La guerra in medioriente sconvolge i piani di Erdogan che scommetteva sulla stabilità del regime

  • Postato il 4 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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La guerra in medioriente sconvolge i piani di Erdogan che scommetteva sulla stabilità del regime

Milano. Per settimane, la Turchia ha lavorato in tandem con gli stati del Golfo per evitare che le tensioni tra Stati Uniti e Iran si trasformassero nello scenario di guerra aperta scaturito dall’attacco coordinato di sabato scorso da parte di Stati Uniti e Israele. Tuttavia, nonostante sia membro Nato e pilastro dell’architettura di sicurezza di Washington nella regione, la Turchia non è stata finora coinvolta dagli attacchi di ritorsione iraniani. Con l’Iran, Ankara ha storicamente intrattenuto relazioni complesse, caratterizzate dal supporto a fazioni opposte nella guerra civile siriana e da interessi divergenti nelle politiche regionali. Al contempo però, rapporti cordiali e forti scambi commerciali in vari settori, oltre a profonde interlocuzioni ai più alti livelli di sicurezza, hanno plasmato un dialogo che, agli occhi del presidente Erdogan, aveva l’obiettivo di evitare il deterioramento della stabilità regionale. Persa la partita delle primavere arabe e superato l’isolamento imposto dalle monarchie del Golfo e da diversi Stati arabi, dal 2020 Ankara ha orientato la propria politica estera verso una strategia di stabilizzazione e a favore del mantenimento dello status quo. Un pivot che si riflette nel posizionamento su vari dossier, dalla Siria al Sudan, dalla Libia alla Somalia e allo Yemen. Erdogan, in continuità con la posizione assunta lo scorso giugno a seguito dell’inizio della Guerra dei dodici giorni, ha dunque criticato gli attacchi statunitensi e israeliani, definendoli una “chiara violazione” del diritto internazionale. L’altro ieri, in una conversazione con il segretario della Nato Mark Rutte, ha anche detto che la Turchia sta “monitorando attentamente il conflitto nella regione”, sottolineando che “dare una possibilità alla diplomazia è importante per raggiungere una pace duratura”.

 

La guerra sconvolge infatti i piani della Turchia. Ad Ankara prevaleva l’idea che il potere e le ambizioni regionali di Teheran fossero più contenuti rispetto al passato, visto l’indebolimento inflitto da Israele alla tentacolare rete dei proxy iraniani dopo il 7 ottobre, e che il quadro delle minacce fosse cambiato. La Turchia sperava così di poter influire sulle scelte della Casa Bianca. Per Erdogan, “il risultato negoziale auspicato non ha potuto essere raggiunto, poiché non è stato possibile superare la crisi di fiducia tra le parti e i tentativi di Israele di minare il processo sono continuati”. Ma più che una vicinanza al regime iraniano, a pesare nel calcolo turco è il timore che un’eventuale caduta degli ayatollah destabilizzi l’Iran e riattivi spinte separatiste curde nelle sue regioni occidentali. Il Pjak, ramo iraniano del Pkk attivo tra le montagne di Qandil e il confine turco-iraniano, ha dichiarato di non voler aderire allo storico appello al disarmo di Abdullah Ocalan. Per Ankara, già impegnata a gestire le possibili ricadute dell’integrazione dei curdi siriani del Rojava sul fragile processo di pace turco-curdo, l’eventualità di una nuova spinta identitaria curda, questa volta oltre il confine iraniano, rappresenta un motivo di forte preoccupazione. Il governo di Erdogan teme inoltre le ricadute interne di una possibile crisi migratoria dall’Iran. I due paesi condividono oltre 500 chilometri di confine e la Turchia rappresenterebbe la destinazione più accessibile. A ciò si aggiunge la presenza, in Iran, di milioni di profughi afghani potenzialmente pronti a muoversi verso ovest. Al punto che, già a gennaio, funzionari turchi avevano anticipato che, nel caso si concretizzasse uno scenario estremo, l’esercito avrebbe pronto un piano per istituire una buffer zone sul lato iraniano del confine, sul modello di quanto avvenuto in Siria.

 

Infine, gli attacchi contro i paesi del Golfo (Gcc) hanno finora avuto l’effetto di compattare gli stati dell’area contro l’Iran, come dimostra il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Emirati. E’ ancora presto per dire se ciò possa tradursi in un vero riallineamento del Gcc. Se così fosse, rischierebbe di allontanare l’obiettivo turco di portare Riad su un asse meno allineato a Israele e distante dagli Accordi di Abramo, in una fase di transizione regionale che per Ankara definirà il perimetro della competizione strategica con lo Stato ebraico.

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Autore
Il Foglio

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