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Addio Indiana Jones? L'archeologia tra IA e Lidar

  • Postato il 4 ottobre 2026
  • Di Focus.it
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In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

Addio Indiana Jones? L'archeologia tra IA e Lidar
Pennellini e trowel (la famosa cazzuola inglese, scettro di ogni archeologo), frusta e fedora, Heinrich Schliemann e Indiana Jones: se il vostro immaginario della ricerca archeologica attinge a questi modelli, vi toccherà aggiornarvi. Perché oggi, a insidiare il trono dello scavo stratigrafico, padre di ogni mistero sepolto, ci sono loro: le nuove tecnologie. Le stesse che, soltanto nell'ultima manciata d'anni, hanno svelato l'esistenza di rovine dimenticate, tradotto lingue sconosciute, ricostruito testi illeggibili e reperti impossibili da decifrare.. Scavi e ricerca sul campo Certo, è ancora presto per immaginare legioni di robot scavare al posto degli investigatori dell'antico in carne, ossa e pantaloni cargo, eppure il digitale è già entrato a pieno titolo nella ricerca sul campo, trasformando profondamente le scienze dell'antichità. Pala, piccone e libri oggi non bastano più: la vecchia ricognizione a piedi, lo scavo "tradizionale" e lo studio dei reperti vengono spesso integrati o persino sostituiti da sofisticati strumenti di analisi. A prima vista si tratta di una serie di sigle impronunciabili, scioglibili solo vendendo l'anima della lingua italiana ai diabolici inglesismi, ma se volessimo descriverli in un solo concetto potremmo definirli armi potenti al servizio dei detective del passato. Meno affascinanti delle dotazioni in pelle di Indy, forse, ma di sicuro più utili di una frusta, i mezzi di ricognizione nati spesso per scopi militari, gli strumenti medici diagnostici sempre più precisi e potenti, gli algoritmi applicati all'intelligenza artificiale stanno rivoluzionando le scienze dell'antichità e risolvendo o ridimensionando molti di quelli che per anni sono sembrati indecifrabili enigmi.. Telerilevamento Ma in che modo lo stanno facendo? E con quali ripercussioni? «Dalla nascita dell'archeologia digitale, l'uso delle tecnologie applicate alla ricerca e alla metodologia si è costantemente evoluto: dai primi database e sistemi Gis (un sistema di mappe digitali che integra dati spaziali, mappe storiche e informazioni di scavo) al rilievo 3D (una definizione generica che racchiude tutte le tecnologie per acquisire immagini tridimensionali, tra cui Lidar, fotogrammetria e laser scanner) fino all'attuale integrazione dell'intelligenza artificiale», spiega Luca Sanna, archeologo e docente di Archeologia digitale all'Università di Cagliari. «Questa nuova frontiera sta rivoluzionando la ricerca, accelerando essenzialmente due ambiti specifici: l'archeologia dei paesaggi e lo studio della cultura materiale nei depositi museali. Nel primo caso, algoritmi di Deep Learning (cioè un modello di intelligenza artificiale che imita il cervello umano per riconoscere schemi complessi) e Computer Vision consentono di scansionare rapidamente enormi volumi di dati, come le immagini 3D raccolte su vaste aree, per identificare in modo automatico e veloce anomalie topografiche invisibili a occhio nudo che possono nascondere potenziali siti. Nel secondo, l'intelligenza artificiale ricompone complessi puzzle tridimensionali di reperti frammentari e decifra iscrizioni antiche».. Insomma: se fino a un paio di generazioni fa gli archeologi consumavano invano le loro suole sui terreni impervi, per lunghe, a volte pericolose e spesso parziali ricognizioni, oggi la maggior parte delle scoperte arriva proprio dalle zone più impraticabili del pianeta. Grazie a un potente sistema di telerilevamento laser montato su droni o aerei, lanciato in volo sopra le giungle tropicali del mondo e le foreste pluviali del Centro e Sud America, sui remoti altopiani ghiacciati dell'Asia Centrale o le più vicine zone boscose della Svizzera e dell'Italia.. Misuratore a luce Si chiama Lidar (acronimo di Light Detection and Ranging, cioè "rilevamento e misurazione tramite luce") e svela tesori nascosti funzionando come una specie di radar 3.0, che, invece delle onde radio del suo vetusto collega, invia al suolo migliaia di impulsi laser al secondo, di una lunghezza d'onda adatta a penetrare attraverso la vegetazione più fitta. In base al tempo che ogni impulso impiega a tornare indietro dopo essere rimbalzato a terra, il sistema calcola la distanza di tutti i singoli punti, ricostruendo via via il profilo del terreno per centinaia di chilometri quadrati. Il risultato finale è una dettagliatissima mappa topografica tridimensionale, con millimetrici dettagli di ogni micro-variazione di quota, ottenuta senza disboscamenti, scavi preventivi o ricognizioni impossibili. Come se un gigantesco tosaerba avesse raso al suolo la foresta amazzonica o le giungle pluviali, nelle sue più recenti ricognizioni il Lidar ha riscritto la storia dell'evoluzione urbanistica ed economica di regioni a lungo considerate disabitate: in Guatemala e Yucatán si contano adesso centinaia di migliaia di nuovi siti maya, interconnessi fra loro e dotati di sistemi agricoli avanzati celati dalla giungla, mentre in Messico il complesso cerimoniale di Aguada Fénix è stato riconosciuto come il più antico e vasto monumento mai costruito dalla civiltà maya, ancora con molti segreti da svelare.. Sulle Ande peruviane, arroccata a quasi 4mila metri di altitudine nell'area archeologica di Wat'a, una cittadella del XV secolo ha surclassato in altezza e anzianità la più famosa cuginetta inca, Machu Picchu. Duemila metri più in basso, ma a latitudini molto diverse, anche sulle aspre montagne dell'Uzbekistan sudorientale, lungo l'antica Via della Seta, sono spuntate impreviste città perdute. Tra le altre, Tugunbulak, una metropoli di centoventi ettari di estensione, con case, piazze, strade, cinque torri di guardia e una fortezza centrale protetta da una cinta muraria in pietra e mattoni di fango, che prosperò tra il VI e l'XI secolo, in un ambiente ostile e gelido, dove nessuno studioso si aspettava di poter trovare segni di vita urbana, metallurgia e agricoltura risalenti a oltre mille anni fa.. La guida di un cervello umano Ma, come diceva una vecchia pubblicità, "la potenza è nulla senza il controllo" e nessuna tecnologia può fare a meno di un cervello umano che la guidi o che sappia interpretarne e verificarne i risultati. «Si tratta di una vera rivoluzione digitale che non sostituisce il ricercatore, ma ne supporta e velocizza il lavoro», conferma Sanna. «Scanner e georadar offrono solo mappe fisiche, registrano "anomalie", ma la terra è un archivio storico fatto di contesto, microstratigrafie e relazioni che solo l'uomo riesce attualmente a interpretare. Non si può comprendere il passato senza il contatto diretto e l'analisi della materia maturata attraverso l'esperienza in loco». E infatti, proprio come a tutti i comuni mortali, anche all'intelligenza artificiale capita di sbagliare quando viene usata per riconoscere ipotetiche strutture antiche nelle anomalie morfologiche del terreno. «In archeologia, l'IA fallisce sul contesto: non ha l'intuito, l'esperienza e la capacità di interpretare i siti, inoltre soffre di pregiudizi di addestramento», nota l'esperto. «Lavorando su dati frammentari, spesso genera allucinazioni visive, perché il software, addestrato a cercare le forme regolari (cerchi, quadrati, rettangoli), tende a forzare l'interpretazione: capita allora che "veda" un nuraghe protostorico in un recinto circolare costruito cinquant'anni fa con pietre a secco da un pastore o persino in una rotonda stradale coperta dalla vegetazione».. Senza senso storico Oltre che di allucinazioni, l'IA soffre anche di totale mancanza di senso storico: bravissima a individuare una forma, non è in grado di associare una stratigrafia all'epoca corretta, fondendo in modo anacronistico elementi distanti millenni. Ma non solo. «L'algoritmo può anche sbagliare per difetto», prosegue Sanna. «La struttura archeologica c'è, ma l'IA la cancella o non la rileva, perché non rientra nei suoi rigidi canoni statistici o perché viene scambiata per un elemento di disturbo». La sua fallibilità, comunque, non toglie appeal all'intelligenza artificiale e il Machine Learning viene applicato anche allo studio delle forme della ceramica oppure alla decifrazione dei testi antichi.. È il caso dei 1.800 papiri in lingua greca e latina risalenti a oltre duemila anni fa, rinvenuti nel XVIII secolo nella Villa dei Papiri a Ercolano (a circa 16 chilometri da Pompei), accartocciati e anneriti dal calore dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rimasti a lungo conservati nelle teche della Biblioteca nazionale di Napoli senza poter essere letti. Fino al 2024, quando un papiro è stato virtualmente srotolato e tradotto grazie all'IA, all'intuizione di un team internazionale di archeologi, filologi e informatici, e a una Tac. No, non una semplice Tac a raggi X come quella in cui hanno infilato il cuginetto per vedere se aveva l'appendicite, ma una Tac ad alta definizione a radiazione di sincrotrone, un acceleratore di particelle capace di identificare sulla superficie del reperto le tracce di inchiostro. Proprio da queste tracce, un po' come gli investigatori che, per evidenziare i segni lasciati dal colpevole, sfregano una matita sul foglio del block notes su cui ha appuntato l'indirizzo della vittima, l'IA è riuscita a ricostruire il testo scritto: più di 2mila caratteri greci, una lunga nota su come godersi la vita secondo un seguace del filosofo greco Epicuro.. I ricercatori dell'Università inglese di Nottingham hanno fatto qualcosa di simile per le iscrizioni latine, nutrendo Aeneas, l'IA sviluppata per l'archeologia da Google DeepMind, con un database di oltre 176mila epigrafi datate tra il VII secolo a.C. e l'VIII d.C. e usandola per restaurare i testi mancanti, indicarne la possibile provenienza e stimarne l'età..
Autore
Focus.it

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