Gong Yoo, il mestiere dell’attore ed il tempo di capire
- Postato il 24 marzo 2026
- Gong Yoo
- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Gong Yoo, il mestiere dell’attore ed il tempo di capire

Al Florence Korea Festival la masterclass con l’attore coreano Gong Yoo, tra racconti di vita, i film, e la paura di “annoiare”
Il Florence Korea Film Festival è ancora in corso. Ci sono ancora proiezioni, ancora incontri, ancora quella sensazione di trovarsi in mezzo a qualcosa che non si è del tutto deciso a diventare passato. Proprio in questo momento vale la pena tornare su uno degli eventi principali: la masterclass di Gong Yoo. I biglietti sono andati esauriti in pochi minuti – il sito del festival in crash prima che molti riescano ad arrivare alla pagina di conferma. Certi incontri già chiedono più tempo di quello che si ha mentre si è seduti in sala e tantissimi neanche ci arrivano, in sala.
GONG YOO, IL TIMIDO SPAVALDO
Lo avevano già visto alla conferenza stampa di apertura del festival. Era entrato nella stanza con quella calma leggermente tesa di chi non sa bene come sarà ricevuto, disponibile ma affatto esibizionista. Sullo smartphone mostrava di avere la scena del padre in Chiamami col tuo nome – quella in cui Elio viene invitato a non buttare via niente, né la gioia né il dolore. «Mi è entrata nel cuore», aveva esclamato. Non per fare colpo sul pubblico italiano. Perché è vero.
Alla masterclass è ancora quella persona, ma con più spazio attorno. Il format lungo gli permette di andare a fondo, e lui ne approfitta, a volte chiedendosi ad alta voce se sta parlando troppo. Per niente. C’è una differenza tra un attore che gestisce la propria immagine pubblica e uno che sta cercando di spiegare qualcosa a sé stesso mentre parla. Gong Yoo sembra fare la seconda cosa.
IL RACCONTO DI COME È CAMBIATA L’INDUSTRIA AUDIOVISIVA IN COREA
In Corea non è soltanto popolare: è uno di quegli attori la cui carriera racconta qualcosa di come è cambiata l’industria audiovisiva coreana negli ultimi vent’anni, e non per caso. Coffee Prince nel 2007, con una regista donna alla prima esperienza con un drama lungo, in un momento in cui il genere romance aveva già i suoi canoni fissi. Silenced nel 2011, un film che finisce per cambiare una legge. Train to Busan e Goblin nel 2016, uno accanto all’altro, in un anno che viene ancora citato. Kim Jiyoung, Born 1982 nel 2019, dove risponde alla domanda «perché proprio lui?» semplicemente stando nel film senza fare rumore.
DIECI ANNI DI TRAIN TO BUSAN
Train to Busan compie dieci anni, e la proiezione al festival lo conferma nel modo più diretto: sala piena, reazione del pubblico che non lascia dubbi. È uno di quei film che reggono la visione collettiva, che funzionano meglio in sala che da soli sul divano, perché la tensione ha bisogno di qualcuno accanto a cui trattenerla. Alla masterclass racconta di aver accettato quasi per curiosità. «Uno zombie movie coreano – all’epoca il genere era considerato quasi un’esclusiva di Hollywood. Ho letto il copione, era pulito, senza sbavature. Ho cercato chi fosse il regista e mi sono detto: vuole fare questo in Corea? Facciamolo.» Quel background dall’animazione si vede, dice, nelle inquadrature che sembrano uscite da un manga, nella fisicità degli zombie. E il personaggio, un padre, bidimensionale per costruzione, lo interessa proprio per quello. «Un personaggio così può sembrare piatto. Mi sono concentrato nel dargli una trasformazione delicata, dall’inizio alla fine. Sottile, ma che ci fosse.» Evidentemente sì.
LA VISIBILITÀ INTERNAZIONALE DEL CINEMA COREANO
L’industria coreana lavora a ritmi che in Europa sarebbero difficili da sostenere – sei, sette mesi di riprese l’anno, una produzione televisiva che non rallenta mai, un sistema in cui i drama da venti episodi convivono con il cinema d’autore e con il blockbuster senza che nessuno dei tre si senta fuori posto. Quello che è successo negli ultimi anni – la visibilità internazionale, i premi, le piattaforme che comprano i diritti prima ancora che le serie vengano girate – non è arrivato dal nulla. È il risultato di decenni di un’industria che si è presa sul serio quando non aveva ancora un pubblico globale a dirglielo.
GONG YOO E LE SCELTE “NON DI CATALOGO”
Gong Yoo è uno degli attori che in quella macchina si muove in tutte le direzioni senza che le scelte sembrino mai di catalogo. Ma quello che colpisce, a sentirlo parlare, non è tanto la varietà quanto la logica che tiene insieme tutto. Ogni volta c’è qualcosa che lo ferma: una domanda rimasta aperta, un regista di cui vuole capire il metodo, un personaggio che promette di restituirgli qualcosa che non sapeva ancora di voler sapere. Con Silenced parte da un libro letto durante il servizio militare. «Quando ho scoperto che non era finzione mi è sembrato impossibile. Ho pensato che più persone dovevano saperlo. Da lì è nata l’idea del film.» Ci vogliono anni, investitori difficili da convincere, e la preoccupazione concreta di riaprire ferite nelle vittime reali. «Non ci interessavano gli incassi. Volevamo che fosse guardato come un documentario, senza esagerazioni.» Il film esce, la vicenda torna sotto i riflettori, i responsabili vengono processati di nuovo, e in Corea nasce una legge che prende il nome dal film stesso. Con Kim Jiyoung ignora le perplessità di chi gli chiede perché, e sceglie di stare in un film scomodo in un ruolo volutamente defilato.
IL DUBBIO SU OGNI RUOLO
Alla conferenza stampa aveva affermato che dopo venticinque anni il dubbio prima di ogni nuovo ruolo è diventato più pesante, non più leggero. «Tecnicamente forse ho acquisito qualcosa. Emotivamente è sempre pesante.» È una cosa che si sente spesso, e spesso suona come una formula. In lui ha proprio un tono diverso, come chi non sta cercando di sembrare profondo ma sta descrivendo qualcosa di concreto, un peso che riconosce ogni volta e che non ha più l’intenzione di aspettarsi che sparisca. Dice anche che dieci anni fa pensava che con il tempo sarebbe arrivata una forma di agio. Non è arrivata. Ha smesso di aspettarsela.
I DETTAGLI DI UN ATTORE
Quello che rimane, dopo la masterclass, non è tanto un ritratto definito quanto una serie di dettagli che non tornano subito. Il reclutatore di Squid Game – in coreano Ttakjinam, l’uomo delle figurine – era nato come comparsa speciale, un favore a un amico regista. Nello script non c’era quasi nulla. «Mezzo foglio A4. Due giorni di riprese. L’ho presa con leggerezza: mi faccio vedere e poi via.» Poi il successo cambia tutto, e lui e il regista costruiscono insieme, in conversazioni serali, la storia di un uomo che ha fatto la gavetta dall’interno del sistema, scalando tutti i livelli, fino a diventare il venditore fuori.
IL SUCCESSO CHE CAMBIA TUTTO
«Non volevo un cattivo qualunque. Volevo un antagonista con una sua logica, una sua convinzione. Il Ttakjinam non è semplicemente uno psicopatico – è una vittima del sistema, un mostro che quel sistema ha generato.» La soddisfazione nel raccontarlo è quella di chi ha trovato la risposta giusta a una domanda che si portava dietro da tempo. E quella scena di Guadagnino sul telefono, mostrata a una conferenza stampa come si mostra qualcosa che si tiene per sé. Alla fine, il mosaico di un attore c’è tutto.
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