Aldo Grasso ha ragione: i ‘varisti’ non sanno niente di tv e, aggiungo, gli manca il sentimento umano
- Postato il 2 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Carmelo Zaccaria
Il critico televisivo Aldo Grasso ha fatto notare come i “varisti”, gli addetti al Var, non capiscano niente di televisione. Ciò significa che pur avendo una buona conoscenza del calcio giocato, in quanto tutti arbitri, non hanno alcuna dimestichezza col mezzo televisivo utilizzato per ispezionare e segnalare eventuali errori o disattenzioni arbitrali. In effetti il monitor a bordo campo non fa altro che proporre sequenze di uno specifico episodio in modo accurato e minuzioso, ma con il difetto di soffermarsi su immagini statiche, parcellizzate, spezzoni di video rielaborati, mini-frame vivisezionati con dettagli riproposti da diverse angolazioni, da cui risulta alquanto discutibile una valutazione assoluta, congrua di quell’azione di gioco.
Un fermo immagine sia pure ripulito e ingrandito, non riuscirà mai a restituire la pienezza, l’intensità, l’armonia che si coglie osservando in diretta una manovra di campo nella sua totale pienezza, nel suo inconfondibile contesto, nella coinvolgente interezza, con gli occhi del giudice di gara che osservano attivamente, da vicino, la modalità del gesto atletico nel corso della sua evoluzione, in modo empirico. Ma c’è di più.
Una decisione “dal vivo” esalta la potenza magnetica e generativa della prestazione sportiva, tiene conto di ogni sua intrinseca sfumatura, la iscrive dentro una storia vera, palpitante, giocata sul campo, mentre in un fotogramma si mostrano atleti in pose innaturali, ritratti in movenze artefatte, simili a volteggi artistici da cartolina illustrata dove svanisce l’esattezza del giudizio; perciò la valutazione finale del Var, per quanto meticolosa e zelante, trascurando l’effettiva dinamica agonistica, risulta ambigua, incompleta e, a volte, come spesso accade, incomprensibile, poco centrata sui tempi di gioco.
Nell’eccedenza dell’indagine tecnologica la partita di calcio esce sconfitta nella sua dimensione emotiva, privata della sfera dell’illusione e del sogno, della verità e della menzogna. La mano de Dios di Maradona contro l’Inghilterra sarebbe stata subito censurata dalla razionalità tecnica ed il calcio avrebbe perso un segno tangibile della sua ineffabile magnificenza, la sua più folle ed esplicita aderenza al destino umano, che si presenta a volte beffardo e spietato, a volte benevolo e giubilante.
L’arbitro in campo pur nella sua incompletezza è l’unico attore che può con-vivere e con-dividere nella sua pienezza lo scorrere di un’azione seguendola fianco a fianco, valutandola dal rumore degli scarpini, dall’espressione dei volti, dalla furbata di una spinta. Un linguaggio del corpo ricco ed esaltante che ovviamente sfugge al territorio visivo del varista che deve accontentarsi di esigui frammenti di un calcio virtuale, destrutturato, senza anima, senza battiti del cuore.
Con la giustizia asettica del Var scompare il rito del pallone, il suo prodigio, la sua magia, viene meno lo stupore, il brivido che inganna, che illude, che travolge gli animi, conferisce vita alla vita vera. Non c’è alcuna sintonia tra la imperscrutabile prescrizione della tecnologia che nasconde i fiatoni, ripulisce il sudore, dissolve i toni di voce, in confronto alla realtà illogica e imprevedibile che struscia sul prato verde. E’ proprio il caso di dire che una sequenza di calcio visionata sullo schermo, oltre a smentire il suo mito, toglie respiro alla manovra, perché riassume una parte di tutto, ma non il tutto; e poco importa se viene fuori che il ditino del giocatore numero 20 incrocia il polpaccio sinistro dell’avversario.
Diciamolo: al Var mancano i fondamentali che appartengono al sentimento umano. E non credo sarà mai capace di trovarli. Probabilmente potrà essere utile per definire un fuori gioco, perché è bravissimo a tirare una linea, ma trova difficoltà insormontabili nel ricostruire la spontaneità, far riaffiorare l’emozione, lo sfolgorio che traluce dall’attività umana, senza cui anche una partita di calcio perde, come lo sta perdendo, il suo ineguagliabile fascino.
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