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Altanum, la città perduta dalle origini dell’Italia

  • Postato il 3 settembre 2026
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Altanum, la città perduta dalle origini dell’Italia

Il Quotidiano del Sud
Altanum, la città perduta dalle origini dell’Italia

Tra San Giorgio Morgeto e Cittanova l’insediamento con la storia più antica: Altanum, la città perduta dalle origini dell’Italia


Nasco nella Piana di Gioia Tauro, fra ulivi secolari e chilometri di verde fra lo Jonio e il Tirreno, alle pendici dell’Aspromonte, fra il monte Limina e lo Zomora. Sono cresciuta fra testimonianze preistoriche, nei fossili delle mie montagne, e le storie delle colonie magnogreche. Fino alla presenza Normanna, i Saraceni a Palmi e le tradizioni bizantine che ancora segnano le nostre festività religiose. In un territorio fra i più martoriati dell’intera Calabria per le faide di ‘ndrangheta dove non sono stati risparmiati né donne né bambini. E gli echi, di quegli anni fatti di sangue, ancora segnano e raccontano parte della nostra storia.

Ma nel mezzo di queste sfumature storiche si cela il principio di tutto, custodito e sepolto fra i pini aspromontani. Si respira nell’aria, si sente nel tremore della terra. Ad Altanum, tra San Giorgio Morgeto e Cittanova, si staglia la storia del principio. Non soltanto quella di un insediamento scomparso, oggi nascosto dalla vegetazione sulla collina di Sant’Eusebio, ma una storia più antica, sospesa nel punto in cui mito, memoria e archeologia finiscono per confondersi. Perché da queste terre dell’estremo Mezzogiorno passa anche uno dei racconti più affascinanti sulle origini del nome stesso dell’Italia.

Prima dei Greci delle grandi colonie di Locri, Rhegion e Kroton, l’Italia meridionale era abitata da comunità indigene che le fonti antiche raccolgono sotto nomi diversi. Tra questi vi sono gli Enotri. Alcuni autori greci ne tramandarono una lontana origine arcadica, collocandone l’arrivo in epoche anteriori alla guerra di Troia. L’archeologia moderna invita però alla prudenza: non si può parlare semplicemente di «colonizzatori greci» giunti in Calabria nel II millennio a.C. Gli Enotri appartengono al complesso quadro delle popolazioni indigene dell’Italia meridionale, già strutturate prima della colonizzazione ellenica dell’VIII secolo a.C.

È nel racconto di Antioco di Siracusa, storico del V secolo a.C., che compare una genealogia destinata a lasciare il segno. Re degli Enotri, Italo, avrebbe governato la parte più meridionale della penisola, inizialmente compresa tra lo Stretto e l’istmo segnato dai golfi di Sant’Eufemia e Squillace. Aristotele lo ricorda come un sovrano civilizzatore. Da lui, secondo la tradizione ripresa anche da Dionigi di Alicarnasso e Strabone, gli Enotri avrebbero assunto il nome di Itali e la terra sottoposta al suo dominio quello di Italia.

Il nome Italia viene ricondotto anche all’osco “Viteliu” e al latino vitulus, vitello: la «terra dei vitelli» o la terra di un popolo che aveva nel vitello il proprio simbolo. Ma un dato resta suggestivo: nelle fonti più antiche il nome Italia non indica ancora l’intera penisola. Nasce nel Sud e solo nei secoli successivi risale verso nord, fino a raggiungere le Alpi. Prima di essere il nome di una nazione, Italia fu dunque il nome di una porzione dell’estremo Mezzogiorno.

Alla successione di Italo il mito introduce Morgete. Antioco, ripreso da Dionigi di Alicarnasso, racconta che il nuovo re succedette a Italo e che sotto di lui si definì il ramo dei Morgeti. Poi arrivò Siculo, o Sikelòs, e la grande famiglia enotria fu ricomposta dalla tradizione in Itali, Morgeti e Siculi. Una parte di questi ultimi avrebbe attraversato lo Stretto, legando il proprio nome alla Sicilia. In questa trama di eponimi e migrazioni si inserisce anche la memoria di San Giorgio Morgeto. La tradizione locale attribuisce a Morgete anche la fondazione di Altanum. Non esistono però, allo stato delle conoscenze, dati archeologici capaci di dimostrare una fondazione nell’età dei re enotri.

Il fascino del luogo nasce proprio da questa distanza: le memorie locali spingono Altanum indietro fino alla Magna Grecia e ai Morgeti; le evidenze materiali oggi meglio documentate raccontano invece con maggiore chiarezza una lunga occupazione tardoantica e medievale, particolarmente importante in età bizantina e normanno-sveva. Il sito occupa la sommità della collina di Sant’Eusebio, nel territorio di San Giorgio Morgeto, in posizione dominante sulla Piana di Gioia Tauro e sul Tirreno.

Da lassù si controllano vallate e percorsi interni, elemento che spiega il valore strategico del luogo. Per secoli quelle rovine sono state interpretate come una fortezza, un avamposto collegato al territorio locrese o, in epoca successiva, un kastron bizantino. Il castello di Morgete, che domina la valle, ancora oggi è protagonista di storie e di leggende. Si dice, infatti, che nelle notti dei martedì d’estate si possa ancora sentire il doloroso lamento della figlia di Morgete per la perdita del suo grande amore.

Girolamo Marafioti, all’inizio del Seicento, riprese la memoria di un’Altano posta nel sistema di insediamenti dell’interno locrese. Più tardi Domenico Maria Valensise raccontò una città annientata da Totila, il re degli Ostrogoti che nel VI secolo combatté nella guerra greco-gotica. Secondo la leggenda, Totila avrebbe persino cancellato il nome di Altano sostituendolo con Casignano. È un racconto entrato profondamente nella tradizione del luogo. Un’altra tradizione locale, attestata in età moderna, voleva che proprio qui fosse nato un pontefice Eusebio. Nel 1729 il marchese di San Giorgio Giovanni Domenico Milano fece edificare sul luogo una chiesa dedicata al santo, richiamandosi a quell’antica credenza. L’edificio pare distrutto dal terremoto del 1783. La leggenda non equivale a una prova storica, ma dimostra quanto il sito fosse ancora vivo nell’immaginario delle comunità circostanti.

A riportare Altanum sul terreno dell’archeologia fu soprattutto Vincenzo De Cristo, studioso di Cittanova e Regio Ispettore onorario di Scavi e Monumenti, legato a Paolo Orsi. Nel 1921 De Cristo condusse le prime indagini archeologiche sistematiche nell’area e disegnò una pianta delle strutture visibili. Documentò la cinta fortificata e una grande torre circolare di circa dieci metri di diametro, la “Bombardiera”; due cisterne, ceramica, resti ossei e tre monete bizantine.
Un secolo dopo, la vegetazione che ha inghiottito molte strutture ha imposto nuovi strumenti. Nel 2022 il progetto PhoLidAlta – Photogrammetry Lidar Altanum, guidato dalla Soprintendenza di Reggio Calabria e Vibo Valentia con il Cnr-Ispc nell’ambito di E-RIHS, ha indagato la collina con LiDAR da drone, fotogrammetria, laser scanner e ricognizione archeologica. Gli impulsi laser hanno consentito di leggere il terreno sotto la copertura degli alberi e di ricostruire digitalmente elementi ormai quasi invisibili.

I risultati hanno ridisegnato Altanum. È stato possibile seguire con maggiore precisione il tracciato di un’estesa cinta difensiva adattata alla collina, riconoscere torri e possibili porte, individuare strutture rettangolari riferibili a edifici e ipotizzare grandi cisterne. L’estensione delle anomalie ha suggerito agli studiosi che Sant’Eusebio non fosse soltanto un presidio militare, ma un vero insediamento fortificato con spazi abitati. Il rilievo di De Cristo è stato così confrontato con un modello tridimensionale dell’intera altura e inserito in un sistema GIS utile anche alla tutela futura.

Altanum, dunque, non offre ancora la prova materiale che re Morgete abbia fondato una città nel cuore della Piana. Su quella collina convivono però almeno tre città: quella del mito, legata agli Enotri, a Italo e ai Morgeti; quella delle fortificazioni tardoantiche e medievali che l’archeologia sta ricostruendo; e quella invisibile della memoria, fatta di nomi, santi, distruzioni e rifondazioni. A Sant’Eusebio le mura continuano a emergere a tratti, come se la montagna custodisse ancora parte del racconto. E quando da Altanum lo sguardo scende verso la Piana e corre al Tirreno, il mito di Italo smette di sembrare lontano.
Non perché l’archeologia lo abbia dimostrato, ma perché qui è possibile vedere quanto sottile sia il confine tra storia e leggenda. E ricordare che il nome “Italia”, prima di salire fino alle Alpi, cominciò il proprio viaggio da Sud. Proprio da noi pianoti.

Il Quotidiano del Sud.
Altanum, la città perduta dalle origini dell’Italia

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Quotidiano del Sud

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