Alberto Trentini è stato prigioniero di un sistema repressivo, non del caso: un velo squarciato troppo tardi
- Postato il 12 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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“Ogni persona sottoposta a qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento deve essere trattata umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere umano. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento devono avvenire esclusivamente nel rigoroso rispetto della legge e da parte di funzionari competenti o persone autorizzate a tale scopo”.
Sono gli articoli 1 e 2 del Corpo dei principi per la protezione di tutte le persone contro ogni forma di detenzione o imprigionamento, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988 con la risoluzione 43/173. Non una dichiarazione di principio astratta, ma un corpus normativo che stabilisce limiti chiari all’esercizio del potere statale e che definisce cosa sia – e cosa non sia – legalmente e moralmente accettabile. Un corpus normativo violato in ogni sua sfumatura con i 423 giorni di detenzione – avvenuta senza accuse formali, senza un procedimento regolare, senza garanzie minime di difesa – del nostro connazionale Alberto Trentini, che oggi finalmente è libero. E la sua liberazione è una notizia importante, umanamente e politicamente; ma non può essere letta come una concessione benevola né come la chiusura di un capitolo: è piuttosto la conferma che quel capitolo non avrebbe mai dovuto essere aperto.
Nel diritto internazionale umanitario esiste un principio tanto semplice quanto fondamentale: humanitarians are not a target. Gli operatori e le operatrici umanitarie non sono un obiettivo. Non lo sono perché la loro funzione è neutrale, perché il loro lavoro serve a garantire assistenza vitale alle popolazioni civili, perché colpirli significa colpire direttamente il diritto alla vita di chi dipende da quell’aiuto. Questo principio è al centro delle campagne delle Nazioni Unite e del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed è parte integrante delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, nei contesti autoritari, gli umanitari diventano spesso sospetti per definizione: testimoni scomodi, corpi estranei, simboli da punire. La detenzione di Trentini si colloca esattamente in questo quadro.
In Italia, tuttavia, la percezione pubblica della gravità della situazione venezuelana ha iniziato a cambiare in modo più netto solo quando quella violazione ha avuto un volto italiano. È servita la sofferenza di Trentini per rendere visibile ciò che da anni veniva documentato, denunciato e certificato da organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Un velo che si squarcia tardi, e solo parzialmente. Già il 4 luglio 2019, l’allora Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet presentava al Consiglio dei Diritti Umani un rapporto che descriveva un quadro di esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e uso sistematico della repressione politica in Venezuela. Quelle conclusioni venivano ribadite nel rapporto di monitoraggio del 2020, confermando che non si trattava di episodi isolati ma di un modello strutturale.
Il 27 settembre 2019, con la risoluzione 42/25, il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu istituiva la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sul Venezuela, incaricata di indagare sulle violazioni commesse a partire dal 2014. Nel corso degli anni successivi, la Missione ha prodotto rapporti sempre più dettagliati e severi. In quello pubblicato nel settembre 2023 si affermava chiaramente che la struttura repressiva dello Stato non era stata smantellata e rappresentava una minaccia latente, pronta a riattivarsi.
Quella minaccia si è concretizzata dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Il 17 settembre 2024 è stato reso pubblico il nuovo rapporto della Missione internazionale indipendente, che ha parlato senza ambiguità di una delle crisi dei diritti umani più gravi della storia recente del Paese. Nella conferenza stampa di presentazione, la presidente della Missione, Marta Valiñas, ha dichiarato che le violazioni non solo non erano diminuite, ma si erano intensificate, raggiungendo livelli di violenza senza precedenti.
Poche settimane prima, il 28 agosto 2024, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, attraverso un quadro di repressione sistematica, parlava esplicitamente di terrorismo di Stato. La presidente della Commissione, Roberta Clarke, descrisse un contesto di assoluta impunità, con forze di sicurezza e un apparato giudiziario e istituzioni di controllo pienamente integrate nella strategia repressiva del governo. Anche organizzazioni della società civile come Foro Penal, Amnesty International e Human Rights Watch continuavano a documentare arresti arbitrari, torture, persecuzione della stampa e restrizione dello spazio civico. Foro Penal, in particolare, ha registrato 17.609 arresti politici dal 2014, con un picco di oltre 1.600 detenzioni nelle settimane successive al 28 luglio 2024, inclusi 114 minorenni nel solo primo mese di proteste.
In questo contesto si inserì anche la visita del successore di Bachelet, Volker Türk, avvenuta dal 25 al 27 gennaio 2024. Al termine della missione, durante la conferenza stampa del 28 gennaio 2024 all’aeroporto di Maiquetía, Türk chiese pubblicamente la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle torture e delle esecuzioni extragiudiziali, riferendo di testimonianze dirette di persone detenute arbitrariamente, torturate o uccise durante operazioni di sicurezza. Un quadro coerente, continuo, documentato di repressione: un sistema, non una deviazione. Un sistema che accentra il potere, celebra elezioni senza controllo né trasparenza e che ha nomi e responsabilità politiche precise, a partire da Nicolás Maduro e dai vertici civili e militari dello Stato. Quei vertici che oggi sono rimasti a capo del Paese e che proprio a causa dell’azione di Trump rischiano di trasformarsi in martiri di una sinistra internazionale incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni, pronta a giustificare l’ingiustificabile in nome di un anti-imperialismo selettivo.
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