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Sabato 10 luglio 1976, ore 12:37. Un pomeriggio estivo come tanti nella laboriosa provincia di Milano si trasforma improvvisamente nell'inizio di uno dei più gravi incubi ambientali del XX secolo (il Times lo colloca all'ottavo posto tra i disastri ambientali mondiali).
Dallo stabilimento Icmesa di Meda si solleva una nube tossica invisibile ma letale, carica di una sostanza quasi sconosciuta all'epoca: la diossina TCDD. Cinquant'anni dopo, ripercorriamo quei giorni drammatici che hanno cambiato per sempre la nostra percezione del rischio chimico.. Il fischio del reattore
Chi c'era quel giorno ricorda perfettamente due dettagli: un fischio continuo e assordante proveniente dal reattore dell'Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), causato dalla rottura della valvola di sicurezza, e un odore nauseabondo e acre che saturò rapidamente l'aria per ore. Lo stabilimento era di piccole dimensioni, contava circa 200 dipendenti, ma faceva parte di uno dei gruppi chimici più potenti al mondo: la Givaudan, controllata dalla multinazionale svizzera Hoffmann-La Roche. . Strategia del silenzio
Nonostante la gravità della situazione, la verità venne a galla con una lentezza drammatica. Sebbene i tecnici dell'azienda avessero la certezza della presenza di diossina già il 14 luglio, le autorità italiane vennero informate ufficialmente solo il 17 luglio, dopo sette giorni di silenzio. Nel frattempo, le foglie dei giardini si riempivano di buchi, gli animali domestici e d'allevamento morivano a migliaia e circa venti bambini cominciavano a manifestare i sintomi della cloracne, una dolorosa ed estesa eruzione cutanea. . La testimonianza
Jörg Sambeth, all'epoca direttore tecnico del gruppo Givaudan e unico alto dirigente condannato dalla giustizia italiana insieme al direttore dello stabilimento, raccontò anni dopo: «L'incidente si poteva e si doveva evitare. La Roche risparmiò sui sistemi di sicurezza e sulla formazione dei tecnici dell'Icmesa. Ma il vero scandalo fu che l'azienda non si informò sugli incidenti precedenti avvenuti nello stabilimento Basf negli anni Cinquanta, dove si era verificata la stessa identica reazione chimica. Abbiamo partecipato a una strategia del silenzio per rispetto della gerarchia».. La mappa del contagio: zone A, B e R
Quando le autorità confermarono l'entità del disastro, l'area circostante di circa 1.807 ettari venne mappata e divisa in tre fasce a seconda del livello di diossina riscontrato nel terreno. Il cuore dell'emergenza era la Zona A: 108 ettari ad altissima contaminazione – con livelli superiori a 50 microgrammi per metro quadro – che richiesero l'evacuazione totale. Attorno a questa si sviluppava la Zona B, un'area intermedia di 269 ettari con valori compresi tra i 5 e i 50 microgrammi, subito sottoposta a rigidi divieti agroalimentari e a un severo monitoraggio sanitario. Infine, la Zona R o di "Rispetto" abbracciava i restanti 1.430 ettari a più bassa contaminazione.. Fu proprio la Zona A a subire l'impatto più drammatico: il 26 luglio 1976 scattò lo sgombero forzato per 735 abitanti, costretti ad abbandonare ogni cosa prima che l'intera area venisse sigillata da una rete metallica alta quattro metri. Le abitazioni, giudicate troppo contaminate per essere salvate, vennero demolite dalle ruspe. Furono abbattute insieme a tutto ciò che custodivano al loro interno: vestiti, mobili, elettrodomestici, ma anche le foto di famiglia. Fu la cancellazione improvvisa dei ricordi di una vita intera per oltre 200 persone, a cui venne negato il diritto di rientrare mai più nelle proprie case.. Dalle macerie al Bosco delle Querce
La decontaminazione richiese anni di sforzi straordinari. Tra il 1981 e il 1984 vennero costruite grandi vasche impermeabilizzate (per un totale di 280.000 metri cubi di materiale contaminato), protette da un sistema a quattro barriere successive per isolare i veleni dall'ambiente. Lì sotto vennero sepolti i detriti delle case demolite, gli strumenti della bonifica e il terreno scarificato fino a 80-90 centimetri di profondità.
Oggi, sopra quella che era la ferita aperta della Zona A, sorge il Bosco delle Querce, un parco cittadino rigoglioso voluto per trasformare un luogo di disastro in un monumento vivente alla memoria.. Gli effetti sulla salute e l'anomalia delle nascite
Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno confermato un aumento significativo di patologie tumorali tra la popolazione delle zone A e B (raddoppiati i casi di tumori al pancreas e aumentati i melanomi nelle donne).. Ma il dato più sorprendente ha riguardato il sistema endocrino: la diossina ha agito come un potente "sregolatore" ormonale, alterando il sistema riproduttivo maschile. Per anni a Seveso si è registrata un'anomalia statistica unica, con una netta prevalenza di nascite femminili rispetto a quelle maschili nelle famiglie esposte (nel periodo di massimo impatto si registrarono 81 femmine ogni 50 maschi, contro una media normale di 53 femmine ogni 50 maschi).. L'eredità: nasce la Direttiva Seveso
Seveso ha mostrato l'inadeguatezza delle leggi del tempo di fronte ai rischi industriali. Sull'onda emotiva del disastro della Brianza, nel 1982 il Consiglio Europeo emanò la storica Direttiva Seveso, che per la prima volta introdusse il concetto di rischio di incidente rilevante e l'obbligo per le aziende chimiche di redigere dettagliati rapporti di sicurezza trasparenti alle autorità pubbliche.
Oggi la normativa, impone controlli rigorosi e piani di emergenza che includono la consultazione della popolazione..
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