Una strategia nazionale per mettere in sicurezza il territorio italiano

  • Postato il 21 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Una strategia nazionale per mettere in sicurezza il territorio italiano

Nella sua ultima nota sulla congiuntura del febbraio 2026, l’Ufficio parlamentare di bilancio nota come “il riscaldamento globale continua a generare eventi meteorologici estremi, non ultimi quelli che hanno recentemente funestato il Mezzogiorno d’Italia”. Poi aggiunge: “La crescente frequenza e intensità di questi fenomeni fa sì che non si possano escludere nuovi eventi nell’orizzonte di previsione; fenomeni particolarmente forti o localizzati in aree ad alta densità di insediamenti produttivi, avrebbero effetti non trascurabili anche sul complesso dell’economia nazionale”.

“Effetti non trascurabili”, un eufemismo per sottolineare che il problema della sicurezza sul territorio è un problema di prim’ordine per un paese come l’Italia, uno tra i “molteplici rischi, prevalentemente orientati al ribasso nel medio termine, in larga parte riconducibili a fattori esterni o ambientali, quindi nel complesso esogeni rispetto alle dinamiche interne” che rischiano di compromettere l’economia nazionale.

                            

L’Italia è un importante laboratorio europeo, una frontiera dei cambiamenti nelle condizioni materiali. Qui sta succedendo più rapidamente che altrove. Un recente studio pubblicato dalla Commissione europea ha stimato che gli investimenti necessari all’Italia per gestirli sono nell’ordine di circa 10 miliardi di euro all’anno fino al 2050, tra i più alti in Europa. Grossomodo 250 miliardi di euro, destinati a infrastrutture e gestione del territorio. Sono stime inevitabilmente complesse, ma offrono quantomeno un ordine di grandezza: non grande tanto quanto la sanità (dieci volte più grande), ma dieci volte di più di quanto non si spenda oggi in manutenzione ordinaria.

Quello che questi numeri non rivelano è invece ciò che ci dicono le recenti emergenze a cui fa riferimento la nota di congiuntura. Da Niscemi alla Romagna, la natura del paesaggio italiano si rivela insolita: si vive prevalentemente in aree marginali, dove la stabilità idrogeologica è un problema di prim’ordine, e le migliaia di fiumi brevi, ripidi e a carattere torrentizio che drenano il paese sono soggetti a esondazioni sempre più frequenti – un terzo delle frane europee succede nel nostro paese. Questo significa che la maggior parte del patrimonio e delle attività produttive è esposta a rischi sostanziali. Se poi si aggiunge che l’Italia è ricca, che gran parte della sua ricchezza è immobiliare e privata (le stime per le case degli italiani, per esempio, indicano circa 3 volte il pil) e che una percentuale importante è collateralizzata per mutui, si intuisce la scala del rischio finanziario e politico che potrebbe essere attivata se non si gestisce questa situazione, come del resto si allude nella nota dell’ufficio parlamentare.

                                                     

E quindi, che si fa? La soluzione richiede ingegneria istituzionale e finanziaria di una certa creatività: l’obiettivo (e la difficoltà) sta nell’allocare uno spettro di rischi geograficamente complesso, e che cambiano nel tempo, a un bilancio finanziario composito, con una combinazione di garanzie sovrane e private. Sembra tutto molto teorico, ma in pratica non è un problema nuovo. Negli ultimi anni, l’Europa ha affrontato problemi simili creando enti come la Banca europea di investimenti (Bei) o il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che fanno proprio questo: mescolano finanziamenti privati e capacità di credito degli stati membri per sottoscrivere investimenti che danno un ritorno finanziario ed economico, con valore pubblico e caratterizzati da un’incertezza che li rende non investibili dal solo capitale privato.

Ciò che rende gli interventi territoriali di adattamento ancora più complessi è che il ritorno economico e finanziario, necessario per giustificare un investimento, non emerge solo da singoli progetti, ma dalla capacità di trasformare tutto il paesaggio in funzione di uno sviluppo economico esteso. Non basta la singola diga o l’innalzamento dell’argine per riportare stabilità al nostro territorio, perché ciò che vorremo proteggere tra vent’anni potrebbe essere radicalmente diverso da ciò che c’è oggi e, per di più, la natura dei fenomeni meteoclimatici cambierà, imponendoci di immaginare una soluzione territoriale flessibile e che permetta di assorbire un’incertezza importante sullo spettro dei possibili eventi. Il fiume si muove. La gente e le attività produttive pure. Non si tratta solo di proteggere una casa o un paese, ma di assicurarsi che il territorio sostenga il nostro sviluppo economico a fronte di condizioni mutate.

Chi paga per questi investimenti? Nello specifico, in Italia, una parte dei rendimenti economici necessari per giustificare gli investimenti deriverà dall’aumento del valore delle proprietà immobiliari sul territorio, il cosiddetto valore edonico. Città più vivibili e resilienti, un paesaggio più sicuro per le attività produttive, ne aumentano il valore, migliorando la competitività del paese e giustificando l’investimento. Un’altra parte del ritorno deriverà dalla riduzione dei costi assicurativi, grazie al trasferimento del rischio verso infrastrutture. Un’altra ancora nascerà da opportunità imprenditoriali, dall’edilizia al settore dell’industria forestale in montagna, alla trasformazione territoriale per la produzione elettrica. Servono strumenti finanziari sofisticati per associare i capitali più adatti a questi tipi di investimenti complessi. Qui sta la sfida di ingegneria finanziaria.

C’è poi una sfida di ingegneria istituzionale: concentrare competenze e capacità sufficienti a gestire la scala di questi investimenti. Il problema maggiore che abbiamo avuto nell’attuazione dei fondi Pnrr in Italia è stata la frammentazione degli investimenti territoriali, il cui collo di bottiglia è la capacità delle autorità locali di svolgere istruttorie, assegnare concessioni, gestire progetti e costruire veicoli di finanza di progetto adeguati alla complessità degli investimenti. Da qui la necessità di un veicolo pubblico corporatizzato, che possa operare sul mercato e concentrare le competenze richieste, adottando assetti legali e modelli operativi societari ma con una forte vocazione e proprietà pubblica.

Mi si potrebbe dire che è irrealistico pensare che si possa fare un’operazione di questo tipo in Italia, che grandi opere civili sono bloccate da sempre, che le partecipazioni dello stato non hanno funzionato. Ma questo non riconoscerebbe al nostro paese una lunga tradizione, tra le più avanzate in Europa, proprio su questo tipo di operazione. Si è già fatto, più di una volta. Posto, però, che ci sia una chiara strategia di crescita economica che lo giustifichi. La generazione che si riconosceva nello schema di sviluppo di Ezio Vanoni degli anni 50 ha trasformato l’economia italiana con strumenti istituzionali pubblici a metà tra agenzia di sviluppo e banca di investimenti – per esempio, la Cassa del Mezzogiorno. Nonostante le successive degenerazioni clientelari, quelle istituzioni hanno effettivamente trasformato il territorio nazionale, modernizzandolo per l’industrializzazione. Più recentemente l’Italia si è innervata dell’alta velocità, grazie alle Ferrovie dello stato guidate da Lorenzo Necci, trasformando di nuovo la faccia del paese per una generazione di lavoratori dei servizi che reclamavano mobilità e connettività moderne.

Questo approccio riconosce la necessità di avere soggetti esecutivi di orientamento pubblico ma di natura societaria, con capacità di pianificazione strategica e di progettualità finanziaria e operativa sul territorio. Sono ben consapevole di quanto sia complessa la storia della partecipazione pubblica nel nostro paese. Ma non possiamo lasciare che gli errori del passato ci accechino alla straordinaria importanza che gli strumenti pubblici hanno nell’indirizzare l’economia territoriale nei grandi momenti di trasformazione. E poi, oggi le condizioni sono diverse: non si tratta solo di mettere in sicurezza l’Italia, ma di affrontare la vulnerabilità della frontiera dell’Europa.

Quando Franklin Delano Roosevelt istituì la Tennessee Valley Authority, nel 1933, creò un ente pubblico autonomo con il mandato pubblico di un’agenzia di sviluppo e gli strumenti finanziari e operativi di una società di servizi, per guidare la trasformazione del bacino del Tennessee, un’area di circa 200.000 chilometri quadrati (circa due terzi dell’intero territorio italiano) vulnerabile dal punto di vista idrogeologico ed economico. Utilizzò la capacità di credito del governo federale per finanziarla, trasformando fiumi, costruendo infrastrutture, bonificando territorio, gestendo terreni demaniali e aree protette e così via. Il tutto fu pagato dall’elettrificazione, che rese la trasformazione finanziariamente sostenibile grazie alla vendita all’ingrosso di elettricità prodotta dalle centrali della Tva.

Il segreto di quella operazione fu lo stesso della trasformazione industriale del territorio italiano ai tempi del boom o dell’alta velocità degli anni 90: agganciare la trasformazione territoriale alla rivoluzione industriale del tempo. Oggi, tra automazione, intelligenza artificiale, transizione energetica e dislocazioni geopolitiche, stiamo attraversando una trasformazione economica e industriale di simile importanza. Si tratta di adottare un approccio sistematico e consapevole a ciò che ci dobbiamo aspettare dal nostro territorio in quelle nuove condizioni.

E’ un periodo di grandi incertezze. Non sappiamo cosa faranno gli Stati Uniti. Non sappiamo cosa succederà dei conflitti in corso. Non sappiamo neanche se l’intelligenza artificiale si rivelerà la tecnologia trasformativa che molti si aspettano. Ma di una cosa possiamo essere certi: dobbiamo gestire un insieme crescente di rischi legati al cambiamento climatico. Non ve lo dico io. Ve lo dice la Fisica. E sempre più frequentemente la cronaca. Questi rischi hanno già cominciato a trasformare il paesaggio urbano e rurale in tutta Europa. Noi, in Italia, ne siamo una frontiera. Da qui dobbiamo partire, da una gestione strategica del nostro territorio che è, in fondo, la casa dove noi – italiani ed europei – costruiamo la nostra economia e il nostro futuro.

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Autore
Il Foglio

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