresti restasse a uno spettatore dopo un vostro concerto?

«Mi piacerebbe che ciò che ha ascoltato rimandasse al ricordo di qualcos’altro: una canzone, un’immagine, un’esperienza, una memoria personale. Mi interessa questa concatenazione, questo passaggio da un’emozione a un’altra».

Che rapporto hai con la Calabria?

«Un rapporto di grande amore. È una terra che sento vicina e che amo molto. Del resto, i napoletani sono di casa in Calabria da sempre, così come i calabresi si sentono a casa a Napoli. È un legame antico, naturale».

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