20 grandi dipinti in mostra a Reggio Emilia tra Pasolini e Caravaggio 

Il suo sguardo ti fissa. Penetrante. Da qualsiasi angolo o punto della sala tu stia osservando l’opera. Sono gli occhi, bianchi come il latte sulla pelle nera come l’ebano, di Romeo Mivekannin (Bouaké, Costa d’Avorio, 1986). 

La mostra di Romeo Mivekannin alla Maramotti

Ti fissano, ti scrutano fino in fondo all’anima, ti seguono nel lungo percorso della mostra e a fine visita ti accorgi che quello sguardo ti è rimasto addosso, tanto quanto le domande e le profonde riflessioni sulla condizione umana, nel passato e nel presente, a cui le opere ti costringono. Potenza dell’arte. Forza delle immagini. Profondità del messaggio.  C’è tutto questo in Black Mirror, la nuova mostra proposta dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia fino al 27 luglio e prima personale mai realizzata in Italia de questo artista internazionale, ispirato da Rembrandt e Caravaggio che è tra i più ricercati del momento.

Le opere in mostra a Reggio Emilia

Nei venti dipinti di grande formato ad acrilico su velluto nero, senza cornice, fluttuanti e lasciati liberi sulla parete delle sale della Collezione, Mivekannin si confronta con i maestri antichi, dialoga con alcuni mostri sacri dell’arte e non solo rappresentando sé stesso con un autoritratto dentro l’opera. Vuole essere lui in primis ad abitare le celebri iconografie che lo hanno ispirato e che ha scelto di dipingere catturando il visitatore in un continuo gioco magnetico di citazioni e rimandi. Mivekannin vuole sovvertire le dinamiche del potere e della rappresentazione sostituendosi ai soggetti originali e allora ecco che il suo volto (diventa quasi un gioco cercarlo non appena ci si trova davanti ad una nuova tela) emerge dal fondo scuro del velluto rapendo chi lo osserva.
Un processo concettuale, quello dell’artista, che arriva dritto al punto: interrogare chiunque entri a contatto con la sua poetica sul rapporto che esiste tra storia e mito, tra individualità e collettività, tra memoria e oblio e abbattere quella barriera, invisibile ma potente, che spesso esiste tra chi dipinge e chi osserva.  Si ha la sensazione di aver intrapreso una sorta di viaggio nel mondo dell’arte e della sua storia ma ci si ritrova ben presto catapultati dentro uno scontro tra estremi, spinti su un’altalena costante tra cose opposte: il bianco e il nero, la luce e il buio, il visibile e l’invisibile, sacro e profano, il positivo ed il negativo, l’inconscio e la consapevolezza. E in questa spola continua l’autoritratto è l’espediente di un messaggio. Non è mai un mero esercizio di egocentrismo bensì lo strumento di indagine scelto per mettere in discussione il proprio “io”.

La storia dell’arte secondo Mivekannin

Dentro le opere di Mivekannin ci sono le pitture nere di Goya, c’è tanto Caravaggio, molto Rembrandt. Secoli di storia dell’arte che passano attraverso la guerra in Kosovo, Salòo le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini fino al tema dell’apartheid in Sudafrica e partendo dalla Cappella Brancacci di Masaccio (non mi scorre la frase). Poi fotografie, reportage, movimenti e archetipi della danza di Pina Bausch. Tutte le opere esposte in Collezione rivivono attraverso narrazioni ispirate dalle tradizioni africane ma attraverso simboli occidentali. Insomma, uno specchio potente, quello a cui ci mette di fronte Romeo Mivekannin.  Uno specchio nero, “Black Mirror” appunto, che ci trascina negli abissi per poi riportarci a galla e poi a tratti ancora più su, in un mondo quasi a rovescio dove lo spazio diventa instabile e tutto si trasforma di continuo.

Francesca Galafassi

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Autore
Artribune

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