Il murale di Hind da Potenza a Gaza
- Postato il 2 febbraio 2026
- Antonio Maroscia
- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Il murale di Hind da Potenza a Gaza

La mamma di Hind condivide sui social il murale di Potenza. Con questo graffito un abbraccio collettivo parte dalla Basilicata e riesce ad arrivare fino a Gaza. Opera realizzata dall’artista Jorit
«La mamma di Hind Rajab ha ripostato il nostro murales»: questo l’annuncio che campeggiava ieri su Facebook. Nella sua asciuttezza, la frase ha un significato di non poco conto per la comunità potentina e lucana. Ed è palese già da quell’aggettivo, «nostro», usato dall’autrice del post nel gruppo Cittadinanza Potentina: indica l’identificazione di quell’opera con una comunità che sente effettivamente «sua» l’opera realizzata dall’artista Jorit e presentata alla cittadinanza il 22 dicembre scorso nel Cineteatro Don Bosco del capoluogo.
IL MURALE DI JORIT A POTENZA RICONDIVISO DALLA MADRE DI HIND A GAZA
Oggi – grazie all’idea di un pugno di persone guidate dall’architetto Antonio Maroscia, che ha caparbiamente voluto, organizzato e realizzato l’impresa – Wesam Hamada, la donna che ha vissuto una tragedia indicibile perdendo la propria bimba trucidata dalle mitragliatrici dei carrarmati israeliani, può ricevere l’abbraccio corale, sotto forma di opera d’arte collettiva, da parte di un’intera città.
LA STORIA DEL MURALE DEDICATO A HIND RAJAB
A Potenza, la storia del murale dedicato a Hind Rajab non nasce da un progetto calato dall’alto né da un’iniziativa istituzionale. Prende forma, piuttosto, da un’urgenza personale che col tempo diventa collettiva. È il risultato di una concatenazione di scelte, ostacoli superati e alleanze costruite pazientemente, fino a trasformare un sentimento privato di indignazione in un segno visibile nello spazio urbano.
DAL FILM AL GESTO PUBBLICO
L’origine va rintracciata nella visione del film “La voce di Hind Rajab” ,che racconta la vicenda della bambina palestinese uccisa mentre si trovava intrappolata in un’auto durante un’operazione militare israeliana (è stato candidato al premio Oscar, ha vinto il Leone d’Argento al Festival del Cinema di Venezia e ottenuto una lunga serie di riconoscimenti internazionali). Una storia che non si lascia archiviare facilmente e che innesca una domanda: come fare in modo che quel dolore non resti confinato nella sfera emotiva individuale? Da qui matura l’idea di un gesto pubblico, permanente, che non abbia la forma della protesta episodica ma quella di un’immagine capace di interpellare quotidianamente chi attraversa la città.
L’ARTE COME STRUMENTO DI RESPONSABILITÀ CIVILE
Maroscia immagina l’arte urbana come uno strumento di responsabilità civile. Nel suo approccio c’è la convinzione che le città siano attraversate da energie latenti, da cittadini che non delegano interamente alla politica la lettura del presente e che scelgono di agire senza cercare visibilità o ruoli di potere. In questo senso, il murale non è pensato come decorazione, ma come atto di presa di posizione. La scelta del soggetto è netta. Il riferimento alla Palestina, e in particolare alla condizione dei bambini di Gaza, diventa il centro simbolico dell’opera.
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Non un tema astratto, ma una storia precisa, incarnata nel volto di Hind, per evitare che il dibattito si perda tra slogan, schieramenti o indignazioni di superficie. Dall’idea si passa poi alla realtà, ed è qui che iniziano le difficoltà concrete. La prima riguarda le risorse: circa 40.000 euro raccolti senza alcun finanziamento pubblico, grazie al contributo diretto di cittadini che riconoscono nel progetto una causa condivisa. La seconda riguarda il luogo. La scelta cade su rione Italia, un quartiere vissuto quotidianamente da Maroscia, dove i rapporti personali rendono possibile un confronto diretto e sincero. Importante anche il dialogo con la parrocchia di Sant’Anna e San Gioacchino, attraverso don Franco Corbo e don Marcello Cozzi. Un confronto che tiene insieme sensibilità diverse – spirituali, umane, politiche nel senso più ampio – unite dall’attenzione per ciò che accade a Gaza
CONSENSO UNANIME
Il passaggio più delicato resta però il consenso di chi abita nel condominio designato, la cui parete affaccia su largo Ambrosoli. Il progetto viene spiegato porta a porta, affrontando perplessità e resistenze. Si scopre che quattro appartamenti sono di proprietà dell’Ater, il che rende necessario un ulteriore iter amministrativo. Alla fine, l’assemblea condominiale vota all’unanimità: un sì che segna uno dei momenti decisivi dell’intero percorso.
Superato questo nodo, si affrontano gli aspetti burocratici: autorizzazioni comunali, occupazione di suolo pubblico, organizzazione del cantiere. Anche la realizzazione tecnica richiede soluzioni specifiche, come l’utilizzo di un ponte mobile speciale, indispensabile per l’intervento artistico. Resta infine la scelta dell’artista.
I CONTATTI CON JORIT
Il contatto con Jorit avviene tramite l’Arci di Roma, con la consapevolezza che l’adesione non sarebbe stata scontata. La risposta è positiva. L’idea di dedicare l’opera alla bambina palestinese viene condivisa e approfondita, fino all’invio di una prima bozza che colpisce immediatamente per forza e intensità. Il lavoro prende forma come un processo stratificato.
Jorit parte da scritte, segni, frammenti di linguaggio apparentemente indecifrabili: riferimenti mediatici, frasi pronunciate in contesti televisivi, passaggi di analisi pubbliche sul conflitto di Gaza. Materiali che funzionano da struttura interna dell’opera, destinata a scomparire sotto la superficie finale, come un’ossatura nascosta. Il risultato è un murale che non racconta solo una storia individuale, ma il percorso di una comunità che sceglie di non distogliere lo sguardo.
LA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO
La presentazione del progetto e del videoclip nel bagno di folla del Don Bosco, insieme alla proiezione del film da cui tutto ha avuto origine, segna il momento in cui questo cammino viene restituito alla città. Un segno pensato per restare, illuminato nel tempo, come promemoria costante di una responsabilità condivisa.
IL REPOST DELL’IMMAGINE DEL MURALE DELLA MAMMA DI HIND E L’ABBRACCIO COLLETTIVO
Il “repost” di Hamada, arrivato da lontano, dice forse più di qualsiasi inaugurazione ufficiale. Racconta che quel volto dipinto su un muro di Potenza ha attraversato confini geografici e politici, fino a raggiungere chi porta addosso la ferita più profonda. Dice che un gesto nato ai margini delle istituzioni è riuscito a farsi linguaggio comprensibile, umano, condiviso. Non restituisce ciò che è stato tolto, non sana una perdita irreparabile, ma rompe l’isolamento del dolore e lo sottrae all’indifferenza.
UN MURO, UN CONTATTO TRA UNA MADRE E UNA COMUNITÀ
Quel muro, oggi, non appartiene solo a una città. È diventato un punto di contatto fragile e potentissimo tra una madre e una comunità, tra una tragedia individuale e una responsabilità collettiva. E finché resterà lì – illuminato, visibile, impossibile da ignorare – ricorderà che scegliere di guardare, di prendere posizione, di dire «questo ci riguarda», è già una forma di resistenza. Anche lontano da Gaza. Anche da Potenza.