I No della Gen Z al referendum non sono del campo largo. Parlano Pagnoncelli e Rosina

  • Postato il 26 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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I No della Gen Z al referendum non sono del campo largo. Parlano Pagnoncelli e Rosina

“Devo dire che la partecipazione della Generazione Z al referendum sulla giustizia ha stupito anche me”, dice al Foglio Nando Pagnoncelli, ad di Ipsos Italia. L’istituto di sondaggi, in una dettagliatissima rilevazione realizzata per il Corriere della Sera, ha registrato un dato sorprendente: nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 28 anni, quella che rappresenta la generazione Z, ha votato il 67,1 per cento degli aventi diritto, oltre otto punti percentuali  in più della media generale (58,9 per cento). E il 58,5  per cento ha votato No, una percentuale di oltre 4 punti maggiore di quella con cui, in generale, il No ha trionfato sul Sì. “Per capire perché questi numeri sono davvero interessanti dobbiamo partire da un dato di  partenza che è quello delle astensioni dei giovani della Gen Z alle  politiche del 2022 e alle europee del 2024”, spiega Pagnoncelli. “In queste due occasioni sono stati il segmento con il più alto tasso di  astensionismo. A questo referendum, invece, con sorpresa, è andata al contrario: la GenZ ha votato molto di più di tutte le altre generazioni”.

 

Come se lo spiega? “Gli adulti pensano alla generazione dei  giovani con la mentalità di quando erano giovani loro, senza rendersi conto  che la società è cambiata. Fino alla fine degli anni 80 c’erano tratti identitari molto forti che avevano una naturale trasposizione nei partiti. Un’identità che orientava non soltanto il comportamento politico, ma anche le forme di partecipazione e i comportamenti personali. Un fenomeno ben sintetizzato dalla canzone di Gaber, ‘Cos’è la destra, cos’è la sinistra’. Oggi invece i giovani fanno segnare  una multi-appartenenza che produce comportamenti che sono giudicati  incoerenti agli occhi degli adulti che continuano a interpretare le cose con le lenti di quel passato”, prosegue l’ad di Ipsos. “I giovani partecipano, ma la loro partecipazione è a geometria variabile e su base  tematica. Si mobilitano per argomenti che ritengono molto vicini, dall’ambiente alla violenza di genere. Per questo dobbiamo abituarci a una partecipazione che non si traduce automaticamente in partecipazione  politica, né tantomeno in adesione a partiti politici”.

Anche Alessandro Rosina, professore di demografia alla Cattolica che insieme a Pagnoncelli lavora ogni anno al Rapporto giovani realizzato da Ipsos per l’istituto Toniolo, condivide questa impostazione: “I giovani partecipano quando percepiscono concretezza e chiarezza”, spiega. “Quando hanno la sensazione di esser parte attiva di una mobilitazione che ha un effetto concreto. In questo caso l’idea di ‘difendere la Costituzione’ per quanto semplificatoria era ben veicolabile, anche attraverso i social”. Ed è proprio per questo meccanismo che sia Rosina, sia Pagnoncelli, ritengono che Elly Schlein – che ha festeggiato l’esito referendario proprio citando la grande partecipazione giovanile al voto – sbaglierebbe alla grande a pensare che i No possano tradursi automaticamente in voti per il campo largo. “E’ una semplificazione enorme perché quello che ha portato i giovani a votare è stato proprio il non riconoscersi in uno specifico partito”, dice Rosina. E Pagnoncelli conferma: “Attenzione perché, come dicevo, se per le generazioni precedenti era quasi un automatismo passare da un certo tipo di partecipazione all'appartenenza a un partito,  oggi accade il contrario: i giovani sono molto refrattari a indossare la casacca politica”.

 

A ridestare questa partecipazione dunque cosa può essere stato? Può aver giocato un ruolo anche la grande partecipazione alle manifestazioni pro Pal dell’ultimo anno? “Non escludo che le manifestazioni a favore della Palestina possano in qualche modo essersi sovrapposte con il  tema referendario. In entrambi i casi c’è un’istanza vissuta come importantissima e che richiede  una partecipazione larga. Non escludo che sia così, ma per farne una  relazione diretta non ho elementi”, ci risponde Pagnoncelli. Anche Rosina condivide: “Più che Gaza c’è stata senz’altro l’idea di poter mandare un segnale al governo sulle scelte che una larga parte della genZ non condivide. E può includere anche la Gaza”.

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Il Foglio

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