“Avevo 20 anni, sono quasi morto e sono uscito dal mio corpo. Da allora ascolto una voce che mi guida”. La storia di Sal Sparace e il mistero scientifico delle esperienze pre-morte
- Postato il 26 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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“Sono quasi morto a vent’anni. Da allora non sono mai tornato del tutto indietro”. Sal Sparace lo dice senza cercare effetti speciali, come chi ha passato quarant’anni a convivere con una ferita nello spirito mai rimarginata. Oggi vive a Londra, lavora da decenni ai livelli più alti della televisione britannica, è producer e direttore tecnico per grandi produzioni internazionali. Ma la sua storia comincia molto prima, a Napoli, in una notte di stanchezza estrema, quando dopo quattro giorni senza dormire ebbe quella che lui definisce “un’uscita dal corpo” e che la letteratura scientifica chiama NDE (Near Death Experience): esperienza di pre-morte. Le esperienze di pre-morte sono racconti riportati da persone sopravvissute a arresti cardiaci, coma, incidenti, gravi traumi o condizioni di collasso fisiologico. Gli elementi ricorrenti sono noti: la sensazione di uscire dal corpo, la visione della propria vita in sequenza rapidissima, una luce intensa, una percezione di realtà più forte della realtà ordinaria, l’incontro con presenze o voci, un cambiamento profondo del modo di vivere dopo il ritorno. La scienza non le considera più semplici fantasie da liquidare in blocco: le studia, ne registra le costanti, cerca correlati cerebrali. E la storia di Sal Sparace è l’incarnazione vivente di questa iper-lucidità prolungata. Per lui non è facile tornare indietro a quel giorno in cui la sua vita è cambiata per sempre. Ci colleghiamo in videochiamata mentre si trova a Londra, alle sue spalle troneggiano sofisticate apparecchiature tecnologiche di una regia tv. Certezza razionale nella tecnica e convivenza quotidiana e continua con l’irrazionale, sono questi i poli della vita di Sal.
Tutto inizia a Napoli. Un ragazzino brillante, genio dell’elettronica (a undici anni costruisce una radio da solo, a dodici è già cameraman), ma profondamente inquieto e distaccato dal mondo. Affascinato dalla poesia di Eugenio Montale, cerca l’inganno dietro la realtà: “Questa cosa mi dava l’idea che nella vita si potesse rompere una barriera ed io ne avevo bisogno”, racconta. Cita a memoria Forse un mattino: “Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”. Un’immagine che, anni dopo, gli sarebbe sembrata quasi una premonizione. A vent’anni la sua ribellione si trasforma in un atto di auto-sabotaggio fisico. Accetta quattro lavori in sequenza, smettendo di dormire. “Il quarto giorno ero in macchina con un amico, poi sono tornato a casa e sono andato in bagno”, ricorda Sal. “Mentre scrivevo una poesia, vedevo che la mia mano era guidata. Sentivo che la mia anima era collegata a qualcosa che non era più materiale. A un certo punto ho capito: ‘Oddio, sto morendo! Sto perdendo il corpo!’. La prima cosa che accade è rivedere tutta la propria vita velocemente”.
In quei microsecondi, Sal si ritrova fuori da sé, in una sfera bianca: “Il terrore non era che stavo morendo, ma era come se qualcuno mi facesse capire: ‘Guarda, questa è stata la tua vita, avevi tante cose da fare e non le hai fatte’. È il terrore di capire che ogni persona è un progetto. Non siamo nati a caso, dobbiamo modificare la realtà”. Distaccato dal suo “involucro”, prova un pentimento assoluto e inizia a pregare: “Ascoltavo voci di gente che girava in un vortice e imploravo costantemente di non andare oltre. Ho detto: ‘Dio, per favore, non farmi morire. Ho capito, ho imparato la lezione. Non farmi andare oltre'”. A Sal viene concessa una seconda opportunità, ma a un prezzo altissimo: un “ritorno parziale”. Rientra nel corpo, ma il velo tra le dimensioni rimane sollevato. “Quando ho ripreso coscienza, avevo problemi, non sapevo come pilotare il corpo. Se spostavo gli occhi per guardare, cadevo perché perdevo l’equilibrio. Il mio cervello non elaborava più lo spazio fisico”. Le settimane successive sono un incubo di iper-percezione. Sal sente il dolore, i segreti e le paure di chiunque gli sta intorno, persino i pensieri della madre che gli stringe la mano. “Avvertivo tutte queste grosse sofferenze, non stavo più bene. Volevo morire realmente, non l’accettavo più”.
La svolta arriva a Torino, in un pub, quando una sconosciuta gli posa una mano sulla testa e gli dice: “Il tuo problema si placherà soltanto se accetterai che dentro di te c’è qualcosa di immenso“. Sal si arrende alla sua nuova natura: “Non avevo alternative. Forse era una bugia, ma io cominciai a crederle”, dice. Accetta di vivere a metà strada tra la materia e l’eterno, guidato da una voce, uno spirito guida, che si manifesta come un pensiero estraneo ma salvifico. “Io posso fare domande e posso ascoltare le risposte, perché è sempre con me”.
Il punto di snodo arriva attraverso il lavoro. Dopo il trauma, Sparace inizia a collaborare con un programma religioso di una tv privata napoletana. Si ritrova a girare servizi su storie di fede, guarigioni, vocazioni. “Fu un processo di educazione al mondo spirituale che non avevo scelto io”. Poi viene mandato a Piazza San Pietro per la Canonizzazione di Giuseppe Moscati (25 ottobre 1987). Si accorge che vicino a lui c’è un cavo, si rende conto che trasportava l’audio del Papa e realizza un servizio tecnicamente impeccabile: quel lavoro arriva a Sandro Paternostro, storico giornalista Rai, che in quel periodo sta costruendo a Londra un telegiornale internazionale, Teledomani. Serve un tecnico italiano. Sparace parte. Sal parte con un biglietto aereo rimediato e finisce a vivere in casa di Paternostro per due anni e mezzo. Da ragazzo distrutto, diventa un gigante del broadcasting. “La prima diretta che facevo da Londra, non sapevo neanche dove mettere le mani“, confessa. “Ma la voce mi disse: ‘Non ti devi preoccupare di nulla’. È stata una fase guidata”. Negli anni, Sal Sparace costruisce intere stazioni televisive, gestisce tante grosse produzioni tra cui la Champions League di Sky Uk come direttore tecnico. “Il complicato era facile per me. Mi dovevo soltanto buttare e mi veniva fornita questa guida”.
Poi, però, arriva un altro trauma: il suicidio della moglie, che lo lascia con una figlia piccola: “Lì ho capito che la vita non mi avrebbe più dato scuse per essere superficiale”. Da quel momento, dice, la sua esperienza spirituale non è più un episodio isolato: diventa una responsabilità. “Io ascolto. Faccio domande e ascolto le risposte. Questa voce è sempre con me”. Non parla di poteri, non vuole essere associato a cartomanti o medium professionisti: “Non lo uso per guadagnare soldi. Non l’ho cercato. Però ce l’ho”. Ci descrive episodi in cui ha percepito presenze di persone morte, o dolori familiari non dichiarati. Racconta di aver sognato una vecchia conoscente proprio nella notte della sua morte. Di essersi svegliato, anni prima, dicendo che la nonna era morta, 5 minuti prima che arrivasse la telefonata dall’ospedale. E per fugare ogni dubbio, descrive come e cosa vede in noi, in presa diretta. Ma il punto, per Sparace, non è convincere: “Se una persona non mi capisce, non fa per me”, dice.
Oggi, a sessant’anni, affiancato dalla compagna Mila Walenda, Sal ha deciso di rompere il silenzio. Sta realizzando una docu-serie intitolata The Rise of the Eternal (“La rivolta dell’eterno”) con la sua ditta di produzioni Eight Partners LTD, raccogliendo storie di persone che, come l’americana Nicole Kerr o Brianna Lafferty, hanno sfidato la morte clinica tornando con un messaggio. “L’essere umano in questo periodo storico vuole la verità. Le religioni sono piene di falsità. Quando si passa dall’altro lato, l’unico giudice sei tu. Non c’è un giudizio universale, ti stai giudicando tu”, afferma con certezza. Il suo invito è un inno a vivere pienamente: “Io so solo che da quel giorno non sono più lo stesso. E che una parte di me è rimasta lì. Racconto quello che ho vissuto. Poi ognuno decide cosa farne”.
Cosa dice la Scienza
Nel 2023 uno studio pubblicato su PNAS da Jimo Borjigin, George Mashour e colleghi dell’Università del Michigan ha rilevato, in due pazienti morenti su quattro osservati dopo la sospensione del supporto vitale, un marcato aumento di attività gamma e connettività cerebrale, onde associate normalmente a processi cognitivi complessi e stati di coscienza. Il campione era minimo, e gli autori stessi hanno invitato alla cautela, ma il dato ha incrinato l’idea di un cervello semplicemente “spento” nel momento della morte clinica.
Sempre nel 2023, lo studio multicentrico AWARE-II, coordinato da Sam Parnia della NYU Langone e pubblicato su Resuscitation, ha seguito 567 pazienti colpiti da arresto cardiaco in ospedali statunitensi e britannici. In alcuni sopravvissuti sono emersi ricordi lucidi dell’esperienza di morte; in un sottogruppo monitorato durante la rianimazione, l’attività cerebrale ha mostrato segnali compatibili con processi legati a pensiero e memoria anche molto oltre quanto tradizionalmente atteso durante la RCP. Anche qui, nessuna conclusione metafisica: ma una domanda scientifica più precisa, e più scomoda.
A gennaio 2026, poi, Bruce Greyson e Marieta Pehlivanova della Division of Perceptual Studies dell’Università della Virginia hanno criticato il cosiddetto modello NEPTUNE, che prova a spiegare le NDE come prodotto di squilibri fisiologici, gas nel sangue, endorfine e stimolazioni cerebrali. Secondo i due studiosi, il modello raccoglie molti dati ma non riesce a spiegare gli aspetti più disturbanti e ricorrenti delle NDE: la loro coerenza, la nitidezza del ricordo anche a distanza di decenni, il carattere multisensoriale e trasformativo, la differenza rispetto ad allucinazioni o sogni. “È importante mantenere una mentalità aperta”, ha detto Greyson, perché capire le NDE significa anche interrogarsi sul rapporto tra cervello e coscienza. Uno dei contributi più letti e discussi al mondo sul tema è quello del giornalista francese Stephane Allix autore di due volumi tradotti in italiano: La morte non esiste – Le prove della vita oltre la vita (HarperCollins Italia) e Il test (HarperCollins Italia).
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