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Alchètipo: intervista al brand che vuole ridefinire la sartorialità italiana

  • Postato il 7 giugno 2026
  • Moda
  • Di Artribune
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  • 5 min di lettura
Alchètipo: intervista al brand che vuole ridefinire la sartorialità italiana

C’è una dimensione quasi alchemica nella moda di Andrea Alchieri, fashion designer milanese classe 1997 e fondatore del brand emergente Alchètipo. Dopo la formazione presso l’Istituto Marangoni e una serie di esperienze nel cuore dell’industria della moda, Alchieri decide di dare forma a un linguaggio personale che unisce sartorialità italiana, ricerca formale e una forte dimensione narrativa. In occasione della presentazione della collezione “A Ceremony Stitched to Break”, lo stilista racconta la nascita del brand, il suo approccio alla tradizione sartoriale e la visione futura del marchio.

Alchetipo

Intervista ad Andrea Alcheri

Dietro Alchètipo c’è Andrea Alchieri. Come nasce il progetto?
Il progetto nasce da un’esigenza molto personale: quella di esprimere un immaginario interno in modo libero, senza compromessi. Dietro Alchètipo ci sono io. È iniziato come un gesto spontaneo, quasi necessario: sentivo il bisogno di creare qualcosa che non trovavo altrove e che volevo indossare in prima persona. Il percorso che mi ha portato a fondarlo è fatto di esperienze nel sistema moda, tra industria e haute couture, ma anche di una ricerca continua sulla forma, sul volume e sulla costruzione del capo. Alchètipo nasce così: come un laboratorio creativo in evoluzione, dove ogni capo è una dichiarazione identitaria.

Il nome del brand richiama l’alchimia. Che ruolo ha l’idea di trasformazione nel tuo lavoro?
La trasformazione è il cuore del progetto. L’alchimia, per me, non è solo un riferimento simbolico, ma un vero e proprio metodo: trasformare la materia, ma anche le emozioni, le tensioni e le fragilità in qualcosa di visibile. Nel mio approccio alla moda questo si traduce in una continua ridefinizione dei codici. Prendo elementi della tradizione sartoriale e li porto in uno stato di mutazione: li destrutturo, li ricompongo, li spingo fuori dal loro contesto originario.

Dopo esperienze in realtà molto diverse tra loro, che rapporto hai con la tradizione del tailoring italiano?
Il mio è un rapporto di profondo rispetto e, allo stesso tempo, di tensione creativa. Il tailoring italiano rappresenta un patrimonio fondamentale, un linguaggio che porto sempre con me. Lavorare su un capo sartoriale per me è quasi un atto rituale: parto da una struttura molto precisa, per poi metterla in discussione. Non mi interessa replicare la tradizione, ma dialogarci, spingerla oltre, portarla in territori inaspettati mantenendo però intatto il valore del savoir-faire e del Made in Italy.

Nel tuo linguaggio stilistico ricorre spesso il blazer. Perché questo capo è diventato centrale nella tua ricerca?
Il blazer è un archetipo, un punto di partenza. È un capo che racchiude in sé l’essenza della sartorialità, ma allo stesso tempo è estremamente trasformabile. Per me è una tela su cui intervenire stagione dopo stagione: è un elemento stabile dentro un sistema in continuo cambiamento.

Nel tuo lavoro cerchi spesso l’imperfezione. Che valore ha per te?
Sono costantemente alla ricerca dell’imperfezione. La perfezione, nel senso classico, spesso mi interessa meno perché chiude il processo. L’imperfezione, invece, apre possibilità. Non è un errore, ma uno scarto, una deviazione che genera qualcosa di nuovo. Può essere un dettaglio spostato, una costruzione alterata, una sovrapposizione inattesa. È lì che il capo acquista identità, perché diventa unico e vivo.

La collezione “A Ceremony Stitched to Break” racconta una cerimonia che si incrina dall’interno. Come è nata questa idea?
Nasce dall’idea di una struttura apparentemente perfetta che, dall’interno, inizia a cedere. Mi interessava lavorare su questa tensione tra controllo e collasso. La cerimonia rappresenta un momento codificato, rigido, quasi imposto. Ma dentro questa rigidità si generano crepe, tensioni emotive che trasformano tutto. La collezione mette in scena proprio questo momento: quando qualcosa si rompe e rivela la sua vera natura.

Nella collezione la pelle dialoga con tessuti sartoriali come il Principe di Galles. Come hai lavorato su questo contrasto?
La pelle, fin dall’inizio, è stata per me una sorta di corazza. Un elemento che protegge, ma allo stesso tempo irrigidisce e struttura il corpo. Inserendola all’interno della sartorialità ho voluto creare un contrasto forte: tra la morbidezza e la fluidità dei tessuti classici, come il Principe di Galles, e la tensione più rigida della pelle. Questo dialogo genera un equilibrio instabile che riflette perfettamente il concept della collezione. Anche il Principe di Galles viene trasformato, reso meno prevedibile, quasi in movimento.

Nei tuoi capi ricorre spesso un forte simbolismo: nodi, corsetti, metalli. Che ruolo hanno questi elementi?
Il simbolismo è centrale. Ogni elemento non è mai solo decorativo, ma porta con sé un significato. I nodi, i corsetti, i metalli raccontano relazioni: legami, tensioni, promesse, ma anche costrizioni. Mi interessa lavorare su questi simboli perché permettono al capo di comunicare a un livello più profondo, quasi emotivo. Sono segni che trasformano il capo in un racconto.

Come immagini il futuro di Alchètipo?
Lo immagino come un progetto in continua espansione, sia da un punto di vista artistico che commerciale. Non lo vedo limitato al sistema moda. Fin dall’inizio è stato pensato come una piattaforma aperta, in dialogo con arte, cinema, performance e danza. L’obiettivo è costruire un universo coerente, ma in costante evoluzione, capace di muoversi tra discipline diverse mantenendo una forte identità.

Erika del Prete

L’articolo "Alchètipo: intervista al brand che vuole ridefinire la sartorialità italiana" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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