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All’UniCal la speranza diventa pedagogia, lectio magistralis sul cardinale Battaglia

  • Postato il 28 settembre 2026
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All’UniCal la speranza diventa pedagogia, lectio magistralis sul cardinale Battaglia

Il Quotidiano del Sud
All’UniCal la speranza diventa pedagogia, lectio magistralis sul cardinale Battaglia

Una riflessione sull’omelia per San Gennaro del cardinale Battaglia, la pedagogia della speranza diventa oggetto di studio all’UniCal


RENDE – La speranza non come attesa, consolazione o generico ottimismo, ma come responsabilità educativa e capacità concreta di trasformare la realtà. È questo il filo conduttore dell’incontro “Per una Pedagogia della Speranza”, svoltosi ieri mattina nell’Aula Hera del Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria, a partire dall’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia il 19 settembre, in occasione della festa di San Gennaro. L’iniziativa, promossa dalla cattedra di Pedagogia della Comunicazione, ha visto i saluti della direttrice del DiCES Maria Mirabelli, la relazione di Mario Caligiuri, docente di Pedagogia della Comunicazione, ed è stata coordinata da Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia.

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A introdurre la riflessione è stata Maria Mirabelli, che ha assunto come punto di partenza uno dei passaggi più forti dell’omelia di Battaglia: il rischio di «abituarsi alla guerra». Un’espressione che, secondo la direttrice del DiCES, interpella direttamente le coscienze e pone una domanda decisiva: che cosa accade a una società quando finisce per abituarsi alla violenza, alla sofferenza e all’ingiustizia? In una realtà caratterizzata anche da un eccesso di informazioni, il pericolo è perdere progressivamente la capacità di sentire e di riconoscere l’umanità che si trova dietro i fenomeni sociali.

La speranza non è illusione ma un modo per trasformare la realtà

«Il sangue non è una statistica», è stato uno dei passaggi centrali dell’intervento della direttrice del dipartimento. Dietro il disagio ci sono ragazzi, dietro la devianza esistono storie di vita, dietro le categorie attraverso le quali leggiamo la realtà ci sono sempre persone. Da qui il compito dell’educazione: impedire che l’essere umano venga identificato con un’etichetta o rinchiuso definitivamente dentro uno stereotipo. La speranza, in questa prospettiva, non coincide con la rimozione dei problemi e neppure con una rappresentazione rassicurante del presente. «Non è ottimismo generico e non significa distogliere lo sguardo dalla realtà»: nasce, al contrario, dalla capacità di analizzarla e dalla consapevolezza che ciò che esiste può essere cambiato.

Mirabelli ha così delineato una vera e propria pedagogia della possibilità. Sperare significa essere generativi, «mettere nel presente una possibilità di futuro». È qui che assume centralità il ruolo dell’educatore, chiamato a vedere nella persona anche ciò che ancora non esiste e a non identificare mai l’errore compiuto con l’identità di chi lo ha commesso. Una prospettiva che investe anche il linguaggio: la costruzione dell’altro come un “loro” contrapposto a un “noi” prepara l’esclusione, mentre educare significa ricostruire continuamente riconoscimento e appartenenza.

Il no alla camorra e alla cultura del favore

Il riferimento alla mentalità camorristica ha consentito di allargare ulteriormente il ragionamento: non soltanto criminalità organizzata, ma cultura del favore contrapposta al diritto, del silenzio quando sarebbe necessario parlare, della convenienza quando sarebbe invece necessario scegliere. Contro questa logica, la speranza diventa pratica sociale e assunzione di responsabilità: «mi riguarda, me ne faccio carico». Richiamando l’immagine di don Tonino Bello degli uomini come creature con «un’ala soltanto», Mirabelli ha insistito sulla dimensione relazionale dell’esistenza: occorre fare cordata, legare la propria storia a quella degli altri, comprendere che il destino non è mai soltanto individuale.

La denuncia dell’orrore della guerra

Su queste coordinate si è sviluppata la relazione di Mario Caligiuri, che ha spiegato perché un’omelia possa diventare materia di studio in un’aula universitaria. Al centro, il valore pedagogico della testimonianza e il ruolo formativo storicamente svolto dalla Chiesa. Caligiuri ha richiamato anche l’articolo 33 della Costituzione, sottolineando come la libertà di insegnamento porti con sé una precisa responsabilità, e ha ricordato le radici cristiane delle università europee e la funzione educativa della tradizione cristiana nella formazione della persona.

L’omelia di Battaglia, secondo Caligiuri, contiene anzitutto una denuncia radicale dell’orrore della guerra e dell’ipocrisia di una società capace di produrre vittime e successivamente innalzare templi alla loro memoria. Ma contiene anche una critica alla civiltà del consumo, alle ingiustizie e a quel rovesciamento delle parole che rischia di rendere accettabile persino la sopraffazione. La camorra stessa viene descritta come una guerra quotidiana, rispetto alla quale Battaglia afferma con nettezza che non vi è nulla di religioso in una cultura che rende schiavi.

Il richiamo alla responsabilità dell’educazione

Da qui il richiamo alla responsabilità dell’educazione. Caligiuri ha evidenziato in particolare una parola dell’omelia: «prima». Occorre prendersi cura prima che una fragilità diventi rabbia, prima che il disagio produca esclusione, prima che la marginalità possa trasformarsi in violenza. È un programma pedagogico che chiama in causa famiglie, scuola, università, Chiesa e istituzioni e che rimanda alla necessità di un patto educativo capace di rimettere l’infanzia e le nuove generazioni al centro.

Per Caligiuri, quella proposta da Battaglia può essere letta come una «pedagogia radicale della speranza», capace di interrogare l’ordine esistente anziché limitarsi a riprodurlo. Una necessità ancora più urgente in una società nella quale, ha osservato il docente, i cittadini sono esposti a una «guerra cognitiva senza precedenti». Richiamando anche le pedagogie radicali e il pensiero di Edgar Morin, Caligiuri ha sottolineato la necessità di recuperare parole autentiche e strumenti critici per comprendere un tempo dominato da trasformazioni profonde, disuguaglianze economiche e digitali e nuove forme di manipolazione.

L’educazione strumento che prepara il futuro

Il messaggio conclusivo torna così alle parole di Battaglia: stare dalla parte del futuro significa stare dalla parte dei più piccoli, contrastare ogni tentativo della criminalità di appropriarsi dei simboli della cristianità e soprattutto «imparare a camminare insieme». La sfida, prima ancora che religiosa, è profondamente umana. L’educazione diventa speranza proprio perché rifiuta l’idea che tutto sia già deciso.

Una pedagogia della speranza, dunque, non insegna ad aspettare il futuro, ma a costruirlo. Significa formare «sentinelle del possibile», capaci di attraversare anche la notte senza considerarla definitiva. Perché, come ha concluso Caligiuri raccogliendo il senso più profondo dell’omelia di don Mimmo Battaglia, «il futuro si prepara».

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