Anche le imprese tedesche sono stufe della Cina. Tutti i guai di Merz
- Postato il 31 agosto 2026
- Economia
- Di Formiche
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Fosse stata la Francia, o l’Italia, la questione si sarebbe risolta intorno al tavolo di qualche bilaterale. Ma quando l’attacco viene dal proprio ventre, allora è diverso. La Germania di Friedrich Merz è sempre più isolata in un’Europa che ne ha abbastanza della Cina e della sua manifattura a basso costo perché dopata dai sussidi di Stato. Bruxelles ha già fatto partire il countdown: a ottobre, se Pechino avrà fatto poco o nulla per ripianare il deficit da 360 miliardi che tiene in ostaggio l’industria del Vecchio continente, impedendole di aumentare crescita e competitività, scatteranno nuove misure restrittive contro le importazioni del Dragone. La Francia è perfettamente allineata da tempo e, anzi, Parigi chiede da mesi un maggior polso all’Europa. L’Italia altrettanto e lo dimostra il fatto che è stato il primo Paese in Ue a tagliare fuori i pannelli solari fabbricati in Cina dalle gare per gli incentivi pubblici al fotovoltaico.
Il problema è la Germania, Paese che a dispetto della sua grande e gloriosa storia industriale è sempre stato legato a doppio filo a grandi economie terze. La Russia sul versante energetico, la Cina su quello della materia prima e della manifattura. Adesso però si è levato il grido delle stesse imprese tedesche. L’industria teutonica sta aumentando la pressione sul cancelliere affinché adotti una linea più dura nei confronti di Pechino, con le aziende che chiedono misure più incisive per affrontare quella che definiscono una concorrenza sleale da parte dei rivali cinesi. Sotto accusa ci sarebbe la dipendenza economica e strategica della Germania dalla Cina, che è in crescita in settori chiave come batterie, pannelli solari e antibiotici. Nonostante le politiche di riduzione del rischio (de-risking), Berlino fatica a diversificare i propri approvvigionamenti, rimanendo esposta alle tensioni commerciali e geopolitiche globali.
È un passaggio importante perché la Germania, come detto, è stata a lungo uno dei Paesi più prudenti e timidi sulle barriere commerciali contro Pechino. Le imprese più esposte alla Cina temevano rappresaglie, ostacoli regolatori e perdita di quote in uno dei mercati più importanti del mondo. Tanto è vero che nel 2025 la Germania ha importato dalla Cina beni per 170,6 miliardi di euro, l’8,8% in più rispetto all’anno precedente, mentre le esportazioni tedesche verso la Repubblica popolare sono scese del 9,7% a 81,3 miliardi. Il disavanzo è così salito a 89,3 miliardi, contro 66,9 miliardi nel 2024. La Cina è tornata primo partner commerciale della Germania, ma il rapporto è diventato molto più sbilanciato.
Su tutti vale il caso di Volkswagen che, dopo essere stata per anni uno dei simboli del successo tedesco in Cina, deve fronteggiare marchi locali come Byd, Chery, Leapmotor, Geely. Di qui la rabbia delle imprese, la cui richiesta a Merz, il cui governo non gode certo di ottima salute, va oltre i dazi. Christian Bruch, amministratore delegato di Siemens Energy, ha sostenuto che non è accettabile trattare automaticamente le importazioni cinesi come prodotti europei e ha indicato fra le ipotesi anche quote di contenuto locale. Mentre la Bdi, la Federazione delle industrie tedesche, chiede un’applicazione più rapida degli strumenti commerciali già esistenti, comprese le misure di salvaguardia. Ora Merz deve battere un colpo.