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Grazie allo Stretto di Hormuz bloccato i porti pachistani fanno affari e offrono sconti: anche la Cina ne trae vantaggi

  • Postato il 3 aprile 2026
  • Mondo
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Grazie allo Stretto di Hormuz bloccato i porti pachistani fanno affari e offrono sconti: anche la Cina ne trae vantaggi

A Karachi, in Pakistan, la geopolitica ha messo in secondo piano anche la religione. Per la prima volta dalla fine del 1800 quando il porto della megalopoli commerciale venne ufficialmente istituito, le operazioni di carico e scarico sono proseguite anche durante l’Eid al-Fitr, la festa musulmana che segna la fine del Ramadan. Nelle ultime settimane l’hub pachistano, che si trova in posizione strategica sulla rotta che conduce fuori dal Golfo dell’Oman, ha registrato infatti un incremento senza precedenti del flusso di navi cargo in entrate e uscita. Secondo i dati ufficiali dell’autorità portuale che gestisce l’area, nei primi 24 giorni di marzo lo scalo marittimo ha gestito una quantità di merci equivalente a 8.860 container. Un dato che da solo supera quello complessivo di tutto il 2025, che si era fermato a circa 8.300. E questo vale solo per Karachi, su cui è stato dirottato il 75% delle merci impossibilitate a raggiungere i porti del Golfo. Il restante 25% ha invece toccato sponda a Bin Qasim, un altro hub sempre nei pressi della città costiera pachistana da quasi 19 milioni di abitanti.

Questo riorientamento della logistica globale è uno dei tanti effetti della guerra mediorientale che sta rendendo estremamente complicato, se non del tutto impossibile, transitare attraverso lo Stretto di Hormuz. Mai come nel caso di Karachi la definizione di “porto sicuro” risulta ora corretta e l’area di trasbordo di fronte al Mare Arabico sta rappresentando sempre di più un punto di stoccaggio, in attesa di intuire come la situazione potrebbe evolvere. Il governo del Pakistan ha subito intravisto l’opportunità e il 18 marzo ha introdotto uno sconto pari a circa il 60% sulle tariffe portuali abitualmente richieste. L’obiettivo è evidente: cercare di rendere strutturale una tendenza che al momento è strettamente legata alla situazione geopolitica che si è venuta a creare a poche centinaia di chilometri a nord ovest del paese asiatico. Che oltretutto condivide con l’Iran un lungo e poroso confine.

Qualora l’equilibrio commerciale mondiale si sbilanciasse sempre più a favore della costa pachistana, a beneficiarne oltre a Islamabad sarebbe anche la Cina. Negli ultimi anni Pechino ha investite decine di miliardi di dollari nella logistica del paese, nell’ambito della costola locale delle Nuove Vie della Seta. L’afflusso di denaro ha consentito la creazione di una rete di infrastrutture terrestri che ha proprio in Karachi e in Gwadar, un altro porto pachistano ancora più vicino al confine con l’Iran, i suoi due sbocchi marittimi. Lungo questo periodo non sono mancati mezzi ripensamenti e passi indietro da parte delle autorità cinesi in merito all’impegno finanziario sul territorio pachistano: la grande instabilità domestica e le incertezze circa la tenuta del sistema politico e sociale locale hanno pesato molto.

Più di recente però pare ci sia stato un ritorno di fiamma, quanto mai tempestivo. A dicembre 2025, Pechino e Islamabad hanno iniziato a discutere i piani per la realizzazione di un grande complesso industriale marittimo a Bin Qasim, con un investimento che potrebbe raggiungere i 2,2 miliardi di dollari. A metà febbraio, poi, si è diffusa l’indiscrezione secondo cui il gruppo cinese Shandong Xinxu avrebbe in programma di investire fino a 1,3 miliardi di dollari per potenziare le strutture logistiche relative sempre a Karachi.

Tutti questi investimenti ulteriori sarebbero necessari per garantire alle alternative pachistane di radicarsi definitivamente come soluzioni sostitutive rispetto a quelle più gettonate su altre coste. Per potersi esprimere al massimo, infatti, la logistica ha bisogno di una serie di opere collaterali come postazioni per container, magazzini, strade e ferrovie. Strutture facilmente realizzabili con il supporto cinese, ma difficilmente sostenibili per il governo pachistano, che deve far fronte a una endemica crisi economica che costringe Islamabad a ricorrere frequentemente ai prestiti internazionali per stare a galla.

Dal punto di vista strettamente geopolitico sono innegabili il pragmatismo e la lungimiranza cinesi. Ufficialmente Pechino si sta spendendo per una soluzione diplomatica della crisi mediorientale: durante la recente visita del ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar in Cina, è stato presentato un piano in cinque punti per giungere alla fine del conflitto in Iran, una situazione che danneggia anche la Repubblica Popolare. Le autorità cinesi hanno però le spalle coperte e probabilmente agiranno per incrementare questa copertura puntando con ancora maggiore decisione sui porti pachistani, che torneranno ancora più utili quando il conflitto tra Pakistan e Afghanistan terminerà, anche grazie alla mediazione cinese attualmente in corso.

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Il Fatto Quotidiano

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