Alla sinistra va bene l'ingovernabilità
- Postato il 13 maggio 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Alla sinistra va bene l'ingovernabilità
Il vertice di lunedì sera tra Giorgia Meloni e i suoi alleati si era chiuso con una domanda ai loro avversari: volete una legge elettorale che assegni la maggioranza dei seggi a chi vince o un sistema che consenta di governare anche a chi è stato sconfitto? Preferite la governabilità o il pareggio? La risposta è arrivata ieri: ai partiti del campo largo va bene la legge che già c’è.
Segno che il pareggio, risultato probabile con il sistema in vigore, per loro non sarebbe un problema. Alla fine di una giornata di telefonate, dopo che ogni capogruppo di Montecitorio ha parlato con tutti gli altri, alleati e avversari, restano infatti i «no» con cui da sinistra hanno risposto ai colleghi della maggioranza che li avevano invitati a trattare. Solo Azione e pochi del gruppo misto si siederanno al tavolo che inizia questo pomeriggio.
Eppure il sistema proposto dalla maggioranza tornerebbe utile a Elly Schlein e Giuseppe Conte, qualora vincessero ed entrassero a Palazzo Chigi. Vorrebbero, però, che fosse il centrodestra a regalarglielo. Discorso simile per le preferenze, non previste nella riforma elettorale. Le richieste di reintrodurle sono ipocrite: in realtà nessun capo di partito le vuole e a tutti sta bene continuare con le liste bloccate decise dalle segreterie. C’è molta cortina fumogena, insomma.
Ma se la maggioranza ha detto che andrà avanti anche da sola, perché rinunciare alla possibilità di approfittare del suo lavoro mentre loro la accusano di demolire le istituzioni? Il campo largo si muove in modo coordinato. Si chiama fuori anche chi, a microfoni spenti, riconosce che la riforma gli tornerebbe comoda e spera che gli avversari l’approvino. Per il Pd dice no Francesco Boccia, capogruppo dei senatori dem: «Ci sediamo a un tavolo solo se si parla di stipendi e salari. Con chi mantiene sul tavolo il premierato non abbiamo nulla da discutere». Lo stesso ripeterà poi la sua collega a Montecitorio, Chiara Braga. Nessun confronto ufficiale nemmeno con i Cinque Stelle: il loro capogruppo alla Camera, Riccardo Ricciardi, avverte che «la sede per discutere la legge elettorale è quella della commissione Affari Costituzionali». Poco prima, Conte aveva detto che il centrodestra vuole cambiare le regole del voto «per provare in tutti i modi a vincere dopo la batosta del referendum».
A maggior ragione si sfilano gli altri, i partiti più piccoli dell’alleanza. «Non mi pare proprio che ci siano le condizioni», commenta Nicola Fratoianni, leader di Avs. I renziani, per una volta, dicono le stesse cose dei rossoverdi e del M5S: «Non parteciperemo al tavolo proposto da una maggioranza che vuole cambiare la legge elettorale a pochi mesi dal voto, dato che ha paura di perdere». Idem Riccardo Magi, segretario di Più Europa, che bolla il testo del centrodestra come «una pessima proposta antidemocratica».
Nel cesto dei partiti di governo, alla fine, resta poco. Matteo Richetti, capogruppo di Azione, spiega che la proposta del centrodestra è «irricevibile», il partito di Carlo Calenda vuole un sistema proporzionale sul modello tedesco, senza premio di maggioranza per garantire la governabilità. Ma non partecipare al confronto, avvisa, è sbagliato: «In questo modo le opposizioni si faranno intestare di non aver voluto dialogare su nulla». Disponibili a un primo incontro anche i tre parlamentari “vannacciani”, gli eletti del gruppo delle minoranze linguistiche e altri del gruppo misto.
Dal centrodestra rispondono accusando i partiti avversari, e in particolare il Pd, di commettere un autogol. «Noi abbiamo una proposta, siamo disposti a discutere, se poi non vogliono è una scelta loro», commenta Antonio Tajani, che imputa alla sinistra «un no pretestuoso». Giovanni Donzelli, per conto di Fdi, assicura che «niente è precostituito, siamo pronti a qualsiasi cambiamento», inclusi quelli per abbassare i «tetti» dei seggi che possono andare alla coalizione che prende più voti.
Alcune modifiche dovranno essere fatte in ogni caso, sentiti anche i rilievi dei costituzionalisti che sono stati chiamati a dire la loro in commissione. Il premio di maggioranza per il vincitore che raggiunge il 40% dei voti, pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, dovrebbe essere ridotto almeno a Montecitorio. Lo scopo è impedire che chilo ottiene possa eleggere da solo i cinque giudici costituzionali scelti dal parlamento in seduta comune, per i quali può essere sufficiente il 60% dei voti. Si interverrà anche per evitare che il premio possa andare, nei due rami del parlamento, a coalizioni diverse: significherebbe la paralisi della legislatura. Meglio non assegnarlo a nessuno, se il vincitore alla Camera non coincide con quello del Senato.
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