Attacco all’Iran, torna l’incubo della chiusura dello stretto di Hormuz. Che può far impennare i prezzi del petrolio
- Postato il 28 febbraio 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Non solo i raid contro le basi nei Paesi del Golfo alleati degli Usa. Teheran potrebbe reagire all’attacco di Israele e Usa anche con un’arma economica potenzialmente distruttiva: il blocco del transito nello Stretto di Hormuz. “Una misura estrema che il Paese non ha mai adottato e uno scenario da incubo per i mercati globali”, commentano gli analisti finanziari. Perché la mossa, minacciata già lo scorso giugno durante la “Guerra dei 12 giorni“, sarebbe in grado di provocare un’impennata delle quotazioni petrolifere con pesante impatto sull’inflazione in tutto il mondo. Proprio mentre Donald Trump rivendica di averla fatta a calare a beneficio dei connazionali.
L’Iran produce circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno, in aumento rispetto ai meno di 2 milioni di barili al giorno del 2020, nonostante le continue sanzioni internazionali. I maggiori giacimenti sono Ahvaz e Marun e il cluster di West Karun, nella provincia del Khuzestan. La principale raffineria , costruita ad Abadan nel 1912, può processare oltre 500.000 barili al giorno. Altri impianti chiave includono le raffinerie di Bandar Abbas e Persian Gulf Star, che trattano greggio e condensato, un tipo di petrolio ultraleggero abbondante in Iran. La capitale, Teheran, ha una propria raffineria. La maggior parte del greggio viene esportata verso la Cina a prezzi scontati, assicurando a Teheran entrate essenziali.
Ma è la geografia ad offrire all’Iran uno strumento di deterrenza ben più potente. Dallo stretto che separa le sue coste dalla Penisola arabica e collega il Golfo Persico con l’Oceano indiano passano oltre 20 milioni di barili al giorno: circa il 20% di tutto il petrolio esportato nel mondo e il 30% di quello che viaggia via mare. Per questo la possibile chiusura è molto temuta. Secondo un’analisi degli eventi storici condotta da Ziad Daoud, capo economista dei mercati emergenti di Bloomberg Economics, i prezzi tendono ad aumentare di circa il 4% in risposta a una riduzione dell’1% dell’offerta.
Washington è oggi un grande produttore ed esportatore energetico. Un rialzo moderato dei prezzi può favorire il settore interno, ma un’impennata significativa del barile inciderebbe su inflazione e carburanti, con conseguenti effetti politici. Nel giugno 2025, dopo l’attacco sferrato da Israele all’Iran, i prezzi del petrolio avevano registrato un‘impennata arrivando vicino agli 80 dollari al barile, dai poco più di 60 di maggio. Ma i guadagni sono rapidamente svaniti quando è diventato chiaro che le principali infrastrutture petrolifere regionali non erano state danneggiate. Subito dopo i mercati sono stati dominati dalle preoccupazioni per un eccesso di offerta, che hanno al contrario determinato un calo: il 2025 si è chiuso a -18% con un minimo a 58 dollari.
Il rally è ripartito a gennaio e febbraio sui timori di un attacco statunitense all’Iran, diventato realtà sabato mattina. Venerdì il Brent quotava 72,98 dollari: la prova dei mercati arriverà lunedì. Gli osservatori ricordano che – anche senza una chiusura formale dello stretto – minacce, sequestri mirati o attacchi a infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero provocare un rialzo immediato dei prezzi, con ripercussioni sui mercati globali. E danneggiando anche l’economia della Cina, che ha chiesto “l’immediata cessazione delle operazioni militari”.
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