A Torino violenze ingiustificate anche su manifestanti pacifici: serve un identificativo per le divise
- Postato il 3 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Angelo Palazzolo
Durante la grande e pacifica manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, un migliaio di facinorosi ha trasformato Torino in un campo di battaglia. A oscurare il senso e le ragioni di una protesta partecipata e non violenta è stata una minoranza organizzata, che ha messo a ferro e fuoco la città.
L’immagine simbolo di quella giornata — la più drammatica e la più rilanciata — è stata quella di un poliziotto di 29 anni, isolato, circondato, colpito ripetutamente e aggredito con un martello. Un video diventato virale in pochi minuti, capace di suscitare un’indignazione trasversale, condivisa da persone di ogni orientamento politico. Ed è giusto che sia così: quella violenza è inaccettabile, senza attenuanti.
Ma non è stata l’unica violenza di quella giornata. Accanto a quel video, ne sono circolati altri, meno comodi e meno rilanciati: un anziano con la testa spaccata, un fotografo pacifico — anch’egli accerchiato e colpito — manganellate contro persone inoffensive, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Scene che stonano con il racconto semplificato di una polizia unica vittima degli eventi di Torino. A queste immagini si aggiungono testimonianze non allineate, come quella della cronista Rita Rapisardi, che restituiscono una realtà più complessa e meno consolatoria. Quali lezioni possiamo allora trarre dai fatti di Torino?
Per l’aggressione al poliziotto, spetterà alla magistratura accertare responsabilità e dinamiche, con la freddezza di chi è chiamato a ragionare da giudice e non da “super-poliziotto togato”, tentato — anche inconsapevolmente — da una logica di rivalsa verso chi viene percepito come nemico politico o ideologico. La giustizia, per essere credibile, deve restare giustizia, non diventare vendetta.
Allo stesso modo, auspico che si aprano fascicoli anche sulle violenze ingiustificate subìte da manifestanti pacifici, fotografi e giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro. Perché la tutela dell’ordine pubblico non può mai trasformarsi in sospensione dello stato di diritto. Se fossi un poliziotto che svolge il proprio servizio con onore e disciplina, l’idea che questo governo voglia proteggermi con uno “scudo penale” mi farebbe orrore. Nei casi di fatti criminosi pretenderei di essere processato, per dimostrare la mia innocenza. Pretenderei, anzi, che sulla divisa fosse presente un numero identificativo: perché chi non ha nulla da nascondere non teme di essere riconosciuto e perché l’autorità si legittima attraverso la responsabilità.
Carl Gustav Jung sosteneva che forze dell’ordine e gruppi violenti rappresentano polarità della stessa dinamica psichica collettiva. Gli eventi di Torino, ancora una volta, sembrano dargli ragione.
Non possiamo chiedere ai violenti che infestano le manifestazioni di mostrarsi a volto scoperto o con un numero identificativo, ma possiamo — e dobbiamo — isolarli prima, durante e dopo i cortei. Possiamo collaborare con le forze dell’ordine per prevenire le devastazioni che svuotano di senso ogni protesta non violenta. Allo stesso tempo, possiamo e dobbiamo chiedere alle istituzioni di uscire dall’ombra, garantendo l’identificabilità degli agenti, soprattutto nei reparti antisommossa.
Lo scudo penale va nella direzione opposta. Spinge il Paese verso una frattura pericolosa, simile a quella degli Stati Uniti dell’era Trump, dove una parte della cittadinanza teme e odia chi dovrebbe proteggerla. Sarebbe un pessimo servizio ai cittadini, meno tutelati di fronte alla violenza istituzionalizzata, e alle forze dell’ordine stesse, che — per colpa di poche mele marce — rischierebbero di perdere la stima e la fiducia conquistate nel tempo.
Sarebbe invece un assist perfetto per i facinorosi di ogni colore, pronti a sfruttare la prima violenza impunita per giustificare le proprie. Oggi piangiamo manifestanti e poliziotti feriti. Ma domani, con lo scudo penale, il livello dello scontro è destinato a salire… e il prezzo potrebbe non essere più pagato in feriti.
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