21 febbraio. Giornata internazionale della lingua madre. Diversità e processi culturali

  • Postato il 20 febbraio 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
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di Pierfranco Bruni

Radici e identità. Lingua madre e diversità. Restano un rapporto fondamentale, soprattutto in quelle civiltà in cui le convivenze tra eredità, lingue e linguaggi creano non solo processi di confronto, ma anche ricchezze tra culture. La lingua e le lingue sono il passato e il futuro, che già si vivono nel presente dei popoli e delle Nazioni. Il 21 febbraio si celebra la Giornata internazionale della lingua madre. Processi letterari, dunque, e dimensioni etniche. Abitare una lingua, sosteneva Elias Canetti. È su questo presupposto che il discorso sul rapporto prima citato si pone con alcune riflessioni.

Dall’indifferenza alla nostalgia. Tra i segni e le memorie, il tracciato è un lungo ricordo.
Etnos-popolo. Tra etnie e scrittori. Ci sono processi culturali che si prestano a una chiave di lettura in cui il valore antropologico e la “misura” etno-linguistica offrono interpretazioni che penetrano il senso mitico-simbolico delle civiltà. Il mito e il simbolo sono dominanti di un percorso certamente etnico che scava all’interno di dimensioni che si prestano a un riscontro letterario.

La letteratura ha, chiaramente, modelli grazie ai quali è possibile sostenere un rapporto sempre più nevralgico tra la parola — meglio sarebbe dire il codice delle parole — e i fattori che riguardano più direttamente il sentimento della tradizione. Infatti, l’incastro antropologico che si vive nella letteratura è un vissuto completamente dentro la storia delle comunità, le quali sono comunque espressioni di civiltà.

Quando si parla di minoranze etnico-linguistiche è necessario ridefinire il senso e il tempo della loro presenza sul territorio. È proprio la letteratura, grazie a scrittori e viaggiatori che vi hanno sostato o hanno penetrato l’anima del popolo attraverso uno scavo psicologico ed esistenziale del luogo, ad avere gli strumenti per indagare nella stratigrafia di quella coscienza comunitaria dalla quale il sentimento della consapevolezza diventa realtà identitaria, pur in una visione in cui il concetto di diversità resta fondamentale.

L’indifferenza nei confronti della diversità dei popoli è una sovrastruttura che non ci allontana dal problema reale perché, in fondo, è proprio da essa che il rapporto tra parola e tradizione non assume uno spessore dissolvente, ma ci mette a contatto non tanto o non solo con le eredità, quanto soprattutto con la nostalgia.

Il passaggio dall’indifferenza alla nostalgia non è soltanto un fenomeno culturale. È piuttosto un attraversamento non solo di valori, ma di raggiungimento di quell’ordine sancito dai sentimenti che portano a comprendere le matrici dell’appartenenza. E se si volesse ancora insistere su questo dato, non si potrebbe che aggiungere che il passaggio dall’indifferenza alla nostalgia è sancito proprio da una metafora indissolubile: quella del mito-simbolo.

Nella letteratura il tracciato della metafora del viaggio è costantemente legato ad alcuni elementi principali: quello della terra, ovvero il riferimento a una terra; quello del sentimento dello straniero; quello del vivere continuamente come se si aspettasse sempre un ritorno. Il saggio che qui si presenta è un progetto per comprendere il valore e il senso di un rapporto tra modelli etnici e letteratura, tra luoghi e scrittori.
La letteratura, da questo punto di vista, lacera le croste dell’indifferenza per far approdare l’uomo e le civiltà a un porto. Gli scrittori e i poeti sono coloro che maggiormente hanno viaggiato, da naufraghi e da pellegrini, nell’etnos di una civiltà.

E, riferendosi in modo particolare a quelle culture minoritarie e a quegli scrittori che hanno abitato luoghi caratterizzati da realtà etniche ben contraddistinte, la dimensione-visione del tempo-spazio, nel gioco di quelle immagini metaforiche, resta un dato nevralgico per sottolineare un’interpretazione che non può essere letta soltanto come dato folcloristico, ma la cui funzione puramente letteraria assume una struttura significativa e indelebile.

Qual è, in fondo, il dato meditativo di questo confronto? È appunto il trasporto che va da quella che abbiamo chiamato indifferenza alla nostalgia. Possono anche non essere constatazioni concrete, in quanto si lavora e si opera intorno a modelli percettivi. Nel catturare l’indifferenza nei confronti di una civiltà altra si cerca non solo di indagare il perché, ma anche di comprendere il sentimento stesso dell’indifferenza. Il più delle volte l’indifferenza è dovuta alla non conoscenza e quindi alla non consapevolezza di un’identità storica.

Quando viene meno la consapevolezza, vengono meno i segni dell’appartenenza. Ed ecco perché è necessario insistere su una pedagogia della consapevolezza dei luoghi e del valore etnico. Una volta introdotto un tale discorso nella temperie della consapevolezza, il passaggio verso il sentiero della nostalgia diventa intrigante.
Si ha nostalgia perché ci si rende conto di appartenere a una cultura che si trasmette tramite la tradizione.

Ed è qui che il dialogo tra tradizione e identità, nel segno dell’appartenenza, resta di notevole importanza. Un altro fattore che gioca in questo passaggio è naturalmente quello della lingua, perché la lingua è un veicolo di comunicazione ed essendo tale riesce a partecipare valori di senso grazie a una griglia di elementi linguistici che ci portano dentro le matrici dell’essere civiltà. Si ritorna dunque al concetto di fondo, che è quello del legame tra lingua e tradizione.

Pertanto la letteratura riesce a catturare questo legame nell’immenso scenario dei simboli. In fondo, raccontare una terra, un mare o un luogo, in termini più generali, significa proporre immagini. Ma le immagini vanno lette, e la lettura non è sempre di facile approccio perché deve saper imprigionare tali immagini con il sentimento dell’essere e dell’appartenere.
Il processo al quale si faceva riferimento all’inizio si inserisce perciò in una duplice entratura di leggibilità: una completamente etnica, l’altra profondamente letteraria. Noi cerchiamo di metterle insieme con la presenza di una meditazione sui temi in questione, ma in modo particolare con l’opera di quegli scrittori e di quei poeti che non hanno “ragionato” sui luoghi, ma li hanno, come si diceva, percepiti e soprattutto sentiti.

Sentire un luogo non è soltanto appartenere a un luogo, ma è anche viverlo con l’intensità di una nostalgia che riesce ad avere senso solo se la letteratura ha la forza di porre in essere l’umanesimo dell’appartenenza stessa, sia in un approccio linguistico sia in un raccordo di sentimenti con quella geografia del luogo che, sostanzialmente, per uno scrittore è geografia dei suoni, dei linguaggi, delle memorie, dei ricordi.
Quindi è una geografia della nostalgia. In un tale contesto la letteratura può farsi, in questi specifici casi, etno-linguistica, etno-storia, in un inserimento di quell’estetica che può diventare dissolvenza del reale per restare, nella stessa rappresentazione del reale, estetica della nostalgia. Etnos-popolo-civiltà.

Qui l’intreccio diventa una vera e propria metafisica dell’anima. Si ritorna all’antica metafora: abitare un paese, abitare una lingua. Si abita una lingua perché si vive una Nazione, come metafisica della storia e delle geografie, tra civiltà e popoli.

Contesto

Il 21 febbraio si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre, istituita nel 1999 dall’ UNESCO per promuovere la diversità linguistica e il multilinguismo nel mondo. La data ricorda il sacrificio di alcuni studenti a Dacca, nell’attuale Bangladesh, uccisi nel 1952 mentre rivendicavano il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come lingua ufficiale.
Oggi nel mondo si parlano circa 7.000 lingue, ma molte sono a rischio di estinzione. Quando una lingua scompare, non si perde soltanto un mezzo di comunicazione, ma un patrimonio culturale fatto di memoria, tradizioni, saperi e identità. La lingua madre è infatti il primo strumento attraverso cui costruiamo il nostro rapporto con la realtà, apprendiamo valori e sviluppiamo il pensiero.
La ricorrenza invita governi, istituzioni e comunità a sostenere politiche educative inclusive, capaci di valorizzare le lingue locali e minoritarie. Difendere la lingua madre significa promuovere dialogo, rispetto delle differenze e coesione sociale, in un mondo sempre più interconnesso ma bisognoso di radici solide.

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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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