Riapre il New Museum di New York e parla di AI. Intervista a Massimiliano Gioni

  • Postato il 25 marzo 2026
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Il New Museum raddoppia e riapre le porte con una mostra che promette di lasciare un segno duraturo. New Humans: Memories of the Future attraversa il Novecento e il XXI Secolo, mettendo in scena l’annuncio – e forse la prova generale – dell’ultimo atto dell’umano: in equilibrio precario tra corda e abisso, tra estetiche fantascientifiche, atmosfere sospese tra distopia e tensioni esistenziali, affiora l’idea di una nuova alba, dove una possibile nuova civiltà sembra sul punto di emettere il suo primo vagito. Cosa abbandoneremo per sempre? Quali ricordi il futuro deciderà di trattenere – o riscrivere – nei prossimi anni? Lo abbiamo chiesto al suo curatore, Massimiliano Gioni.

Exhibition view: New Humans: Memories of the Future, 2026. New Museum, New York. Courtesy New Museum. Photo: Dario Lasagni
Exhibition view: New Humans: Memories of the Future, 2026. New Museum, New York. Courtesy New Museum. Photo: Dario Lasagni

Intervista a Massimiliano Gioni

Un nuovo New Museum che riapre partendo da una mostra sulla contaminazione tra AI ed essere umano. Nel tuo lavoro quotidiano: con l’AI si lavora meglio o si lavora peggio?
Per questa mostra, c’è una sola cosa che abbiamo fatto, in modo esplicitamente curatoriale con l’AI. Abbiamo chiesto a Gemini di selezionare una serie di immagini dedicate all’“uncanny”, al perturbante, scavando nelle zone più ambigue e instabili dell’immaginario contemporaneo. La selezione ha premiato fra gli altri Blade Runner, Ava in Ex Machina, Maria nel Metropolis di Fritz Lang, dove l’umano collassa nel macabro, oltre alla narrativa visiva dello Steam Man di Dederick, precursore di Terminator. Ne è emerso un piccolo saggio curatoriale di tutto rispetto. E, in più, abbiamo fatto scrivere anche la didascalia: l’ha prodotta in maniera inquietante, perturbantemente precisa.

È la prima volta che hai giocato con l’AI in fase di curatela?
L’anno scorso, a Milano, ho realizzato una mostra inaugurata a ottobre, con catalogo Electa (Fata Morgana: memorie dall’invisibile, Palazzo Morando, Milano. NDR). Abbiamo scritto tutte le didascalie interpretative con l’AI: è stata una rivelazione. Purtroppo sono molto efficaci. Poi abbiamo impiegato un mese a verificare i contenuti. Scritte benissimo, ma i fatti, a volte, non erano corretti. Nel mio lavoro, questi sono stati i casi più eclatanti in cui ho utilizzato l’AI.

AI più amica che nemica, quindi?
Non per sminuire il dibattito. C’erano altrettanti simposi, articoli e commenti dedicati al telefono quando cominciò a imporsi nelle nostre vite come avanguardia tecnologica. Proust scrisse pagine memorabili sulla voce al telefono, che per lui era una specie di apparizione fantasmatica. Nella À la recherche du temps perdu descrive la telefonata con la nonna come qualcosa di profondamente perturbante: la voce arriva senza corpo, presente e assente allo stesso tempo. C’erano, nei romanzi, molte paure legate al telefono. A volte, quando sono in uno spirito più ottimista, penso che siano tante chiacchiere. In fondo è una tecnologia come altre. Avevamo paura di Internet, del telefono, poi abbiamo imparato a conviverci. In altri momenti, come la mostra racconta, sono più pessimista e vedo un’ansia di sostituzione.

La scelta curatoriale è stata infatti quella di offrire un approccio preoccupato, quasi apocalittico.
L’approccio è di profilassi apocalittica. Abbiamo raccolto molte opere che parlano di un futuro oscuro, includendo anche la preistoria delle nostre ansie tecnologiche. Proprio per questo, possono aiutarci a immaginare come evitarlo. Da una parte c’è una funzione di avvertimento. Ci sono stati altri momenti in cui la tecnologia è stata usata in modo spaventoso: dalle due guerre mondiali all’uso dell’atomica, fino all’Olocausto. Dall’altra, c’è una riflessione più ampia. Se abbiamo attraversato anche quei momenti, possiamo provare a immaginare cosa pensavano i contemporanei tra gli Anni Dieci e Venti del Novecento, di fronte all’arrivo della catena di montaggio, dei robot, del telegrafo, della radio — veri e propri sconvolgimenti sociali. Non mi interessa fare mostre “a messaggio”.
Ma resta una riflessione implicita: se ce l’abbiamo fatta allora, possiamo farcela anche oggi.

Una mostra che comincia, appunto, a Parigi, tra gli Anni Dieci e Venti del Novecento, e include 150 artisti provenienti da 56 nazioni. Geograficamente, alla fine del percorso espositivo siamo ancora a New York oppure… dove ci troviamo?
Con ogni sviluppo tecnologico che espande la nostra idea di umano, proliferano visioni di nuove architetture. C’è un piccolo nucleo di opere di bruciante attualità, come quelle di Sophia Al-Maria — il cui termine Gulf Futurism descrive la crescita ipertrofica delle città sul Golfo Persico — che elaborano immaginari visivi tra documento e finzione, interrogando le trasformazioni estreme del paesaggio del Golfo. Emirati Arabi, Qatar: negli ultimi decenni nascono megalopoli che, forse, non sono solo presente, ma laboratori di futuro. E, non senza inquietudine, ci si chiede se non lo siano davvero. C’è anche Ville fantôme di Bodys Isek Kingelez: una città immaginaria, da Kinshasa, che apre a un’altra ipotesi — un futuro possibile pensato dall’Africa, che nella mostra assume un ruolo centrale.

Personalmente, prima di arrivare a vedere la mostra, mi ero immaginato che potesse essere loccasione per affrontare lo stigma che ancora grava sul Futurismo. Invece si apre con Mafarka il futurista, unopera presentata come una favola misogina e razzista. Si parte dalla sua ombra, quindi, dal Futurismo.
Quel libro è difficile da difendere nella sua follia. C’è Regina Bracchi, c’è Benedetta Cappa, la moglie di Marinetti. C’è Giannina Censi, tantissime donne futuriste. Questa mostra riconosce nel Futurismo il primo “salve” del Novecento. Non cerco, però, di dare una licenza etica agli artisti: non è mio compito assegnare patenti di buona condotta. Mario Perniola aveva definito la mia Biennale come un esempio di “arte espansa”. Anche in questa mostra, che si muove dentro quella stessa dimensione, compaiono immagini scomode: Mussolini, Lenin. Il mio ruolo non è dare la patente di buona persona, giudicare moralmente gli artisti, ma riconoscere che il Futurismo ha cambiato radicalmente il modo in cui immaginiamo il futuro. Marinetti, in questo senso, è stato una sorta di caffeina d’Europa. È una mostra che parte dal futurismo, è questo che abbiamo voluto riconoscere.

La mostra affronta anche The Myth of Giving Life. Immaginando macchine in grado di dare vita ad esseri umani e la perdita, per la donna, della propria esclusività generatrice. Se si arriverà davvero a una nuova normalità fatta di esseri umani nati dalle macchine, da uteri artificiali, cosa dell’umanità secondo te non potrà mai fare a meno l’umano vivere?
È curioso che molte fantasie di inizio Novecento, da Marinetti a Duchamp, fossero fantasie maschili. Mafarka immagina un uomo che può riprodursi anche senza la donna. C’è anche un aspetto inquietante. La grande scrittrice Adrienne Rich, nel suo libro Nato di donna, parlando delle possibilità che le nuove tecnologie potrebbero offrire alla maternità, scrive che potrebbero liberarci, come donne, da un rapporto di schiavitù. Ma, dall’altra parte, mette in guardia: nel momento in cui non saremo più necessarie, perché la tecnologia potrà soppiantare la riproduzione, il rischio è che la donna diventi inutile. Anche questo è un avvertimento. Questo è un tema cruciale del futuro.

Una mostra che hai definito tra profezia e archeologia. Cosa ti piace di più: essere profeta o archeologo?
Temo di essere un archeologo. Per essere profeta serve un’incoscienza che non ho. Mi piace prendere dei rischi, certo, ma senza la sfacciataggine di sentirmi un profeta.

Sta cominciando una nuova era, questo presente è la maniglia. Come chiameresti questa nuova era? L’ho chiesto ieri a ChatGPT: mi ha risposto l’era della mente estesa”. Ha aggiunto che saper interagire con sistemi che sanno conta più di quello che sai. Tu come la chiameresti?
Non ho un nome di battesimo originale per questa nuova era. Citando Walter Benjamin e Mario Perniola, mi verrebbe da rispondere: è l’era del sex appeal dell’inorganico. Questa mostra ruota molto attorno a questo tema. Un erotismo della macchina è ormai un fatto quotidiano: persone che si innamorano della propria replica. Oppure, per citare Rosi Braidotti, potremmo chiamarla era postumana. Speriamo non completamente post.

Nel tuo testo di presentazione della mostra citi, fra gli altri, Karel Čapek, l’uomo che per la prima volta, in una pièce teatrale, introdusse il termine robot; quindi, Franz Kafka, Walter Benjamin, Umberto Eco, Marshall McLuhan: i soliti pesi massimi del pensiero novecentesco. Arriviamo a una new entry: Sam Altman, il padre di OpenAI, che candidamente si interroga: stiamo creando uno strumento o una creatura? A te invece chiedo: in un futuro prossimo, certamente abitato da esseri umani sempre più robotizzati, il New Museum sarà una creatura o uno strumento?
Il museo rimarrà una palestra per la mente. Ti allena a coesistere con l’incomprensibile. Impari a viverci insieme, nel bene o nel male. È una manifestazione dell’umanità. In un mondo sempre più polarizzato, può essere uno dei pochi luoghi in cui le contraddizioni non vengono risolte, ma tenute aperte convivialmente.

Per finire, un commento su questa Biennale senza italiani?
Che tristezza. Mi spiace molto, anche se un residente in Italia c’è dai: Theo Eshetu.

Questo fatto è una coincidenza da Settimana Enigmistica oppure…
Penso sia invece una coincidenza esistenziale. Mi è stato detto che Koyo Kouoh non aveva ancora fatto abbastanza ricerca in Italia. Purtroppo, è questa la ragione. La mia tristezza è la tristezza di un fatto umano, come la scomparsa prematura della curatrice.

Alessandro Berni

L’articolo "Riapre il New Museum di New York e parla di AI. Intervista a Massimiliano Gioni" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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