80 Repubblica, per Italia storia di un impegno europeo da protagonista
- Postato il 1 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
80 Repubblica, per Italia storia di un impegno europeo da protagonista
Roma, 1 giu. (askanews) – La Repubblica Italiana nata il 2 giugno 1946 non ha mai mancato di dare il proprio contributo ideale e politico all’Europa: membro fondatore della Comunità Europea e da allora protagonista di tutte le trasformazioni che hanno portato all’attuale Unione Europea, non sempre con i risultati auspicati inizialmente ma senza mai far venire meno il proprio impegno. Un impegno che passa anche per delle figure istituzionali di grande rilievo, come sottolinea Paolo Acanfora, professore di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, intervistato da Askanews.
“Il primo grande nome italiano in Europa è naturalmente quello di Altiero Spinelli. Ma non solo e non tanto per il Manifesto di Ventotene, che va da sé è un documento preziosissimo per il pensiero federalista ma che dal punto di vista della costruzione istituzionale della Comunità Europea prima e dell’Unione Europea poi è un documento che non aiuta molto a capire l’Europa di oggi: ha avuto sì un’influenza ideale ma quelle che è venuta fuori è un’Europa diversa”, spiega.
“Nella fase generativa però un ruolo fondamentale lo ha avuto soprattutto Alcide De Gasperi, fin dalla fondazione della Ceca e nella fase immediatamente successiva, quando si tratta di immaginare una difesa comune europea nel contesto della guerra di Corea che – per timore di una possibile aggressione sovietica in Europa – innesca un riarmo dell’esercito della Repubblica Federale tedesca: De Gasperi fa in modo di legare una politica militare comune a quella estera, anche se ciò implica la cessione di uno dei pilastri dello Stato nazione”. In particolare, l’articolo 38 del Trattato della Comunità europea di Difesa demanda ad un’assemblea ad hoc il progetto della comunità politica europea, un salto dall’ambito ristretto della Ceca a una vera e propria unione politica: un discorso che finisce con un fallimento quando l’Assemblea Nazionale francese, nel 1954, rifiuta la ratifica del Trattato – e lascia sul tavolo il problema dell’integrazione politica e militare europea, irrisolta fino ad oggi.
“Il rilevante contributo istituzionale di Spinelli riguarda soprattutto la legislatura 1979-1984, la prima legislatura europea con elezione diretta del Parlamento europeo: e da deputato europeo Spinelli mette su un progetto politico con una modalità del tutto singolare, che fa riferimento all’ispirazione del Manifesto: il cosiddetto Club del Coccodrillo (dal nome di un locale di Strasburgo dove si riunivano) che mette insieme tutti gli europarlamentari che hanno un interesse a costruire un’Europa politica, indipendentemente dall’affiliazione politica: un partito trasversale in cui si ritrovano comunisti, socialisti, liberali, democristiani, conservatori”. Spinelli e il suo gruppo elaborano quindi e presentano in Parlamento un progetto politico che viene approvato a maggioranza; ma anche per il sostanziale disinteresse della Commissione e del Consiglio – i governi nazionali sono tutt’altro che favorevoli – l’esito dell’iter sarà nel 1986 l’Atto Unico Europeo che lo stesso Spinelli commenterà dicendo: “Alla fine la montagna ha partorito il topolino, e il topolino rischia anche di essere morto”.
“L’altra figura rilevante che ha dato un nome alla storia della costruzione europea è Emilio Colombo, che nel 1981 da ministro degli Esteri firma insieme all’omologo tedesco Hans-Dietrich Genscher un piano che ha come obbiettivo un progetto per il rafforzamento della cooperazione politica europea sui grandi temi della politica internazionale: ovvero costruire un progetto che faccia sì che l’Europa possa proporsi nel contesto della politica internazionale in maniera il più possibile unitaria”, prosegue Acanfora.
“Era un tentativo di attivare un asse italo-tedesco in sostituzione del tradizionale motore franco-tedesco, che ha una sua logica perché in quel momento l’allora presidente francese François Mitterand era inizialmente restio ad un impegno europeista forte; anche questo accordo si risolve però in una dichiarazione che non avrà sviluppi successivi anche per il ritorno di Mitterand, già nella seconda parte del suo primo settennato, ad una maggiore attenzione europea”.
Ma è negli anni Novanta che l’Italia vuole essere protagonista ed avere un ruolo nell’Ue, in quella che Giulio Andreotti chiamava “la terza fase”, dopo quelle della ricostruzione e del boom: l’Italia europea. E l’Italia europea arriva con il Trattato di Maastricht, partendo dal presupposto del referendum consultivo del 1989 il cui quesito è se si vuole che la nuova legislatura del Parlamento Europeo debba essere un mandato costituente per un’Europa politica e federale, come non era avvenuto nel 1979: e l’88% degli italiani si dichiara favorevolissimo.
I risultati non sono però quelli sperati: “Dopo Maastricht molti parlamentari italiani nazionali hanno accusato i negoziatori italiani di aver tradito questo mandato costituente, e la risposta migliore l’ha data lo stesso Andreotti: ‘noi volevamo fare di questa legislatura europea una legislatura costituente, ma era un’idea che condividevamo solo noi, il nostro errore è stato di non aver parlato con quelli che non la condividevano e ci siano trovati un po’ isolati'”.
Le due figure che dominano la scena post Maastricht sono quelle di Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi, in una fase in cui l’obbiettivo è l’ingresso nell’unione monetaria, nella forte convinzione che se non si entra il Paese verrà condannato alla marginalità assoluta: “Queste due figure rappresentano la spinta ad entrare per poter avere un ruolo protagonista fin da subito nella nuova Unione Europea e anche sanare le mancanze del Trattato di Maastricht, che andava a realizzare la moneta unica, ma tradiva le premesse e promesse politiche: l’idea era di entrare subito per poter fare dei passi avanti su questo aspetto. Poi le cose sono andate diversamente, anche per la mancanza di una piena consapevolezza delle classi dirigenti europee di quali fossero le reali conseguenze delle trasformazioni realizzate, probabilmente distratte dai radicali cambiamenti legati alla fine della Guerra Fredda – e in Italia, alla fine della Prima Repubblica”.
Arrivati ad oggi, “sia dal punto di vista della società che della classe dirigente italiana il nostro europeismo è molto inferiore a quello degli anni Novanta, anche perché nell’europeismo italiano esisteva anche una vera e propria aspettativa taumaturgica di una soluzione europea ai problemi strutturali italiani che ha alimentato delle attese irrealistiche; di qui poi negli anni Duemila il crollo o la messa in discussione della fiducia nell’Europa. In un’Europa dominata ancora da forze fortemente legate a concezioni della società, della politica, dello Stato di stampo nazionalista più o meno estremo è già complicato tenere l’esistente, figuriamoci di fare progressi”.
“Nel caso italiano poi sono al governo anche le forze più tiepide o comunque con un atteggiamento cauto nei confronti dell’Europa: FdI, che ha nella nazione l’idea-forza della propria cultura politica; la Lega, dove il concetto di identità locale e nazionale è altrettanto forte; FI, che non è stato mai un partito connotato come fortemente europeista. Anche se nella sostanza poi l’impegno europeo del Paese non viene mai messo in dubbio, il loro atteggiamento concreto si potrebbe riassumere con quanto detto recentemente da Giorgia Meloni all’Assemblea di Confindustria: l’Europa dovrebbe fare meno ma meglio – fondamentalmente, ridurre le competenze europee e restituire parte di esse agli Stati membri”.
(di Maurizio Ginocchi)
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