A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa pochissimo. E l’Italia si distingue

  • Postato il 10 febbraio 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Scrivevo 15 anni fa che, a cadenza mensile, un disastro idrogeologico colpiva un grande insediamento nel mondo. Àtropo non aveva scelto a caso, ma la scelta sarebbe stata percepita affatto casuale. Ora, la scala dei tempi si è ridotta: la cadenza è diventata settimanale, se non giornaliera. Per esempio, a gennaio 2026:

– In Africa, si contano provvisoriamente 146 vittime e 700mila sfollati in Mozambico. Più di 30 vittime e migliaia di sfollati in Sudafrica, dove è stato dichiarato lo stato di calamità nazionale. Tra Zimbabwe, eSwatini, Madagascar, Malawi, Tanzania, Zambia, sono riportati almeno 200 morti e 800mila sfollati.

– In Asia, le vittime di frane e inondazioni sono state circa 1.200 in Indonesia, con più di 100mila sfollati e una grave crisi epidemica. In Malesia e nella Thailandia meridionale, il ciclone Senyar ha causato vaste e diffuse inondazioni e frane. Le straordinarie nevicate hanno causato più di 40 vittime in Giappone.

– In Europa, la tempesta Kristin ha causato 5 vittime in Portogallo, dopo che la tempesta Goretti aveva lasciato al buio quasi 400mila case in Francia, causando almeno 10 vittime nel nord Europa. Migliaia di persone sono state evacuate in Bavaria e nel Baden-Wuerttemberg, dove si contano almeno due vittime, mentre il Reno ha lambito il livello di guardia a Colonia. Nei Balcani, gravi alluvionali hanno colpito varie regioni del Kosovo, della Moldavia e dell’Albania. Sull’impatto delle mareggiate in Calabria, Sicilia e Sardegna; e sulla frana di Niscemi sappiamo tutto, anche il superfluo alimentato da generosi contributi di social expertise.

– Nelle Americhe, l’area metropolitana di Chicago è stata interessata da gravi e diffuse inondazioni urbane, così come la contea di Tehama in California, con minori danni. In Cile, la regione desertica di Antofagasta ha subito gravi inondazioni e una devastante alluvione lampo ha colpito la capitale, Santiago; mentre il sud del paese è stato messo in ginocchio dagli incendi boschivi. Alluvioni lampo hanno devastato la provincia argentina di Mendoza, così come Medellin in Colombia, dove la costa caraibica ha subito l’impatto di fortissime mareggiate.

– In Oceania, le piogge torrenziali hanno provocato danni alle infrastrutture e l’evacuazione precauzionale in molte località nel Queensland settentrionale, mentre il sud-ovest subiva una ondata di calore estremo. La Nuova Zelanda è stata colpita da una serie di cicloni tropicali, causa di frane e inondazioni nel nord del paese.

Nonostante che gennaio sia un mese normalmente avaro di disastri idrogeologici, l’elenco è lacunoso. Alla radice dei disastri di gennaio 2026 ci sono nubifragi localizzati, cicloni tropicali, piogge prolungate, mareggiate. E territori fragili. L’Italia è sì uno sfasciume pendulo sul mare, ma solo uno dei tanti sulla Terra.

A fronte della crescente vulnerabilità climatica del pianeta, il mondo fa pochissimo. L’allerta non è sempre pronta né l’allarme efficace; e la pianificazione consapevole del territorio rimane una illusione. Perfino la copertura assicurativa dei danni −misura utile ma solo per chi se la può permettere− mostra la corda.

L’Italia si distingue, indossa una maschera bifronte. Da noi, la previsione è sempre più precisa e precoce, tenuto conto della complessità idrometeorologica. La gente è sempre più consapevole e attenta ai propri comportamenti, come testimoniano le zero vittime a gennaio 2026. La gestione della fase emergenziale è uno dei rari esempi virtuosi di efficace coordinamento nazionale e locale. La prevenzione, per contro, resta un miraggio.

“Prevedere e prevenire” invocava il giornalista Cesare Viazzi della Rai, in telecronaca dal fango di Genova, devastata dall’alluvione nel 1970. In mezzo secolo abbiamo conseguito ottimi risultati nel prevedere e intervenire in modo tempestivo. Ma la prevenzione ha tuttora una brutta faccia. Si previene di rado e anche male, quando la politica sostituisce i tecnici. Talora lo fa in proprio, talora sotto altrui spoglie, quelle di esperti scientifici e tecnici modesti, specie se rigorosamente lottizzati come talora accade.

Nel commentare la telecronaca olimpica di un telecronista Rai dei nostri giorni, Michele Serra afferma che “per occupare militarmente un territorio vasto come l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità” (La Repubblica, 8/2/2026). È un argomento trasferibile all’assetto del territorio, altrettanto vasto? Forse sì, con qualche eccezione e solo a patto di sostituire “meloniani” con “tutti i governanti del terzo millennio”, tranne la breve stagione gialloverde, fuori tempo massimo. Per verificare la congettura di Serra basta scorrere la composizione dei vari organi d’indirizzo e controllo dove, nei Trent’Anni Favolosi del dopoguerra, la politica chiamava i migliori scienziati e i professionisti più esperti.

Credere che l’incuria sia un esclusivo difetto della politica è fuorviante. Di fronte alla edificabilità di un terreno, la gente preferisce dimenticare. Giochiamo alla roulette, fiduciosi che la forbice della Parca recida un altro filo, non il nostro, magari quello del vicino. Quasi vent’anni fa proponemmo una sorta di certificazione di resilienza degli edifici nei confronti dei rischi naturali. Poteva diventare una nuova casella catastale, graduata in base a criteri oggettivi di rischio. Applausi: molti. Effetti pratici: zero.

Meglio non sapere. Meglio dimenticare. La politica − non tanto per interesse diretto quanto per lisciare il pelo dell’elettore − spinge ad ammorbidire i vincoli alla urbanizzazione e al consumo di suolo, aiutando a dimenticare. Non solo in Italia: avviene in tutti i paesi del mondo.

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Il Fatto Quotidiano

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