A 25 anni dal G8, la lettera aperta di Haidi Giuliani: “Quando il dissenso diventa un reato servono nuovi spazi collettivi di partecipazione”
- Postato il 12 febbraio 2026
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- Di Genova24
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Genova. Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta ai movimenti scritta da Haidi Gaggio, mamma di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda 25 anni fa, duranti i giorni del G8 di Genova.
“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel Diciotto Brumaio. Ci pensavo guardando le immagini di sabato scorso, a Torino. Sembrava di rivedere, in scala ridotta, quelle del luglio 2001 qui a Genova. La grande presenza unitaria di uomini e donne di tutte le età e di varia provenienza che hanno manifestato lungo il percorso fino alla fine. L’arrivo di chi viene subito nominato come “guastatore. Le forze dell’ordine massicciamente presenti, addobbate per la guerra. I petardi da una parte, i candelotti lacrimogeni dall’altra, le botte date nel mucchio. A Torino per fortuna nessun morto, nemmeno in coma, solo un poliziotto preso a calci. Delle altre persone ferite molti solerti giornalisti non hanno neppure parlato: sembra che sia diventato normale tornare a casa dopo una giornata di legittima protesta con la testa sanguinante e qualche osso rotto, si tratti di cittadinǝ che difendono il proprio territorio, operaǝ che difendono il posto di lavoro, studentǝ davanti a scuole e università.
Eppure la protesta resta un diritto costituzionale, non un favore concesso, ma un elemento essenziale della democrazia. Manifestare significa rendere visibile un conflitto, portarlo nello spazio pubblico, chiedere che venga riconosciuto e discusso. Oggi, invece, il dissenso viene punito a prescindere, svuotato di legittimità politica e riscritto come devianza. Decreto dopo decreto, il perimetro di ciò che è considerato accettabile si restringe. Esporre un dubbio, avanzare una critica, rischia di diventare un atto pericoloso, un reato penale da perseguire.
In questo contesto, vale la pena interrogarsi sul concetto stesso di violenza. Si parla molto di violenza contro le cose e contro le persone durante le manifestazioni. Si parla poco, invece, di altre forme di violenza, più pervasive e difficili da nominare. La violenza economica che frustra sistematicamente le aspettative di una generazione. La violenza semantica che delegittima chi dissente, trasformandolo in nemico interno. La violenza comunicativa e propagandistica che produce paura, semplifica il reale, cancella le cause dei conflitti.
Molti giovani scendono in piazza non per vocazione allo scontro, ma perché vedono traditi i valori che la democrazia dovrebbe difendere. Vivono un presente di ansia e paura, un futuro incerto, un lavoro instabile, un diritto allo studio sempre più fragile. Quando ogni canale di partecipazione appare chiuso, la protesta diventa l’unico linguaggio disponibile. È una richiesta di ascolto.
Nel clima attuale si sta affermando da tempo una cultura reazionaria: chi pone domande viene marginalizzato, chi critica viene deriso e isolato, chi prova a partecipare viene spinto ai margini del dibattito pubblico. Da qui nasce un conflitto che si radicalizza, perché non trova luoghi di mediazione.
A questo punto la domanda non può che essere politica. Che cosa può fare la politica, se non riappropriarsi degli spazi che le competono? Spazi di confronto, anche aspro, anche scomodo. Spazi in cui incontrare i giovani, tutti, anche quelli considerati “cattivi”. Non per giustificare ogni gesto, ma per sottrarre il conflitto alla sola gestione repressiva.
Genova ha mostrato cosa accade quando la politica abdica a questo ruolo e lascia alle forze dell’ordine il compito di gestire il rapporto con chi protesta. Un rapporto che viene inevitabilmente trattato come questione di ordine pubblico. Ancora 25 anni dopo, Torino lo ricorda. Quando la protesta viene lasciata sola, viene anche delegittimata politicamente.
Che fare, allora? Tocca a noi ampliare il consenso, costruire alleanze, radicarsi nei territori. Rendere la partecipazione contagiosa, non un gesto isolato. Uscire dalla logica delle avanguardie e ricostruire spazi collettivi di parola, conflitto e partecipazione. Tocca a noi, ancora e sempre, inventare metodi nuovi o mutuati dalle lotte – ricchissime di esempi – di chi ci ha preceduto. Senza questa assunzione collettiva di responsabilità, la storia continuerà a ripetersi.